La Gabbia…(1°Parte)

Buonasera tutto bene? Oggi vorrei raccontarvi una storia accaduta alcuni anni fa ma prima vorrei puntualizzare la sigla P.M.B. Le ultime tre lettere B i piani alti mi hanno messo la museruola. Sulle tre città con la lettera B iniziale meglio non parlarne perchè e roba fresca. Comunque con il tempo ci arriverete da soli, portandovi alla coscienza che questo Charles Vas sa troppe cose in anticipo. Torniamo alla storia che devo raccontarvi. Avete cenato? avete dato da mangiare ai vostri cari, ai vostri mocciosi, agli animaletti, lombrichi pelosi e no. Avete poi messo i bimbi a letto? Avete preparato la bacinella piena d’acqua e introdotto i piedi dentro. Potete anche se volete accendere un falò e ungere i vostri piedini di olio e immergerli tra le fiamme, sentirete abbrustolire la vostra pellaccia. Che sensazione sentire la propria pelle bruciare. Quello che sentivo in Angola ai tempi della scuola da costruire, sotto un sole cocente e il catrame liquido che ti faceva da specchio luccicante in viso. La storia di stasera parla ancora di Africa. Avete preparato un goccio di Armagnac? Io bevo quello come brandy. Voi fate quello che vi pare. Sedetevi, non vorrei che abbiate cedimenti mentali che vi porteranno a farvi la bua sul popò. Sdraiatevi nel giardinetto, balconcino o magari in un terrazzino. Siete pronti, conto alla rovescia 0…-1…-2…-3 Via!
Alcuni anni fa, dopo i fatti d’Angola in quel famoso luglio, di Africa non se ne parlò più, fino a quando una mattina non arriva sulla mia scrivania una busta bianca. L’apro e noto un bigliettino da visita. Chi cazzo mi lascia una busta a nome mio con all’interno un bigliettino da visita. Ho l’abitudine che lascio la scrivania totalmente vuota alla sera. Immaginarsi arrivare alla mattina e vedere una busta accuratamente posizionata in mezzo. Vado dalla segretaria giù all’ingresso se sa qualcosa. Lei nisba non sa nulla. Vado dal mio collega anche lui e sorpreso. Poi un’altro collega mi dice che la sera prima era giunto un uomo ben vestito e chiedeva dell’uomo delle favole. E pensava che fossi ancora in ufficio. I miei colleghi non sanno che quando vado via esco da una porta secondaria per non farmi rompere le due nocciole. Esco in maniera totalmente invisibile. Ho trovato un’uscita secondaria, dove solo Io tengo le chiavi. Nella azienda dove lavoro non si usano cartellini da timbrare, niente di tutto ciò. E pieno anche di telecamere, esclusi i bagni almeno credo. Solo ai sotterranei c’è un metal detector per evitare che si porti via qualcosa che non devi portare via. Si deve sapere ciò che entra e ciò che esce da quei sotterranei. Compili dei fogli quando fai uscire qualcosa e ricompili dei fogli quando devi farli rientrare. Comunque andiamo al sodo. Il mio collega disse all’uomo ben vestito che mi avrebbe ancora trovato nel mio ufficio, in fondo al corridoio. Penso che quando entrò non vide nessuno e mi lasciò questa busta con un bigliettino con scritto Sig.Schuster Mallover, una località olandese e un numero telefonico. Al momento non chiamai, prima di telefonare pensai a cosa poteva essere. Faccio un ripulisti nella mia mente ma non ricordo nessun Schuster. Poi mi faceva paura l’Olanda. Pensavo “E se era uno della corte penale internazionale sui diritti umani, per quello che era successo in Libano?” O forse qualcuno che giunge dal passato della D.D.R.? Non credo. Di solito capita che il passato venga a farci visita, il mondo e strano. Cosi strano che siamo degli abitanti di questo mondo fin troppo astratti. Decido di telefonare, risponde dall’altra parte il Sig.Schuster Mallover e organizziamo un appuntamento. Lo aspetto alla sera tardi, alle 22.00, l’unico orario dove il signorino era disponibile, perchè l’indomani sarebbe rientrato a Zoetermeer una piccola cittadina olandese. Mi hanno insegnato che il cliente va sempre accontentato perché “Paga” Giunge la sera, il tramonto fa diventare quel mondo già buio, in azienda c’ero solo, avverto la guardia che dovrà arrivare una persona e di accompagnarla direttamente nel mio ufficio. Aspetto le 22.00 giocando a scacchi contro il computer. Quando si attende non si sa mai ciò che vai ad incontrare. Chiamo e mi faccio portare una pizza al tonno d’asporto, una birra dal mio mini frigo bar sempre rifornito di nettare di ogni Dio. Gioco con il cellulare, il giochino del serpentello che non deve mangiarsi il culetto se no perdi. Mi chiama la mia donzella di quel periodo, è un pochetto gelosa da quando ho fatto il birbantello. Al telefono pensa che sono tra le cosce di un’altra, fa le battutine. Le donne quando si mettono in testa una fissa, non se la tirano via più. L’avverto che alle 22.00 chiudo le comunicazioni con il mondo, il lavoro è il lavoro. Mancano quindici minuti alle 22.00. Le passo al cubo di Kubik, per quello che mi riguarda lo trovo impossibile completarlo. Sono negato per questi giochi da intelligentoni patentati. Sono più da giochi di astuzia e strategia, come gli scacchi. Con un paio di minuti di ritardo arriva il signorino. Presentazioni di rito, chiudo la porta e ascolto la sua richiesta. Tiro fuori dal cassetto le caramelline di rito “Les Anis de Flavigny” sono piccole caramelline francesi all’anice. Mi furono regalate. A me regalano di tutto per ringraziarmi e per leccarmi. Siccome a me non piacciono le spupazzo ai clienti. Collaudo il loro stato di salute, siccome erano scadute da decenni quelle caramelle, sperimento se mi crepano di fronte ai miei occhi o magari mi svengono oppure hanno strani battiti cardiaci, sai che spettacolo. L’olandese era un uomo sui sessant’anni, ben portati, un capello che toglie appena si siede. Dice che i miei capi ai piani superiori lo hanno mandato da me. Gli stronzetti non è che mi avvisano, se ne sbattono le nocciole. Mi faccio spiegare che cosa ha di bisogno. Una lunga spiegazione che mi ha tenuto ben attento. Al momento non dico una parola, preferisco alzarmi e andare al mio mini frigo, gli dico se vuole una vodka bella fresca. Ci vuole qualcosa da buttare giù nelle budella. Tiro fuori la mia preferita la Vodka che mi regalavano quando andavo in Bielorussia nei villaggi, fatta in casa dagli abitanti, usando l’acqua contaminata della centrale di Chernobyl. Che goduria sentire dentro il proprio corpo quella splendida Vodka, bella forte e pungente. L’olandese accetta, facciamo un brindisi, lui con la Vodka io con il Whisky e cerco di perdere tempo, devo pensare, non so se accetterò il lavoro, mi sembrava un po’ complicato. Negli scacchi quando sei chiuso devi aprire un’altra strategia. Penso, cambio argomento, gli domando dove risiede, in che hotel, se aveva cenato, cerco di divagare. Vedevo che fremeva, da come stringeva il capello, da come picchiava il piede destro in terra. L’osservavo, cercavo di capire che vestiti portava, per capire se era pieno di soldi. Feci caso all’orologio che portava al polso, con una scusa gli chiesi che marca fosse, un Rolex. Gli raccontai della mia collezione di orologi da tasca, un’infinità, alcuni rari, altri presi in prestito. Quella parola “Prestito” fece sorridere il vecchietto, era intelligente il tipo. Mi sedetti sul bordo della scrivania, di fronte al vecchio e gli raccontai una storia che mi raccontava il professor Kruge, su cosa sia la vita senza la forza di attraversare tutti gli ostacoli che il destino ci prospetta. Niente, un fottuto pugno di mosche in mano. Alla fine presi un foglio di carta e gli scrissi una cifra con alcuni zeri su di un foglio, facendogli capire di non parlare ma di scrivere su quel foglio un Si oppure un No. Scrissi la cifra che avevo preventivato per tutta l’operazione. Accettò, mise un Si e la sua lunga firmetta. Gli feci capire che avevo bisogno di un mese di preparazione, bisognava azionare la grande macchina delle illusioni. Gli dissi “Caro Signor Schuster, il gioco delle illusioni va preparato bene, per poter raggiungere l’isola che non c’è.”
Mi domandò se fosse una frase di quel certo professor Kruge. Gli risposi, “No no, e mia.”

P.S Dipinto fantastico del pittore russo Nikolay Nikolaevic Ge, pittore che raccontava il “Realismo” dipinto che parla dell’interrogatorio del’Imperatore Pietro I di Russia allo Zar Alexei Petrovich Romanov conservata alla galleria privata di Pavel Tretyakov, uno dei più grandi collezionisti privati della storia. Ha donato tutto allo Stato Russo. Ora la Galleria con migliaia di dipinti si trova a Mosca, sotto il controllo del governo Russo, al suo interno si trova questo dipinto.

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