Parte 3

Mentre ero assorto in questi pensieri mi prese la testa e la
girò verso di lei e così ritornai alla realtà.
“A cosa stai pensando? A volte sembri strano, sembra che
viaggi su un altro mondo. Non avevamo fretta? Non dobbiamo
andare a trovare la tua amica in ospedale? Caspita, io ho già
finito di mangiare e tu, invece, sei ancora lì con la pasta! Certo
io non ti conosco ma ho capito che spesso e volentieri hai la
testa tra le nuvole!” puntualizzò.
“Mi devi ancora conoscere, non sai nulla di me” le risposi.
“È vero, che ne dici di raccontarmi qualcosa di te, dimmi
com’era la tua vita prima di incontrarmi. Come mai non sei
fidanzato? Perché vivi nella più completa solitudine?”
La interruppi subito, non avevo intenzione di raccontarle la
mia vita, così cambiai discorso: “Sono amante della strada dove
tutto è luminoso, dove ho sempre incontrato il mio destino
senza mai fermarmi fino a quando, ieri, ho incontrato te, te
dagli occhi splendidi. Sono anche un predicatore, viaggio col
pensiero sulle onde dell’amore desiderando rubare il cuore a
qualcuno, quel qualcuno che ora ho trovato: sei tu! Tu dagli
occhi splendidi. Ecco chi sono!”
Rimase un attimo a fissarmi senza dire alcuna parola poi
con un sorriso osservò: “Sei proprio un tipo strano Charles, un
poeta strano.”
Mi avvicinai e le sussurrai in un orecchio: “La mia vita è un
romanzo, prima di morire te la racconterò ora non credo sia il
caso di farlo, ti turberei troppo!”
Guardai fugacemente l’orologio, era tardissimo e dovevamo
ancora andare a trovare Veronica. Ci alzammo e pagai senza
chiedere lo sconto com’era mia consuetudine ed uscimmo. In
quel momento passò l’autobus, iniziammo a correre come dei
pazzi fino alla fermata, sembrava la scena del film “Momenti di
gloria.”
“Appena in tempo” esclamai ad Aglaia una volta sull’autobus.
Prendemmo posto a sedere, per fortuna era abbastanza
vuoto, eravamo molto stanchi e pure con il fiatone. Fuori s’intravedeva
l’arcobaleno. Aveva smesso di piovere.
“Adesso ti faccio vedere i miei esperimenti educativi verso
la gente” le dissi con un sorriso malizioso.
Presi il mio ombrello e lo appoggiai in fondo all’autobus,
poi tornai a sedermi.
“Aspetta e vedrai che qualcuno se ne impossesserà e se lo
porterà via.”
Passarono circa venti minuti ed eravamo quasi giunti a
destinazione, in quel mentre salirono sull’autobus due signore
distinte, avevano circa cinquant’anni. Notarono quasi subito
l’ombrello, si avvicinarono, si guardarono in giro e con un gesto
furtivo se ne impossessarono.
Eravamo al capolinea, dovevamo scendere e con noi le due
signore.
Mi avvicinai a loro e dissi:
“Scusatemi se vi disturbo, volevo solo dirvi che quello che
tenete in mano è il mio ombrello.”
“Se è veramente suo come mai era abbandonato in fondo
all’autobus?” mi rispose una delle due alquanto scocciata.
“L’avevo lasciato lì apposta per vedere chi era il primo
imbecille che lo avrebbe preso, oltretutto è anche bucato!”
esclamai.
Una delle due divenne subito rossa in volto e gridò verso di
me: “Come si permette, giovanotto, di dire queste cose e lei,
signorina, come fa ad essere la ragazza di questo maleducato?”
Aglaia non riuscì a trattenere la risata.
“Tenetevi il vostro ombrello e vergognatevi!” ci risposero in
coro e con passi lunghi, molto lunghi, se ne andarono.
Aglaia continuava a ridere fragorosamente tant’è che la
gente passando la osservava stupita. Le dissi quindi di smetterla.
“Sei forte Charles. Esperimenti educativi vero? Proprio una
bella trovata” mi disse ricomponendosi.
Dovevamo sbrigarci, l’ospedale distava ancora un paio d’isolati.
Dopo circa mezz’ora giungemmo a destinazione, non
conoscendo nulla dell’ospedale chiesi ad un infermiere dov’era
la stanza 324 del reparto ginecologia.
Prendemmo l’ascensore, Veronica era al settimo piano,
c’era una marea di gente, ad ogni piano si fermava per ripartire
e ogni volta a scoppio ritardato. Mi turbava l’idea che si fermasse
di colpo e precipitasse nel vuoto. Mi venne un’idea e, a
voce alta, dissi ad Aglaia:
“Lo sai che una volta questo maledetto ascensore è precipitato
e tutti sono morti?” a quel punto avvertii uno strano movimento
come se un bambino piccolo si fosse mosso ma in realtà
si trattava di ben altro, erano scongiuri un po’ particolari in
parti del corpo particolari… Aglaia mi guardò con una strana
espressione.
Eravamo finalmente giunti al settimo piano, davanti a noi si
apriva un lungo corridoio con tantissime stanze. Scorsi Giulio,
era affacciato alla finestra con uno sguardo assorto nel vuoto.
Mi avvicinai, si voltò: era scuro in volto.
“Veronica stamattina è peggiorata, i medici mi hanno detto
che ci sono delle complicazioni” mi disse.
Presi per mano Aglaia ed entrai nella stanza: Veronica era
sdraiata sul letto, stava dormendo, gli diedi un bacio sulla
guancia e mi sedetti vicino a lei, capii subito che le preoccupazioni
di Giulio non erano infondate.
Quella stanza mi dava una strana sensazione, l’aria che si
respirava, il silenzio che si era venuto a creare, tutto. In quel
momento sentii dentro di me strane voci che parlavano senza
senso, uscii rapidamente, avevo i brividi che percorrevano tutto
il mio corpo.
Avevo bisogno di rilassarmi, percorsi il lungo corridoio fino
alla fine dove c’era una piccola saletta, entrai e mi sedetti.
Di fronte a me c’era un uomo, sembrava più leggero di una
piuma, s’intravedevano le ossa, era ridotto abbastanza male;
rividi in lui il volto di mio padre, sentii un rimorso crescere
sempre più e le lacrime scorrevano dolcemente sul mio volto e
si confondevano con la pioggia. Il mio cuore lo vedevo cadere in
un lago pieno d’aghi ma in quel momento sentii una voce che
mi diceva di non preoccuparmi, che la mia anima mi avrebbe
aiutato.
All’improvviso sentii una mano sulla mia spalla, era Aglaia,
stava piangendo, con un filo di voce mi disse: “Veronica è
morta.”
Chiusi gli occhi, avrei voluto fuggire, andarmene via, toccare
il cielo con un dito, arrivare dove le strade non avevano
nome.
L’uomo di fronte a me continuava a fissarmi senza dire una
parola, ad un certo punto, senza un motivo apparente, si alzò e
con passo lento se ne andò, lo seguii con lo sguardo fino a quando
non lo vidi più.
Non dimenticherò mai quell’immagine, ho visto la paura
nei suoi occhi, sembrava fosse la Morte venuta ad annunciarmi
che Veronica era entrata a far parte del loro mondo lasciando
su questo solo il suo ricordo.
Andai da Giulio, era accanto a lei, mi guardò ed abbassò lo
sguardo, non riuscii a dire nulla.
In poco tempo arrivò l’infermiera che c’invitò ad uscire.
Giulio era stanco ed affaticato così lo convinsi a passare la notte
da me.

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