L’ultima volta di Minsk…

Oggi pomeriggio ho saputo che il prossimo viaggio sarà a Praga a giugno. C’era una voce che girava tra i corridoi, poi intravedo uno dei piani alti arrivare. Stavo per entrare nel mio ufficio dopo un caffè ristoratore. Mi fermo, sento i passi che arrivano. Un passo deciso e forte, subito mi è parso che fosse si uno dei piani alti, altissimi, uno dei grandi capi solo lui ha quella cadenza imperiosa. Mi volto e lo vedo arrivare. Pensavo ora si ferma a destra, no vedi che forse si ferma a sinistra, neanche. Me lo trovo davanti. “Preparati che a giugno vai a Praga, settimana prossima riunione per organizzare il viaggio e tutto ciò che dovrai sapere.” “Ok.” L’unica cosa che ho saputo dire. Entro nel mio harem e sorrido. Wow! Praga la città che più adoro. Praga la conosco come le mie tasche, sinceramente ci andrei a vivere. Di solito quando soggiorno a Praga ho sempre il solito appartamentino all’ultimo piano di un residence oltretutto gestito da un napoletano. Al quartiere ebraico, posto super tranquillo, direi maniacalmente tranquillo. Situato vicinissimo alla Piazza della città vecchia, dove c’è l’orologio astronomico. Praga negli ultimi anni ha sostituito Minsk. Prima ero sempre a Minsk, in Bielorussia. Sempre per motivi lavorativi. Minsk e diversa da Praga, molto più fredda, più retrò. La differenza la noti fin da quando sali sull’aereo. Quello della Czech Airlines e di fabbricazione moderna. Se invece sali nel Belavia ti ritrovi in un aereo vintage, rumoroso, sgangherato, sembra che vengano da epoche distanti. Se poi andate in un albergo di Minsk notate che le camere sanno di sigaretta. In effetti e consentito fumare, sembrava che il tempo si fosse fermato. Quando si arrivava a Minsk prendevi un taxi e vai al solito albergo del cazzo. Avevi la tua solita camera che sapeva di nicotina, respiravi nicotina. Volendo avevi la solita donzella, nel senso che cambiava nei capelli, nello sguardo, nei vestiti, a volte era alta a volte bassa. Ci pensava l’albergatore, appena ti dava le chiavi ti diceva se ne volevi una, aveva il suo taccuino, telefonava e arrivava quella libera, lo metteva sul conto che mandava all’azienda nella voce “Extra”. A volte eri stanco e gli dicevi “Niet, zautra, spasiba.” in italiano “No,domani, grazie.” Non sempre avevi voglia di far andare il biscotto, a volte si necessita di tranquillità. Si arrivava sempre verso sera, una bella bottiglia di vodka e aspettavi il giorno seguente. La mattina seguente arrivava l’autista e ti portava nei villaggi. Perché si andava nei villaggi? Bella domanda ma non posso dirvi il perché si andava. Da Minsk a Gomel erano circa 400 km. Una strada diritta che sembrava non finisse mai. Chilometri di niente, solo campi e boschi. Come se il mondo non esistesse, oltretutto una strada dove veder passare un auto perderesti la cognizione del tempo. Su quelle strade passano dieci auto ogni ora. Dopo un po’ arrivava una zona detta quella della morte. Da un lato della strada cartelli con un teschio, da lì e sconsigliato passare, area contaminata dalla centrale nucleare di Chernobyl esplosa. Dall’altro lato zona libera. Riflettendo se a destra ci sono le radiazioni come e possibile che a sinistra a 40 metri di distanza sia incontaminata. Tutte cazzate. Quelle zone devono essere interdette all’uomo per più di 200 anni. Tempo necessario che le radiazioni scompaiano, sempre se scompaiano. Viaggio e scrivo sul sedile posteriore, scrivo ciò che vedo, ciò che mi passa per la testa. Se sapevo dipingere avrei dipinto ma sono negato con i pennelli. Arrivo al villaggio, sanno del mio arrivo, c’è il comitato d’accoglienza. Strette di mano, l’autista se ne va e mi dice che tornerà tra una settimana. In quel villaggio con un ospite funziona che si dormirà in casa di una famiglia diversa ogni giorno. La sera la temperatura cala, fa freddino, e in tutte queste famiglie la vodka non manca mai. Loro la usano come l’acqua. Lavarsi si usa l’acqua del pozzo. Quando si cena sul tavolo loro usano mettere tutto insieme. Dal’antipasto al dolce, tutto insieme. Quindi mi ritrovavo circondato da piatti giganteschi pieni di ogni ben di Dio. Se non mangi si offendono. Quindi assaggiavo di tutto, una forchettata a destra su dei macaron che sarebbe in italiano la pasta. A dire la verità erano un po’ dolciastri, perché usavano il ketchup come sugo. Difatti non mi piacevano troppo ma per non offendere ne prendevo uno alla volta per poi passare la forchetta sul pollo sulla mia sinistra. In centro un piattone di patate. Affianco mi mettevano la marmaglia di figli che continuavano a rompermi i coglioni per farmi vedere tutti i loro giocattolini. Uno addirittura si era permesso di mettere il suo soldatino sulla mia pasta. E che cazzo! Poi vedevi il padre che partiva con un ceffone che ribaltava il povero bambino, senza dimenticare che iniziava a piagnucolare da rendermi quasi sordo. E capitato anche questo. Per i bambini vedere uno straniero e come vedere babbo natale senza barba e senza cappottone rosso. Anche nel bere cercavo di usare parsimonia, loro si riempivano di vodka e crollavano, io andavo cauto, sempre sveglio. Quando si lavora mai perdere il controllo. Dormivo su di un letto ad altezza pavimento, tenevo tutti i miei oggetti personali in albergo a Minsk. Nel villaggio portavo solo un cellulare (per emergenze) datomi dall’autista. Alla mattina per svegliarmi mandavano in ricognizione i pargolotti che usavano le mie orecchie come giocattolo in carne e ossa. Niente colazione, non potevo bere caffe e tantomeno tè fatto con l’acqua del pozzo. Niente colazione. Poi alla sera ero ospite di un’altra famiglia. Ma cosa credete che era a gratis? No ci pensava chi di dovere a pagare. Ogni famiglia per avermi coccolato e ben nutrito veniva pagata. In Bielorussia il governo veniva eletto tramite particolari elezioni. Consisteva che un mese prima delle elezioni lo Stato ossia il presidente Aleksandr Lukashenko blocca gli stipendi degli statali (il 90 della forza lavoro in Bielorussia e dipendente statale) per poi riattivarli il giorno dopo le elezioni quando lui si accaparrava il 90% dei voti. Ottima tattica per farsi rieleggere, in effetti è in carica dal 1994. Non oso pensare quando il figlio di Lukashenko il bel Kolya prenderà il suo posto. Ha saputo rimproverare il Papa Ratzinger quando Lukashenko fece visita con la famiglia al Vaticano. Papa Benedetto VI gli accarezzò la testa e il Kolya si infuriò con il pontefice “Non ti azzardare più a toccarmi” Lukashenko si scusò con il Papa. Un tipetto tutto particolare il piccolo Kolya. Nel villaggio mi hanno raccontato che questo Kolya giri con una pistola d’orata in tasca regalatagli da Putin. Alla fine della settimana rientro a Minsk, nel solito loculo che sa di nicotina. Si all’ultima sera nel prendere la chiave della stanza faccio cenno all’albergatore di mandarmi una donzella. Nel giro di venti minuti arriva, lascio la porta aperta. L’aspetto lì su di una poltrona mentre guardo Minsk dalla finestra, e quasi buio e il cielo scompare. Minsk diventa neutra, come se al tramonto quella città iniziasse a far parte del mondo dei fantasmi. Sento le mani sulle spalle, non so se ha i capelli rossi, gialli o verdi. E sempre una sorpresa quando compare. Si china in ginocchio. Non mi resta che stare immobile mentre inizio a viaggiare nel tempio dell’amplesso. Si spera sempre di ritrovare la strada di ritorno quando si viaggia in quello strano mondo. L’indomani mattina ho da prendere l’aereo.
P.S. Dipinto del pittore danese Carl Heinrich Bloch. In mostra alla galleria nazionale di Copenaghen.

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