Prefazione

«Era una domenica come tante…» è la frase che
introduce questo racconto visionario di un viaggio che,
in realtà, ha solo fugaci legami con la dimensione quotidiana
ed il presente. La meta proposta dalla narrazione è
decisamente più ambiziosa: partire dallo sbando in cui
sembra versare l’odierna umanità per risalire, in un percorso
a ritroso, sino all’origine di questo squilibrio, al
primo passo falso che ha condotto la civiltà ad un vivere
permeato di guerra, violenza e soprusi.
Tematiche a dir poco epiche, che potrebbero preludere
ad un’opera dai toni roboanti e dall’atmosfera intrisa
di scenari apocalittici, sono – al contrario – riportate ad
un livello di scrittura estremamente colloquiale, quasi a
voler facilitare l’avvicinamento del lettore alla trattazione
di questioni solitamente viste come astruse, complicate,
e quindi deputate ad altri generi letterari. Sin dall’inizio,
la figura di Charles – protagonista del tutto ‘probabile’
e realistico – aiuta a calarsi nell’intrecciarsi delle
vicende.
In fin dei conti, le prime pagine tratteggiano le vicende
di un personaggio giovane che si muove sullo sfondo
di una città caotica come tante, alle prese con una vita da
single – con annesso il tipico vuoto nel frigorifero, piuttosto
che il solito disordine in casa – e che fa degli incontri
inconsueti ma non impossibili.

Charles viene descritto da subito come un tipo infinitamente
curioso, caratteristica che gli servirà a portare
alle estreme conseguenze le numerose stranezze che continuano
a capitargli lungo il racconto.
E la serie di peripezie inizia con Aglaia: questa ragazza
che sembra aver perso memoria di tutto, persino della
propria identità, tanto da vedersi costretta a ‘inventarsi’
un nome.

L’imbattersi di Charles in questa nebbiosa ragazza
non si limita ad un momentaneo incrocio di vite: Charles
non si lascia semplicemente sfiorare dagli eventi ma li
assorbe, li vive con totale pienezza integrandoli nella sua
vita, addirittura modellando la sua esistenza attorno a
ciò che il destino sembra riservargli un giorno dopo l’altro.
Non c’è diffidenza in questo modo di vivere, nessuna
titubanza, nessuna remora, quanto piuttosto un buttarsi
a capofitto che – attenzione! – non è sventatezza ma
voglia di capire; quasi Charles sospetti che le avventure
di cui si trova continuamente protagonista non siano che
indizi criptati da decifrare per arrivare alla verità.
Di che verità si tratti, tuttavia, al lettore non viene
detto. Eppure si intuisce che la narrazione soggiace ad un
disegno volutamente labirintico: così come Charles
pazientemente accetta di vivere – e di non rifuggire – le
paradossali situazioni in cui finisce con l’invischiarsi, chi
legge è invitato a lasciarsi coinvolgere dai bizzarri aneddoti
e a seguire fiduciosamente il percorso creato da
Antonio, Roberta e Samuela per condurlo al loro Mondo
parallelo.
A tratti sembra di smarrirsi tra la selva di
trame che s’intrecciano: numerosi sono i flash sulle vite
di quei personaggi che accompagnano Charles per un
tratto del ‘viaggio’; ma pur essendo racconti di vite ‘vere’
che tendono a catturare l’attenzione di chi legge, sono
destinati a rimanere inconclusi, come tanti fili di cui
teniamo in mano solo un capo senza riuscire a individuarne
la coda. Questo perché il cammino di Charles travalica
l’importanza del singolo, tendendo all’universale…
Il vero e proprio climax del testo – il punto in cui si
sfalda definitivamente l’illusione che il racconto si mantenga
su di un’unica dimensione, quella del reale
certamente collocato al terzo capitolo, Il silenzio.

Se fino a questo punto era stato possibile stabilire delle giustificazioni
razionali allo strano andamento delle vicende,
con Il silenzio la narrazione approda al sur-reale. Si susseguono,
da qui in poi, i richiami al genere fantasy sia di
tipo letterario che cinematografico: un fantasy quasi
favolistico che si intreccia con alcuni momenti di vera e
propria fantascienza.
L’alternarsi tra ‘realtà’ e ‘fantasia’ – nella precarietà
dei confini – è reso dal continuo susseguirsi di fasi di
sonno e di veglia che scandiscono quasi ritmicamente il
racconto del protagonista e delle avventure che sembrano
capitargli. Ed è così che il lettore si trova attanagliato
dall’atavico dubbio ‘sogno o verita?’ nell’affrontare Il
tempio, dove l’assurdo diventa totalizzante. Qui Charles
varca finalmente le soglie del Mondo parallelo, dell’esistenza
del quale aveva sinora avuto solo un susseguirsi di
indizi.
La scena, questo trovarsi immerso in un mondo che
non si riesce a riconoscere come umano, evoca le immagini
di un recente – e bellissimo – film: Big fish di Tim
Burton, tratto da un libro di Daniel Wallace.
Incamminatosi per un angusto sentiero, William Bloom
– personaggio abilmente interpretato da Ewan
McGregor – si trova a sbucare in una sorta di villaggio
modello in cui la vita sembra scorrere sotto i dettami dell’ordine
più assoluto, dove vige una concordanza tra gli
uomini talmente estrema da apparire forzata: una sorta
di ‘mondo parallelo’, probabilmente sempre esistito a
pochi passi dalla vita ‘reale’ di William, raggiungibile
semplicemente grazie alla voglia di calcare sentieri
nuovi, intraprendere percorsi diversi.
Come William, anche Charles si trova d’improvviso
catapultato in uno scenario sconosciuto sullo sfondo del
quale egli rivive alcune ‘fantastiche’ situazioni che rievocano grandi casi letterari.

L’umanità che popola questo
strano mondo appare totalmente omologata: tutti indossano
gli stessi abiti, manifestano degli atteggiamenti
‘robotizzati’, e non hanno neppure dei normali nomi,
bensì dei numeri che li contraddistinguono. Se già questi
passi rimandano a 1984, il parallelismo con il celebre
romanzo è ribadito nel descrivere la sensazione di essere
defraudato dei propri intimi pensieri, come se qualcuno
riuscisse ad accedervi ed impossessarsene dall’esterno,
alla stregua del Grande Fratello di orwelliana memoria.
Estraneo in questo mondo che si limita ad osservare
senza capire, Charles prosegue il viaggio durante il quale
è catapultato in un marasma di sensazioni paradossali;
ed ecco che, laddove si legge del suo sprofondare improvviso
in un burrone, sovvengono l’inizio del viaggio di
Alice nel Paese delle Meraviglie: «La tana per un po’ proseguì
diritta come una galleria, poi sprofondò improvvisamente,
così improvvisamente che Alice non ebbe neppure
un istante per fermarsi che già si trovò a precipitare
in quello che sembrava un pozzo profondissimo».1 E
ancora, le sensazioni della piccola Alice che cresce a
dismisura sino a restare incastrata nella stanza, sono le
stesse che prova Charles mentre percorre il corridoio le
cui pareti sembrano stringerglisi addosso.
Ma i rimandi letterali spaziano da Carrol, ad Asimov,
laddove il protagonista e i suoi amici si trovano “sospesi
nello spazio (…) circondati dal nulla”; alle avventure di
Harry Potter uscite dalla penna di J. K. Rowling – quando
Charles è posto davanti a più porte e deve scegliere
attraverso quale continuare il proprio folle viaggio, proprio
come Harry in L’ordine della fenice.

Quando il viaggio del nostro ‘eroe’ sembra ormai
ampiamente racchiuso nel limbo della fantasia viene
introdotto nella narrazione il tipico ‘oggetto mediatore’
cioè quell’elemento che nel genere letterario fantastico
viene utilizzato come costante tra la dimensione ‘reale’ e
quella ‘sur-reale’ in modo da mantenere il lettore nel
dubbio sull’effettivo piano di interpretazione. In Mondo
parallelo, questo compito viene affidato ad una scatola:
a Charles l’arduo compito di recuperarla se desidera perpetuare
l’esistenza di quel mondo che egli ha sempre
conosciuto come reale, come l’unico possibile.
Ricatapultato di nuovo alla vita di sempre, alla sua
casa, alla sua città ed ai suoi amici, il protagonista parte
per portare a termine la missione affidatagli. Non è solo
in quest’ultima e decisiva parte della sua avventura: il
suo cammino si intreccia con le sofferenze degli amici di
sempre, con le bislacche vite di Thelma e Sefira; arriva
persino a scoprire di avere una sorella. E sono questi gli
ultimi personaggi ‘reali’ del racconto, testimoni assieme
a Charles del progressivo sprofondare dell’umanità nel
caos.
Forte nella convinzione di non poter lasciar andare in
pezzi questo mondo pur ‘pazzo’ ma che è pur sempre il
suo mondo, curioso come ha dimostrato di essere sin
dall’inizio, il nostro protagonista insiste a proseguire
quel viaggio a cui è stato chiamato da un’altra dimensione,
anche quando questo significherà abbandonare completamente
la dimensione degli uomini.
Charles va sempre avanti, non si guarda mai indietro:
vuole scoprire il perché dell’ormai prossima fine di tutto.
E sarà nel Regno Sotterraneo che scoprirà le cause del declino dell’umanità e con esse l’origine della sua specie: è possibile
che si tratti davvero tutto di un gioco?
Un crudele – mal riuscito – esperimento? Sul serio la Terra non è che
un pianeta al quale sono stati rifilati gli ‘uomini’, vale a
dire gli scarti del ‘paradiso’ o meglio della Città Eterna?
Difficile capacitarsi di tante stranezze…

Ma forse l’umanità è stata sottovalutata: alcuni
Grandi, in effetti, avevano decifrato il superiore disegno.
Ma forse non basta: svelato l’arcano, anche i Grandi
restano comunque mere pedine.

Ma sarà questa la realtà o è tutto un sogno di
Charles?

Genny Biondo

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2 pensieri su “Prefazione

    1. Questo mondo e semplicemente un purgatorio, la via di mezzo.
      Non e proprio la realtà che ha sepolto il sogno.
      Il sogno e la realtà.
      La realtà e il dopo il cosiddetto Purgatorio.
      La realtà non si e ancora fatta vedere, non è poi quello che sembra.
      Spero di essere stato chiaro!!

      Mi piace

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