Il Primo Viaggio…

Quando entro nella fatidica stanza bianca ho sempre un po’ di brividi. Quando devo entrarci mi lasciano sulla scrivania la chiave. Una chiave tonda con una filettatura a forchetta, un po’ curva. Ricordo quell’anno del mio primo viaggio. Ero ancora acerbo, un piccolo giovincello. Dal l’uomo delle lettere ero passato all’uomo delle favole pronto al suo primo viaggio nel vero mondo, quel mondo che non si vede, quello che fai fatica a distaccarti. Prima o poi dovevo rompere il ghiaccio. I giorni passavano inesorabili. Ogni mattina entravo nel mio ufficio e vedevo il tavolo con le solite cose. Un Pc, un telefono, un block notes, una penna blu, una rossa e una matita. Molte volte passavo il tempo a rompere la punta, poi la rifacevo con il coltello che tenevo nel cassetto. Coltello che usavo anche per togliere la buccia da una pera. Mi tagliavo anche le unghie dalle mani e a volte anche dai piedi. Di fronte sulla parete avevo appeso un cerchio di compensato e lo infilzavo con un lancio di coltello. Vi sembrerà strano ma si ho anche l’abitudine di tagliarmi le unghie dei piedi con il coltello, credetemi è una libidine. Mi tolgo la scarpa appoggio il piede sul bordo della scrivania e Zac!! taglio. Il pezzettino dell’unghietta lo lancio nel cestino, meraviglioso non credete. Per me si. Capita che taglio troppo e vedi che si stacca un pezzo di pelle con un goccio di sangue che urla la sua disperazione di trovarsi attaccato al mio corpo e fuoriesce dal suo mondo chiuso. Chiuso ero anchio in quella stanza del cazzo. Uscito dalla scuola di preparazione me lo avevano detto; “Ora devi solo aspettare e ci sarà il tuo primo viaggio, tieniti pronto, nel tempo che userai per aspettare, pensa.” Poi una mattina vedo la chiave sulla scrivania. Finalmente era giunto il momento per il mio primo viaggio. La chiave tonda a forchetta apriva la stanza segreta. Trovavi un tavolo totalmente vuoto con sopra una busta sigillata. In quella busta c’era il tuo viaggio e ciò che dovevi fare, tutte le informazioni necessarie. Alla scuola ti insegnavano non solo a leggere le lettere e capirne il senso, in ogni sua sfumatura. Poi finita l’era delle lettere diventate fuori uso, sostituiti dal controllo e lettura delle email. Successivamente ti facevano diventare l’uomo delle favole e per finire il commesso viaggiatore. Avevo imparato tutto, almeno lo speravo fino a quel giorno. Mi saliva l’adrenalina, puttana Eva era il mio primo viaggio. La busta era grande, con dentro altre piccole buste. Ognuna aveva un suo perché. Memorizzare tutto il contenuto scritto, numeri di telefoni, indirizzi, nomi. Dovevi imparare a memoria ogni cosa. A volte passavi delle ore dentro quella stanza a ricordare tutto. In un’altra busta c’era uno strano oggetto che dovevi trasportare. Poteva essere una specie di chiavetta usb ma non ne aveva l’aria anche, non aveva ne entrate ne uscite. Sembrava uno di quei circuiti di alta tecnologia, di piccole dimensioni. Chiuso dentro un contenitore trasparente di plastica gommosa. In una seconda busta una chiave d’auto, c’era scritto ford e una targhetta con il numero di targa. Strana come targa d’automobile AA001 e due lettere finali identiche. Il giorno della partenza era per il mese successivo. La procedura era lineare e semplice da eseguire. Dopo aver memorizzato il tutto nella tua mente il cartaceo andava tutto inserito nella macchinetta tritacarta posta sotto la scrivania. In pochi minuti tutto ciò che avevo letto era triturato. Rimaneva il tutto nella mia mente. Era fondamentale ricordarsi tutto. Le poche cose che tenevo tra le mani era lo strano aggeggio, una carta bancomat con un codice che avevo memorizzato in testa 344334 e le chiavi dell’auto. Ricordarsi quel numero del bancomat non era semplice, rischiavi di invertire il 3 con il 4 e viceversa. Bastardi! Siccome non mi fidavo, e poi suonava strano quella targa semplice da poter riconoscere. Decisi di nascondere al meglio l’oggetto pregiato. Non potevo tenerlo in tasca neanche metterlo nella piccola valigia che avrei preparato, con il minimo indispensabile. L’auto era parcheggiata a Milano in Viale Murillo. Chi di voi conosce Milano sa dov’è. Tutto pronto. Partì destinazione San Sebastian sulla costa Iberica della regione Basca. Sul confine tra Spagna e Francia, di fronte all’Oceano. Il tragitto che dovevo compiere era già delineato Milano-Ventimiglia. Poi da Ventimiglia destinazione Perpignan, sono circa 600 km. Il tragitto prestabilito mi aveva dato come prima tappa il Principato di Andorra. Li avrei trovato un posto dove dormire, dove potermi lavare, sperando di ricordarmelo l’indirizzo e la persona di riferimento. Puttana Eva non era facile ricordarsi tutto, bastava un errore e ti avresti perso. A Perpignan trovai un posto dove passare la notte, una stazione di servizio dove c’era un vento pazzesco. Era impossibile stare fuori dall’auto. Non dormì bene, ero sempre sul dormiveglia, tenevo un occhio chiuso e uno aperto. Pensavo che lor signori volevano mettermi alla prova, era il mio primo viaggio, potevano darmi qualcosa di più delicato. La mattina seguente il sole scottava da poterci fare la carne alla brace. Uno sbalzo di temperatura tra il giorno e la notte da record. Perpignan che nome del cazzo. Grazie ad un cane che abbaiava che mi ritrovo sveglio di colpo. Un caffè veloce e ripartenza destinazione Principato di Andorra. Lì sarei dovuto andare in un posto ben definito.Continuavo a ripetermi tutto in ordine, compreso ciò che avrei trovato a San Sebastian. Alla caffetteria mentre bevevo il caffè ripetevo tutto ciò che avevo in memoria, uno mi guardò come se fossi un matto. Poco prima di arrivare nel Principato di Andorra trovo davanti a me una fila gigantesca di auto in fila indiana. Un posto di blocco, lì in fondo alla discesa dalla salita. Non fermavano nessuno, facevano andare a passo d’uomo. C’erano tre uomini in divisa tra doganieri spagnoli e francesi e alcuni individui in borghese. Porca la miseria vuoi vedere che aspettano questa cazzo di targa. Difatti ecco che mi dicono di accostare. Scendo dall’auto mi dicono di entrare in un furgone con tutti i vetri scuri da non vedere niente, parcheggiato a pochi metri. Entro in questo furgone e mi dicono di spogliarmi. Azzarola non è facile spogliarsi davanti a tre che ti guardano. Addosso non avevo nulla. Nelle mie scarpe un metal detector rileva del ferro. Difatti avevo la punta in ferro. Portavo gli anfibi, lo hanno constatato anche loro. Dopo avermi fatto vestire e seduto mi fanno alcune domande. Volevano saper dove andavo, con chi dovevo incontrarmi, cosa erano i block notes che avevo con me. Ect ect. Un terzo grado bello e buono. Ad ogni domanda avevo la sua risposta. I block notes li porto sempre dietro, a me piace scrivere poesie, pensieri. I signorini pensavano che scrivevo in codice criptico. Sublimi intelligentoni. Così intelligenti che non hanno trovato l’oggettino che trasportavo. Avevo fatto bene a trovargli un posto unico e difficile da trovare. Riparto ed entro nel Principato d’Andorra. Uno stato simile al Lussemburgo o il Liechtenstein. Trovato l’indirizzo dove dovevo fermarmi, un negozio di abbigliamento. Sopra c’era una stanza dove potevo riposarmi finalmente. Il negoziante mi fece vedere tutto, il bagno dove lavarmi, il letto dove dormire, un tavolino e una bottiglia di vino. Chiusa con il tappo. Mi diede la chiave della saracinesca per quando sarei uscito per mangiare. Dovevo chiudere bene così mi aveva detto il tizio. Se ne andò lasciandomi lì nel negozio di vestiti, era quasi buio fuori. Presi un panino al bar e tornai subito. Chiusi la saracinesca dall’interno e me ne andai di sopra. Chissà in quanti avevano utilizzato quella camera, poca luce, un solo lumino illuminato da una misera lampadina su di un comodino che bastava poco per farlo cadere, stava in piedi con tre piedini. Il materasso terrificante, un rumore di molle fastidioso. Mi accesi una sigaretta e rimasi alla penombra prima a pensare e poi a scrivere qualcosa. Mi faceva compagnia un rumore continuo di acqua, come un rubinetto acceso 24 ore su 24. Era l’acqua che scorreva sotto il Principato D’Andorra, una cittadina appoggiata a delle palafitte invisibili, bastava un terremoto e sarebbe uscito l’inferno da sotto. In un primo momento dava fastidio questo scorrere di acqua continuo e assordante ma poi ci fai l’abitudine. La mattina seguente riconsegno la chiave al negoziante e riparto destinazione San Sebastian. All’arrivo ci volevano circa 600 chilometri, attraversare tutti i Pirenei era un continuo zig e zag di salite e discese. Viene ritenuta la strada più spettacolare d’Europa. E poi quando vedi l’oceano da Bayonne noti uno spettacolo che ti lascia senza fiato. Scendi fino a Biarritz sulla costa, posto ideale forse l’unico in Europa per chi ama il Windsurf. Ci sono molti americani che preferiscono Biarritz e zone limitrofe per fare del buon surf. Io non ho tempo per il surf, devo raggiungere San Sebastian, mancavano che pochi chilometri. Ad Arragua mi fermo in un bar e chiamo, avevo in memoria il numero da chiamare. A farmi dare un gettone fu abbastanza complicato. La barista stava seguendo la telenovela e doveva finire la scena, quindi non poteva dar retta alla clientela ma vaffanculo. Mi sono subito cinque minuti di due che si baciavano sotto ad un albero con un bambino alquanto antipatico che piangeva. Ho notato che tra Spagna e Portogallo va di moda in certe zone sperdute avere nei bar la televisione accesa su riti religiosi e soprattutto telenovela del cazzo. Telefono al numero bene memorizzato in testa. Non so chi era dall’altra parte della cornetta, dissi “Ho una luce all’orizzonte”
La risposta fu al bagno De Cruz, silla de playa 24. Prima di mettere giù la conversazione chiesi un paio di scarpe nuove possibilmente reebok con la taglia 44. Superiore di una alla mia, per evitare problemi meglio una taglia in più che una in meno. Bello il sole caldo, la spiaggia, il mare, finito il tutto mi sarei fatto un bagno. La sdraio numero 24 era posizionata bene, vedevi l’oceano. Spunta una donzella che diceva di chiamarsi Anna con gli occhiali neri come il buco del culo dell’inferno. Una scatola con le belle reebok tutte bianche come il culo di un eschimese. Prendo le reebok dalla scatola e me le metto ai piedi, e inserisco le scarpe con il ferro dentro la scatola. Nel frattempo che aspettavo questa Anna, bello sdraiato al sole sulla sdraio ai miei anfibi, quello destro scrissi sul tacco “ Aquellos encuentra buscador” in italiano sarebbe “Chi cerca trova”
Dove era l’aggeggino? Prima di partire per il mio primo viaggio come mi avevano insegnato alla scuola. “Quella di Pensare” decisi di utilizzare un amico calzolaio che ai tempi aveva una bottega in viale Umbria a Milano, riparava scarpe, era un genio. Gli feci rifare i tacchi dei miei anfibi, lasciando quello destro vuoto al suo interno dove introdurre la piccola scatoletta, ben riparata da un pezzo di cellophane e incollata al suo interno da rimanere immobile. Fu un capolavoro. La tipa sorrise nel leggere la piccola frase e disse; ”Pequeno Poeta” voleva darmi del piccolo poeta. Si aveva ragione ero un piccolo poeta.

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