Parte 5

Di Giulio e Aglaia si erano perse tutte le tracce. La
cosa mi risultò molto strana. ‘Possibile che se ne
siano andati da soli alla polizia senza avvertirmi?’
pensai.
Corsi sul balcone per cercare l’auto ma era sparita.
In quel momento sentii un forte calore in tutto il corpo, il
sole bruciava, faceva molto caldo, rientrai in casa, ero frastornato.
Non capivo più cosa stesse succedendo: due persone, che
fino a poche ore prima erano con me in casa, erano improvvisamente
sparite senza lasciare la minima traccia.
Faceva un gran caldo, per essere dicembre era molto strano,
decisi di correre giù in strada, cercai le scarpe ma non le
trovai.
Guardai nell’armadio di Giulio ma le sue non erano della
mia misura… troppo piccole.
Mi levai il maglione e indossai una camicia grigia; faceva un
caldo allucinante.
Uscì dall’appartamento di Giulio senza scarpe e per di più
con le calze bucate, non potevo girare per la città in quelle condizioni.
Avevo intenzione di passare a comprarmi un paio di
scarpe nuove.
Non volevo farmi notare da nessuno ma dopo un po’ mi
accorsi che nel palazzo non c’era anima viva, la portineria era
deserta.
Aprii il portone, misi la testa fuori, una strana sensazione
mi avvinghiò: in strada regnava il silenzio.
Mi incamminai con lo sguardo fisso a terra per evitare sorprese
poco gradevoli.
Per la strada non c’era nessuno, i negozi erano chiusi, mi
fermai di colpo, chiusi gli occhi e li riaprii più volte ma tutto
rimaneva immutato, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.
Non potevo camminare ancora per molto scalzo, avevo i
piedi che cominciavano a farmi male; notai una cabina telefonica,
mi precipitai a telefonare alla polizia ma l’apparecchio
non dava segni di vita, era completamente muto, la disperazione
mi prese in pieno, usci dalla cabina e feci ancora un paio di
chilometri scalzo.
Desideravo ardentemente incontrare una persona, solo
una, non m’interessava la sua reazione nel vedermi senza scarpe.
Volevo incontrare qualcuno.
Lo spettacolo che si presentava davanti ai miei occhi non
cambiava, faceva sempre più caldo, sentivo i miei piedi bollire,
l’asfalto era come una pentola ardente e stavo camminando già
da parecchie ore ma stranamente non avvertivo nessun tipo di
stanchezza.
Vidi un albero, era grande e imperioso; decisi di fermarmi,
ormai le mie gambe erano in uno stato pietoso. La sua ombra
mi dava refrigerio con tutto quel caldo, soprattutto ai piedi.
L’aria inspiegabilmente stava diventando umida, sicuramente
stava succedendo qualcosa di strano; mi tolsi le calze, i
miei poveri piedi erano ridotti male, il buco che c’era sulla calza
era diventato così largo, che se avessi voluto avrei potuto usare
la calza come collana; mi guardai intorno, incominciai ad avere
sete, avevo la gola secca, desideravo un po’ di acqua fresca,
c’era un silenzio che dava fastidio, non si muoveva neppure una
foglia. Feci un respiro, un lunghissimo respiro: a volte vale più
di mille parole, come un sogno vale più di una vita vera.
Ero preoccupato, si stava facendo buio, dovevo trovare una
sistemazione per la notte, avevo due possibilità o ritornare a
casa di Giulio o continuare a camminare e sperare in qualcosa;
era stupendo stare sotto quell’albero enorme: la sua ombra era
un dono superbo, stavo troppo bene e decisi di starmene un’oretta
sdraiato in terra.
Quando il sole stava per entrare nella sua notte, decisi di
alzarmi e avviarmi alla ricerca della verità; dopo un paio di chilometri,
mi fermai di scatto, davanti a me c’era un bar aperto
con le luci accese, mi sembrava di sognare, afferrai la pistola
che mi aveva lasciato Giulio ed entrai.
Non c’era nessuno, tutto deserto, vidi solo due bicchieri
vuoti su di un tavolo, sembrava fossero stati usati da poco, frettolosamente
mi precipitai al banco e presi una bottiglia d’acqua, me la scolai tutta d’un fiato, guardai anche nel frigorifero,
presi due lattine di coca e del prosciutto con il quale mi feci un
paio di panini da sballo, avevo una fame pazzesca; nel frattempo
il buio stava facendo la sua comparsa, avevo paura di cosa
potesse accadere la notte, decisi di abbassare la serranda e starmene
lì, l’indomani avrei pensato a cosa fare.
Quando mi svegliai era giorno, mi preparai un caffè e ripresi
il mio viaggio verso una meta a me ancora sconosciuta.
Nel mio cammino intravidi un negozio di scarpe, era aperto:
wow! la fortuna stava cominciando a girare dalla mia parte.
Cercando ne scelsi un paio comode, da tennis, non badai neppure
al prezzo; appena le indossai mi sembrò di sognare, ebbi
pure la voglia di spiccare quattro salti per il negozio. Le ore passavano
lente, mi sentivo stretto in una morsa senza via d’uscita
e la giornata si prospettava identica a quella del giorno prima.
Iniziai a gridare a squarciagola mentre continuavo a camminare,
non ero in grado di dire quanta strada avessi fatto in
quei due giorni; non avevo più fiato, ero rimasto senza voce, mi
sembrava d’impazzire. Mi appoggiai al cofano di un’auto parcheggiata
e ripresi ad urlare: “C’è qualcuno? Ehi, perché non
rispondete?”
Rimasi fermo a pensare e a mangiarmi le unghie, con il passare
del tempo l’aria diventava più fresca, il cielo si stava oscurando,
il sole stava tramontando, lasciandomi così solo in
mezzo al buio e ad una notte stellata; alzai la testa e iniziai ad
osservare il cielo limpido e pieno di stelle come non ne avevo
mai viste prima d’allora.
‘Adesso cosa faccio?’ pensai tra me e me.
Decisi che avrei potuto passare la notte in qualche negozio
rimasto aperto, come il giorno precedente, in quella zona ce
n’erano parecchi.
Vidi una portineria ed entrai, c’era un tavolo e un telefono,
con una smorfia pensai che sarebbe stato il rifugio ideale per
passare la notte.
Chiusi il portone, mi sistemai, presi il telefono ma non funzionava,
accesi la televisione ma anche questa non dava segni
di vita, mi sedetti sul tavolo, muovendo continuamente i piedi.
Attraverso il vetro della portineria si poteva vedere un cortile
abbastanza grande che divideva le entrate dei condomini.
Pensai di entrare in qualche appartamento, avevo bisogno
di mangiare qualcosa, sentivo lo stomaco gridare in silenzio.
Non sapevo come entrare ma ero certo che una soluzione
l’avrei trovata, al piano terra c’erano delle finestre, ruppi il
vetro per entrare visto che le circostanze lo richiedevano.
Appena fui nell’appartamento cercai la cucina, c’era parecchio
disordine, chi vi abitava non era certo lo specchio della
pulizia.
Frugai ovunque, c’erano molti cibi in scatola, presi del
tonno sott’olio e dei fagioli, finalmente potevo mangiare! Senza
esitare un attimo mi sedetti e ingurgitai quello che avevo trovato:
in quel momento sembravo uno del terzo mondo o forse del
quarto.
Avrei tanto desiderato una sigaretta, tutto sommato me la
meritavo.
Gli occhi cominciarono a chiudersi, il mio corpo era stanco,
andai nella stanza da letto e mi coricai e, senza rendermene
conto, mi addormentai.
Quando mi svegliai era quasi l’alba, in quel lugubre silenzio
mi parve di udire un suono, non capivo cosa fosse, mi precipitai
di corsa nel cortile, era l’abbaiare di un cane, corsi in strada
e lo vidi davanti a me, era di piccola taglia, sembrava un volpino
o qualcosa di simile, di colore bianco e continuava ad
abbaiare; a quanto pare non gli ero molto simpatico.
Cercai di avvicinarmi mettendomi a quattro zampe, così
facendo riuscii ad accarezzarlo, il cane iniziò a leccarmi, in un
primo momento non feci caso alla cosa, poi, riflettendo, immaginai
che nei paraggi ci fosse anche il padrone; guardai in strada,
lungo quel viale, ma non vidi nessuno.
Iniziai a camminare e lui dietro di me; non sapevo il suo
nome, tentai ripetutamente di chiamarlo in tanti modi ma lui
non si avvicinava, continuava a seguirmi ad una certa distanza;
poi, una voce m’interruppe cogliendomi di sorpresa e lasciandomi
esterrefatto.
“Si chiama Kim” era la voce di un uomo, poteva avere circa
una trentina d’anni, mi guardò fisso negli occhi e mi domandò:
“Tu chi sei?”
Con un po’ d’incredulità chiesi a mia volta: “Finalmente ho
trovato qualcuno, ero stanco di vagabondare per questa città
totalmente morta. Mi sai dire dove sono finiti tutti?”
“Tu non sei uno di noi, non fai parte del nostro mondo!”
disse gridando come se fosse spaventato e corse via.
Tentai di fermarlo ma era troppo veloce: correvano come
matti lui e il suo cane.
Mi fermai, il sole era troppo caldo, non riuscivo a tenere il
suo passo, guardai all’orizzonte l’ombra di quell’uomo e del suo
cane scomparire senza che io potessi impedirglielo.
Ero sempre più disperato, avevo il corpo pieno di sudore, il
caldo atroce, la temperatura altissima, il sole, l’aria… tutto
quello che mi circondava era carico di calore.
Ripresi fiato e continuai il mio cammino, allungai il passo,
ero sempre più convinto che col passare del tempo avrei trovato
qualcosa, le ore passavano inesorabilmente ma non mi sarei
fermato per nulla al mondo, ormai non avevo più nulla da perdere.
Stremato e senza forze decisi di continuare ugualmente,
le braccia bruciavano, erano diventate rosso fuoco: la mia unica
salvezza per non diventare carne arrosto era il tramonto che
stava per giungere.
Ad un certo punto mi fermai di colpo, davanti a me c’era un
muro, non avevo mai visto nulla del genere in passato, una
strabiliante muraglia, mi asciugai la fronte e, con lo sguardo
rivolto verso l’alto, notai che non aveva fine, sembrava arrivasse
fino in cielo; com’era possibile tutto questo? Perché non
potevo più andare oltre? Quell’uomo dov’era andato? Queste
erano le domande che continuavo a pormi: forse c’era un passaggio
nascosto.
Tastai ripetutamente ogni singolo mattone ma ormai la
notte stava per sopraggiungere, mi sedetti per terra, ero stanco,
non sapevo se sarei stato in grado di sopravvivere fino all’indomani.
Così, perso nei miei pensieri, mi addormentai.

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