Il Software…2°Parte

Buonasera, spero che stiate tutti bene. Oggi qui a Milano c’era un sole meraviglioso, anche perchè c’era un’aria ventosa che ha spazzato via nubi e smog. Bè per forza ieri è arrivato dal cielo grandine e pioggia torrenziale. Per tornare a casa ieri sera ci ho messo un po’ più del solito. Comunque il mondo e strano e chissà dove andremo a finire. Non c’è più gentilezza e garbatezza al giorno d’oggi. Stamattina mi è successo un fatto increscioso, stavo andando in auto al lavoro, arrivo dalla Meda-Milano, poi faccio Piazza Lagosta vado avanti e giro in Via Vittor Pisani vado verso Piazza della Repubblica, per poi entrare in Via Turati percorrerla, attraversare il consolato americano per poi 200 metri dopo finire sull’incrocio che porta in Via Fatebenefratelli. Di fronte c’è pure il consolato spagnolo, girare a destra attraversare la questura che dall’incrocio sono 100 metri circa, proseguire e attraversare Palazzo Parigi l’Hotel dove si portano i clienti facoltosi. Attraversare la piccola Piazza San Marco, sita circa a 50 metri dall’Hotel, poi a 20 metri c’è l’incrocio sulla sinistra che porta in Via Brera e tutti i vicoli stretti. In fondo a 100 metri circa c’è Foro Buonaparte da dove si entra nel area del gigantesco Castello, quello chiamato Sforzesco. Giro a sinistra e prendo Foro Buonaparte verso Cadorna, c’è un po’ di coda, si va in un piccolo tratto a passo d’uomo. Guardo dallo specchietto retrovisore e noto che una donzella con la sua bicicletta cerca di destreggiarsi tra le auto. Noto con stupore che porta la gonnellina un po’ troppo cortina e delle calze un po’ osè. Mi passa a fianco, tiro giù il finestrino e gli dico; ”Scusi, posso chiederle una cortesia?” Lei risponde “Si.” Ed io gli dico “Potrebbe ritornare indietro, perchè ho visto aimè una sola parte dello spettacolo dell’interno coscia, la ringrazio infinitamente.” Noto in lei un ritardo di connessione mentale, su cosa le stavo chiedendo, come spaesata. Poi improvvisamente quando aveva capito con estrema lucidità cosa le avessi chiesto, ha saputo rispondermi. “Ma vafanculo.” E se ne va incazzata. Che modi dico, chissà dove andremo a finire in questo strano mondo, bastava essere più gentili. Poteva dire “Scusi ma ho fretta, mi dispiace ma non posso riproporle lo spettacolo, sarà per un’altra volta.” Un bel sorrisetto compiaciuto e se ne sarebbe andata. Ci sono modi e modi, come sempre sono garbato, gentile. Pazienza cosa volete che vi dica, il mondo andrà in malora. Porca la miseria dovevo postare la seconda parte del “Software.” Allora sedetevi, mettetevi comodi, perchè la seconda parte e un po’ particolare. Dove eravamo rimasti? Ah Si! Nella stanza bianca c’è il software inserito all’interno di una micro scheda. Il programma completo al suo interno va portato fisicamente al compratore in quel di Pechino. Il brevetto e giusto che sia di chi paga meglio. Devo preparare il tutto per la partenza. Vado al seminterrato dove c’è un gigantesco magazzino dove trovi di tutto per ogni esigenza, qualsiasi cosa, da un paio di pattini ad un cappello texano, dal costume di Zorro a una vespa azzurra degli anni 70, da una carabina a una vasta area zeppo di parrucche di ogni tipo, da una stanza piena di manichini a un locale molto grande dove ci sono altissimi scaffali dove ci sono scatole dove dentro trovi di tutto, pure i vecchi telefoni cellulari. Avevo trovato quello che faceva a caso mio, un Nokia nero piccolo. Mi metto ben comodo, e lo preparo, lo smonto, gli tolgo la pila ed elimino la fascia che tiene ferma la sim. La tiro via con delle forbici. Poi con delle pinzette, quelle che servono per tagliare le sopracciglia inserisco la micro scheda, solo appoggiata tenendola ferma con dello scotch, la micro scheda deve stare il più possibile ferma. Poi riprendo la pila e la rimetto al suo posto all’interno del telefono. Lo chiudo con la placchetta ed ecco il Nokia tornato in vita ma non funzionante. Dovrà sembrare funzionante ma non funzionerà, rimarrà sempre spento, il suo compito sarà quello di poterlo trasportare in aereo e passare tutti i controlli del caso. Del resto e un semplice telefono del menga. Ultime disposizioni che devo fare poco prima di partire, memorizzazione nella mia memoria mentale il numero di emergenza in caso di problemi. Numero della “Sim Svizzera.” La sim Svizzera e una scheda telefonica particolare perchè anonima e impossibile da intercettare. Ha un difetto, quello di ricordarsi questa infinità di numeri in sequenza. Memorizzare in memoria mentale pure i dati per la transazione bancaria del pagamento. Quindi è tutto pronto. Valigia con il minimo indispensabile, se dovesse succedere che mi si rompe una camicia la compro sul posto. Non porto nulla di elettronico, neanche lo smartphone che lascio sempre a casa. Ciò che conta e quel cellulare Nokia dove al suo interno c’è un valore di migliaia di dollari. Partenza da Malpensa, allo scanner metto il portafoglio, il teschio che porto al collo, il finto telefono Nokia. Tutto a posto salgo sull’aereo Emirates, prima tappa Dubai, sosta di tre ore. Partenza poi da Dubai sempre con la Emirates, destinazione finale Pechino. Arrivo puntuale, tutto prosegue senza intoppi. All’aeroporto di Pechino c’è l’interprete ad aspettarmi. Colui che mi farà non solo da traduttore ma anche da autista per tutto il tempo che sarò a Pechino. Un ragazzo giovane. Mi seggo sull’auto, dietro ma sul lato passeggero, preferisco li. Il ragazzo parla meglio di me l’italiano. Parliamo un po’, sa molte lingue. Incomincio a chiedergli il necessario per completare in breve tempo l’affare tra cliente e venditore. Chiedo subito una lista di negozi che vendono Pc portatili, e un negozio di materiale edile. Il ragazzo è stranito, non sapeva di queste novità. Gli spiego che il venditore alcune news le dichiara al momento sul luogo per evitare problematiche. In poche parole il ragazzo, penso abbia capito che nessuno si fida di nessuno. Prima dell’albergo, negozio Pc e negozio edili. Scelgo i due negozi, seguo l’istinto, la scaramanzia, numeri civici, la famosa numerologia. Si lo so, sono un maniaco dei numeri ma che ci posso fare. Ognuno ha i suoi difetti. Prendo il Pc portatile, nuovo, preferisco sceglierlo io. Convinco il commesso a portarmi un paio di scatole di Pc ancora imballati, non è mancanza di fiducia, sono le procedure, come diceva il professor Kruge; “Meglio un coglione oggi che un fesso domani.” Poi al negozio di forniture Edili, la scelta di due caschi antinfortunistici, uno per me e uno per il ragazzo interprete, che rimaneva sempre più sorpreso. Anche un giubbino a testa di color giallo, quelli che si usano nei cantieri edili. State facendo fatica a capire? Comprendo che per voi e tutto strano, seguite la storia e poi capirete. Si notava il ragazzo che era parecchio acerbo. Gli ho chiesto se fosse stato il suo primo lavoro. Puttana Eva era sì il suo primo incarico. Mi feci accompagnare in albergo. Bella la camera, in cima a un grattacielo, era ciò che desideravo. Bella vista, tante luci lì sotto. Ho sempre trovato sollievo guardare il mondo dall’alto, fin da piccolo quando salivo sopra il tetto alla Palazzina Liberty a Largo Marinai d’Italia, il parco situato in zona Porta Vittoria a Milano. Era il teatro che usava la compagnia teatrale di Dario Fò. Un teatro piazzato in mezzo ad un parco, poi dagli anni 80 fu abbandonato. Salivo sul tetto arrampicandomi attraverso gli alberi. Riuscivo dal tetto anche ad entrare dentro al teatro, sbarrato al pian terreno da ingressi pieni di mattoni. I coglioni non sapevano che ero Spiderman. La prima volta che incominciai a salire sul tetto fu quando un giorno un bambino giocando a palla la tirò così in alto che finì sul tetto del teatro. Il bambino scoppiò a piangere ed io da quel giorno feci contento quel bambino e andai sul tetto a recuperarlo. La prima volta non fu semplice, poi con il tempo era un gioco da ragazzi. Il padre di quel bambino non sapeva come ringraziarmi. Da quel giorno diventai “Lo spacciatore di palloni.” Sopra quel tetto ce n’erano un infinità di palle. Li presi tutti e li rivendetti. In quel periodo in negozio i palloni costavano un sacco di soldi era merce pregiata. Oggi i bambini non giocano più a pallone ma alla playstation e i palloni oggi sono scomparsi. Per questo amo guardare il mondo dall’alto. Molte volte vado su di un tetto a osservare le formichine dell’universo, che sarebbero gli esseri umani. Ho perso il filo, ah sì eravamo nell’albergo. Toccava aspettare il giorno seguente, il giorno dell’incontro tra il venditore e il compratore. Rimasi sul letto, non avevo sonno, non riuscivo a chiudere occhio. Rimasi al buio, che poi non era tutto questo buio, c’era una luce riflessa che arrivava dalle formichine sulla strada. Il silenzio era ben caldo e riflessivo. I doppivetri di queste grandi vetrate tenevano lontano il caos del mondo. Pensavo e pensavo così profondamente che senza accorgermene partì nel mondo dei sogni. La cosa che più mi fa incazzare e che non ricordo mai i sogni. Nel momento che mi sveglio so di aver sognato ma non ricordo. Solo una volta mi ricordai un sogno incredibile. Ero nel deserto, scappavo guidando una Fiat 127 grigia con gomme bizzarre che rimanevano sospese sopra la sabbia. Ero rincorso da una paio di brutti ceffi che volevano rubarmi la 127. La mia salvezza fu un chiosco. Che cazzo ci faceva un chiosco in mezzo al deserto. L’omino del chiosco mi disse; “Che cosa vuoi?” Risposi “Una birra e un fucile per sparare ad alcuni che vogliono rubarmi la 127.” Il tipo mi disse; “La birra non ce l’ho ma il fucile lo tengo.” Ed io gli domandai “Ma perché sopra il chiosco c’è scritto bibite a volontà, se poi non li tieni?” L’omino rispose “Forse non l’hai capito, qui si spara alle bibite.” E poi mi svegliai, questo fu l’unico sogno che ricordo in tutta la mia vita. E poi non capisco che c’entra una Fiat 127 grigia. Quella mattina dell’incontro tra venditore e compratore difatti al mio risveglio sapevo di aver sognato ma non riuscì a ricordarlo. Passo quasi una giornata a girare per l’albergo, tra una sauna finlandese, una piscina bella calda, alcune birre, un corteggiamento rivolto ad una donna cinese originaria della provincia dello Yunnan, ospite dell’albergo. Guardavo sempre l’ora in un gigantesco orologio posto al soffitto della piscina. Ecco arrivare le 18.00, saluto la bellezza ad occhi a mandorla, ritorno nella mia camera. Pisciatina, doccia e confezionamento del mio corpo con i vestiti portati all’occorrenza. Jeans, scarpe, magliettina sotto e camicia grigia sopra. Il mio teschio in osso al collo come portafortuna. Verso le 19.00 arriva l’interprete e ci avviamo al ristorante dove ci sarà la conclusione dell’affare. Sala riservata nel ristorante, divisa con delle pareti semovibili. Ci sono due funzionari del governo e un rappresentante di una società privata. Poi altre due persone, una aveva una valigetta, l’altra una piccola borsa. Sul tavolo arriva una specie di zuppa, mamma mia che puzza e che fumera. Per un istante non si vedeva un fico secco. Mi domandano cosa voglio per cena, solo riso rispondo, voglio solo strafogarmi nel riso e poi chiedo della birra in una bottiglia di vetro e se non ci fosse il vetro e ne la bottiglia sigillata di andare a recuperarla in un bar vicino. E se per caso il bar non esistesse sarebbe opportuno alzarsi e rimandare al giorno seguente con ovvio il recupero di una stramaledetta birra totalmente sigillata in una bottiglia di vetro. Dico all’interprete di tradurre ben chiaro a lor signori. Non mi fido, quando lavoro bevo solo su contenitori in vetro chiusi. Non vorrei trovarmi colpito da un attacco alieno di dissenteria. Si inizia questa cena, tutti con le bacchette, mi adeguo con fatica ma uso le bacchette pure io, per recuperare il riso mi sembra di essere un abitante del Biafra. Biafra una delle nazioni, (unica al mondo) che vide la luce in un lampo per poi morir di fame. Finisco il riso, sposto il piatto, voglio il mio posto del tavolo vuoto. Prendo il portatile nuovo, lo accendo. Nel frattempo dalla tasca tiro fuori il Nokia. I presenti osservano con curiosità lo smontaggio del cellulare. Stacco con cautela la micro scheda ben conservata al interno del telefonino. La inserisco nel’equipaggiamento del portatile. Si apre una schermata al portatile, apro, ecco tutti i file. Aziono quello di presentazione, clicco e metto in condizione che il video si possa vedere a tutti i presenti, rigorosamente in lingua mandarina. Nel frattempo mi alzo e mi apro la bottiglia di birra e inizio a bere lentamente, giro attorno a quel tavolo rotondo mentre i presenti ascoltano con estrema attenzione. Sbircio al di fuori di quelle pareti divisorie, il locale era abbastanza pieno, osservo se c’è qualcosa di anomalo tra tutta la clientela, tutto nella norma. Ritorno al mio posto, mi siedo e aspetto la fine della presentazione. Passano i minuti, inesorabili. Finisco la birra, chiamo l’interprete. Gli faccio capire a gesti che voglio un’altra birra. Prende la bottiglia vuota e passa dietro le pareti divisorie. Ritorna poco dopo con una nuova bottiglia sempre in vetro e sigillata, piena di una buona birra fresca. Finisce il video dopo circa venti minuti, sembrano contenti i presenti compratori. Subito dopo iniziai a spiegare cosa c’è all’interno della micro scheda oltre alla presentazione. La procedura, il programma completo di inserimento dati, il progetto della costruzione del tesserino ect ect. L’interprete era bravo, veloce e sintetico. La mia di cena si concludeva con la chiusura dell’accordo con il pagamento. In testa avevo tutti i dati per la transazione bancaria. Ma in quel momento arrivò un imprevisto, direi un grande imprevisto. Da sotto il tavolo spuntò la famosa valigetta che avevo intravisto all’inizio. Questa valigetta era piena di dollari, tutti belli profumati. Avete mai odorato una valigetta piena di dollari? Credo che odori di patata. Sapete quelle patate particolari che non si raccolgono sul terreno ma stanno tra due cosce. Penso che mi avete capito. La cosa comunque non la presi per niente bene, gli accordi erano transazione bancaria. I musi gialli scuotevano la testa. Nisba, i soldi erano quelli nella valigetta, tutti quanto erano gli accordi ma in contanti. E che cazzo!!! Non posso tornare in Italia con una valigetta piena di dollari, al giorno d’oggi ti arrestano, in Italia poi. Puoi farlo in tutto il mondo, quello di girare con una valigetta piena di dollari ma non in Italia. Anche per questo che in Italia c’è una crisi economica da decenni. C’è restrizione sull’uso del contante. Nel 99% dei paesi di tutto il mondo il contante puoi usarlo quanto ti piace, in quantità gigantesca. Cazzo!! Sono fottuto, rischio di rimanere in gabbia in questa città del cazzo, in mezzo a questi musi gialli e al riso alla cantonese. Uno dei coglioni ha saputo dirmi “Spendilo in Cina tutto quel denaro.” Ma va fanculo ho risposto aggiungendo all’interprete di non dirlo. Pensai, dovevo riflettere. Presi la micro scheda, la rimisi nel Nokia, lo chiusi bene e mettendomelo in tasca dissi all’interprete di annunciare ai compratori; “Di ai signori di aspettare qui, devo telefonare in sede.” Esco dal locale, azzarola ha iniziato a piovere. Corro, vedo un cabina telefonica. L’acqua dal cielo scende, si sente lo scroccare sul vetro della cabina, uso la scheda telefonica, ricordo il numero svizzero dove chiamare. Chiamo in sede a Milano. Suona, continua a suonare, non risponde, suona, suona, ecco dall’altra parte l’incaricato. Gli spiego la situazione, mi dice di aspettare che si informa. Mi dice di richiamarlo tra dieci minuti. Metto giù e aspetto, rimango dentro la cabina, passa un vecchio, vuole telefonare, gli dico che e guasto, faccio il matto prendo la cornetta e la picchietto sul vetro della cabina. Il vecchietto desiste, mi fa il dito medio e se ne va. Rido, si mi viene da ridere. Sono in mezzo alla merda e rido. A Milano la fanno facile, il problema che sono io nei casini e devo smazzarmela io. Piove e scende, niente a che vedere con le piogge di Milano, quelle sono violente o magari fastidiose. Queste piogge cinesi invece sono lineari, sempre identiche, stesso diametro di goccia, stesso peso. Che discorsi da demente che mi venivano in testa in quel frangente. Muovo le dita sul vetro e tutto appannato, faccio fatica a vedere. Appoggio la schiena sulla cabina, vorrei sedermi ma e piccola, saltello, conto, devo contare, calcolare i dieci minuti, chissà quanto tempo e passato. Cazzo non indosso neanche orologi. Esco dalla cabina e sotto la pioggia cerco un fottuto passante per chiedere l’ora; “What Time Is It?” Porca troia ci fosse uno che capisse l’inglese. Tutti mi guardano strano, bè non hanno tutti i torti, capelli bagnati, straniero andante, demente suonato, e cristiano perduto. Ma si mavafanculo, chiamo lo stesso. Rimetto la scheda telefonica e rifaccio il numero. No!!! Ho un vuoto di memoria, no no, ho pensato troppe cose e non ricordo più l’ultimo numero della sim svizzera, 7 o magari 8, o forse era un 3. Più penso e più mi incasino. Fermati un secondo, ok rimetti giù la cornetta, ritira fuori la scheda. Svuota la mente, rifletti a quando ti hanno insegnato alla scuola di aggiornamento di fare respiri profondi, svuotare le mente, guarda la pioggia, distraiti, asciuga con la manica della camicia il vetro. (continua)

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