Parte 4

Non appena arrivati trovammo una sorpresa poco
gradita: la porta del mio appartamento era aperta.
Con cautela e tra lo stupore generale la aprii e di
fronte a me lo spettacolo che si presentò era alquanto orribile:
il mio portaombrelli, che tenevo vicino all’ingresso, era a terra
in mille pezzi, tutto era a soqquadro. Mi misi le mani nei capelli,
non capivo chi potesse essere l’autore di quel gesto e perchè
l’avesse commesso; una cosa attirò la mia attenzione, i trentacinque
euro che avevo sul tavolo non erano stati neppure toccati.
Giulio e Aglaia si misero a raccogliere tutto, io uscii sul
pianerottolo per vedere se i ladri avessero lasciato qualche indizio
ma non trovai nulla.
Vagavo alla ricerca di qualcosa finche il mio sguardo fu attirato
verso la serratura, era completamente intatta. Non c’erano
segni di scasso, nessuna forzatura, evidentemente si trattava di
ladri professionisti. Sembrava che la porta fosse stata aperta
normalmente usando una comunissima chiave e questo m’incuriosì
parecchio.
Continuavo a guardare il mio appartamento e, più lo facevo,
più mi convincevo che la causa di tutto era Aglaia.
Chiamai Giulio in un angolo e gli sottoposi la mia opinione,
dopo avermi ascoltato attentamente sostenne la mia teoria e mi
assicurò che se era lei che cercavano sarebbero sicuramente
ritornati. Decidemmo quindi, per il bene di tutti, di trasferirci a
casa di Giulio e all’indomani saremmo andati alla stazione di
Polizia per denunciare il fatto.
Preparai alcune cose che mi sarebbero servite per la notte.
Stavamo per uscire quando suonò il telefono.
Restammo immobili per alcuni secondi, poi Giulio mi disse:
“Allora vuoi rispondere? Che stai aspettando?”
Feci per sollevare il ricevitore ma la comunicazione s’interruppe.
“Presto muoviamoci, dobbiamo andarcene subito” li incitai
a gran voce.
Pochi secondi dopo eravamo sulle scale; mentre stavamo
scendendo, incontrai la mia odiosa vicina che mi fermò e mi
disse: “Bene… adesso siamo in tre! Glielo dico io all’amministratore,
non si può andare avanti così…”
Nello stato d’agitazione in cui mi trovavo non esitai un solo
secondo, la afferrai per il collo e seccato le gridai: “La deve
smettere di rompere le palle, se le interessa saperlo domani
saremo in venticinque, lo vada pure a dire al suo caro amministratore.”
Le lasciai il collo e continuammo a scendere.
Non riuscii a trattenere una risata ripensando all’espressione
degli occhi di quella strega, non oso immaginare cosa avrebbe
detto se avesse visto com’era ridotto il mio appartamento.
Appena arrivammo in strada Giulio ed io ci scambiammo
una fugace occhiata come se avessimo voluto dirci di stare
attenti.
Mi avvicinai ad Aglaia e le sussurrai di starmi accanto.
Per la strada non si vedeva nessun personaggio sospetto ma
preferimmo non correre ulteriori rischi e chiamammo un taxi.
Giulio abitava a circa dieci chilometri da casa mia, non c’era
traffico e saremmo arrivati in poco tempo.
Mi voltai e mi accorsi che un’auto ci stava seguendo; senza
dare troppo nell’occhio lo dissi a Giulio che mi guardò con una
smorfia: fummo presi dal panico.
Decidemmo di cambiare destinazione e di andare al più
vicino comando dei Carabinieri.
Giunti a destinazione l’auto che ci pedinava si fermò duecento
metri prima.
Entrammo, un carabiniere ci fermò e ci chiese cosa volevamo.
“Non si può parlare col maresciallo? È importante!”
domandai.
Ci scrutò dalla testa ai piedi e ci portò nel suo ufficio.
Il maresciallo era un tipo minuto, la sua divisa era perfettamente
stirata, doveva essere un tizio molto preciso.
“Avete bisogno di qualcosa?” chiese.
Gli raccontai tutto quello che c’era successo e dell’auto che
ci stava pedinando.
Uscì dal suo ufficio e rientrò dopo pochi minuti.
“Guardando fuori io non ho visto nessun’auto sospetta, non
ci sono prove che questa ragazza sia in pericolo. Quello che vi è
successo è un semplice tentativo di furto. Mi dispiace dovervelo
dire ma credo soffriate d’allucinazioni. Ora tornate a casa,
fatevi una bella dormita e domani ritornate qui. Proveremo a
scoprire l’identità di questa ragazza che voi chiamate amichevolmente
Aglaia.”
Un po’ sconsolati e poco convinti ascoltammo il suo consiglio
e, dopo aver chiamato un altro taxi, ci avviammo verso la
casa di Giulio.
Finalmente eravamo nel suo attico stupendo: aveva un
grandissimo terrazzo con una straordinaria vista sulla città.
Come se stessi seguendo un rituale che ripetevo ogni qualvolta
andavo a trovarlo mi affacciai per vedere il panorama ma
questa volta lo spettacolo mi preoccupò: in strada c’era la solita
auto che ci aveva pedinato da quando eravamo usciti da casa
mia.
Rientrai e, dopo aver chiamato Giulio, spensi la luce.
“Giulio, i nostri amici sono qui sotto” lo avvertii, mentre
stava frugando nell’armadio.
Poco dopo mi mostrò una pistola, lo guardai con stupore:
chi avrebbe mai immaginato che ne possedesse una. Si avvicinò
e mi sorrise. “Non ne hai mai vista una? Ecco questa è l’occasione
giusta; spero avrai soddisfatto ogni tua curiosità.”
Si sdraiò sul divano e continuò il suo discorso non ancora
finito: “Aglaia dormirà in camera, io e te staremo qui e, a turno,
faremo la guardia, al primo rumore sospetto si dà l’allarme.
Ok?”
“Ok Giulio, se per te va bene vorrei iniziare io per le prime
tre ore. Sai, ho poco sonno.”
Mi sedetti su una sedia vicino alla porta, il tempo sembrava
si fosse fermato, c’era un silenzio cupo e un buio tetro, sembrava
di vivere la scena di un film horror. Non riuscivo a star
fermo, mi sembrava d’impazzire.
Continuavo ad andare verso il frigorifero per poi risedermi;
con me avevo la pistola che stringevo nervosamente, tenevo in
mano un bicchiere colmo di latte e di caffè, a dire il vero
alquanto disgustoso, sicuramente era di molti giorni prima ma
mi accontentavo.
Non ricordo quante volte aprii quel frigorifero, gironzolavo
per tutta la casa nel buio più completo, scalzo, guardavo l’orologio
nella speranza che fosse già mattino. Ero allo stremo delle
forze, mi sedetti e non mi mossi più. Continuai a guardare la
finestra di fronte a me, ripensai al mio passato, tanti ricordi
percorrevano la mia mente, vedevo l’immagine di mia madre
che mi guardava come se volesse dirmi qualcosa ma la mia
mente m’impediva di ascoltarla, tutto ciò che riguardava il mio
passato era respinto.
Lì, solo, in quella stanza, seduto su una sedia in un silenzio
assordante, i miei ricordi erano disarmati.
Vedevo troppe immagini. Chiusi gli occhi e mi addormentai;
quando li riaprii mi resi conto che era già mattina, guardai
l’orologio, le nove. Nella stanza c’era una luce abbagliante, un
sole magnifico che entrava dalla finestra sfiorando dolcemente
ogni cosa. I miei occhi erano accecati da un tale spettacolo.
Mi alzai dalla sedia con un odioso mal di schiena e mi diressi
a chiamare Giulio ma di lui non c’era traccia, salii in camera
da letto per chiedere ad Aglaia se lo avesse visto ma anche lei
era sparita. Corsi in bagno ma niente, nessun segno di vita.

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