La Gabbia…(3°Parte)

Siamo all’epilogo di questa storia che voi non potete neanche immaginare, va solo assaporata e capire che si può tutto. Basta avere la magia dentro e saper fare del semplice illusionismo. Sedetevi e non state in piedi come dei mammalucchi. Ma dove credete di andare? Lasciate tutto ciò che vi circonda e partite in luoghi sconosciuti. Abbiate il coraggio di cambiare, modificare il vostro modo di vedere il mondo. Per questo si è anche diversi l’uno all’altro, si forse una volta si era diversi, oggi siete tutti uguali. Oggi il mondo è diviso in soldatini tutti identici, poi c’è una minuscola parte che vive in modo stranamente anomalo, che continua a fuggire cercando di restare a galla sospesi ad un filo invisibile, legato a sole due estremità. Da una parte la stella Nibelius, quella della follia, dall’altra la stella detta Clivelias, quella della magia. Come racconta un’antica leggenda Atzeca, dove due stelle un giorno per potersi parlare decisero di unirsi in un filo invisibile. Questo filo fu una cattiva idea, perché fece scoprire ad ognuno il mondo dell’altro. Questo fece dileguare la follia da una parte e la magia dall’altra. Ora andiamo a concludere questa storia, realmente accaduta alcuni anni fa. Siete pronti? Via! Tutti gli amici di merende erano riuniti in Namibia, dove c’è la capanna dell’inglesino William con la sua sedia a dondolo e il suo ombrellino a fiorellini. Suggerisco all’inglese di portare via il veterinario, fargli fare un giro nella savana e andare a prendere il nostro amicone leone Masai. Avevo da ultimare le ultime cose con gli amici del Botswana. Questi amici sono arrivati con un bel camioncino con sopra delle semplici casse da frutta. Al suo interno dei barattoli, tipo quelli di latta per il caffè. Wow! ottimo lavoro, ermeticamente chiusi. Dico di portare le casse dentro la capanna. Metto una coperta sopra un tavolo, poi apro il primo barattolo e svuoto il tutto sopra la coperta, controllo pezzo per pezzo. Piccoli frammenti di kimberlite. La kimberlite e da dove nascono i diamanti. Un lavoro certosino spanderli sulla coperta ma era fondamentale controllare pietra su pietra. Il diamante in se e la cosa che rende uno dei vizi dell’uomo un fatto orgasmico, sia per gli occhi che sentirselo addosso. Soprattutto a molte donne che vanno pazze per i gioielli. A me sinceramente me ne poteva fregar di meno, il mio compito era portare questa kimberlite in Olanda. Da lì poi sarebbe andata in una azienda per la trasformazione della kimberlite in gioielli. Era semplice mercato nero. L’azienda aveva superato il limite consentito. Per non fermare l’attività si era giunti a dover acquisire dal mercato nero. Cerco di spiegarmi meglio, il governo del Botswana ha deciso di vendere al miglior offerente i residui, sotto banco ovviamente. Per far entrare la kimberlite in Olanda senza problemi bisogna far un gioco di magia, c’è ma non si vede. Svuotai tutti i barattoli sopra questa coperta, poi chiamo alcuni uomini di Duarte e mettiamo la coperta strapiena di kimberlite su di una bilancia di quelle che si usano ai macelli. Per sollevare la coperta piena di kimberlite c’era stato bisogno di molti uomini. Il peso finale alla bilancia era perfetto, tutto quanto il Sig. Schuster aveva detto. Variava di pochissimo, fisiologicamente poteva variare in meno. Era la giusta quantità che in Olanda doveva arrivare. Senza perdere un attimo di tempo, dal camion prendiamo degli attrezzi e smontiamo i tubolari dalla gabbia. Al fabbro avevo chiesto specificatamente come dovevano essere i tappi, fissati in alto al tubolare, fatti in alluminio, cosi da smontarli e montarli facilmente. Ogni tubolare aveva due viti, uno sotto e una sopra sul tappo. La kimberlite pezzo per pezzo entrava dentro ai tubolari, come quando inserite della sabbia. La kimberlite a differenza della sabbia luccica ed ha uno spessore un pelino più grosso. Ogni tubolare era pieno, rimasero vuoti solo quelli della porticina dell’ingresso del leone Masai. Gli amiconi del Botswana se ne tornano a casa. Attendo sul dondolo e aspetto l’arrivo dell’inglese, del veterinario e del leone. Dovevano arrivare da lì a poco. Il Masai sarebbe stato dolcemente addormentato sul cassone di una Toyota scoperta. Mi dondolavo, ero ben coperto dal sole grazie al mio bel cappello nero che porto da decenni. Avevo i miei soliti occhiali da sole da spavento, ermetici fino a quasi a coprirti le orecchie. Senza far passare un filo d’aria. Il silenzio in quel deserto, era indescrivibile, che pace. Dondolavo lentamente, facendomi accarezzare da insetti volatili, che ti passavano accanto, cercando di non disturbarti. Erano gentili, forse un pochino poco silenziosi. Gli uomini di Duarte erano svaccati in una piccola zona d’ombra. William aveva fatto accanto alla capanna un pezzo di muratura con sopra un eternit che in Italia sarebbe cancerogena. Aveva attaccato anche un rubinetto, dove se lo azionavi usciva della magica acqua calda quanto la pisciazza di un cammello in fase di aborto. Si divertivano a bagnarsi. Guardandomi attorno cercai da dove cazzo arrivava l’acqua, sapete che sono molto curioso. Guarda l’inglesino che bravo si era fatto un pozzo. Da quel pozzo arrivava l’acqua tramite una pompa spinta da un generatore. Mah si! Era l’ora, mi slaccio i pantaloni e faccio la mia pisciatina dentro a quel pozzo. Sarebbe stato bello poi lavarsi i capelli con qualche goccia della mia bella e profumata pipi. Potrei definirla quasi biologica. Il biologico va di moda. Peccato che non posso partecipare ad un eventuale party shampoo. Che ridere. Ritorno al mio dondolo. Sento un rumore d’auto, in quel silenzio si sente lontano chilometri un veicolo in arrivo. Ecco arrivare il Re della foresta che dorme. Faccio avvicinare a pochi centimetri la Toyota al camion. Poi tutti insieme spingiamo il nostro amicone dentro la gabbia posta sul camion scoperto, per un viaggio che lo porterà nel mondo della libertà, della democrazia dei popoli, nel mondo del benessere. Che cazzo di posto stupido per un leone così bello. Ponzino dorme, e il nomignolo che diedi all’amico peloso. Chiudiamo la gabbia, ben sigillata. Nessuno si avvicinerà a quella gabbia. Lo stesso leone farà da guardia ai futuri gioielli. Salutino di circostanza, L’inglese mi liscia tutto, fa il lecchino, mi dice che è sempre disponibile per ogni lavoro. Cento mila volte gli dico Ok! Stai tranquilla so come chiamarti. Mi piazzo sopra il camion a fianco della gabbia vicino al mio amicone Ponzino, seduto su di una poltrona di fortuna, raccattata in Angola, messa come rottame. Piena di buchi di topi affetti da topite. Mi prudevano anche le chiappe su quella poltrona, non vorrei che ci fosse stato qualche acaro o pulce che avesse preso il mio culo come giocattolaio. Direzione Angola, precisamente porto di Luanda. nave merci, destinazione Porto di Amsterdam. Tranquilli Ponzino, non sarà lasciato in Olanda. Al porto entrerà per poi uscire destinazione Genova. In Olanda sarà in visita il leone. Ci penserà il signor Schuster Mallover e il suo personale a togliere da dentro i tubolari la kimberlite, un tubolare alla volta, se ne smonta uno, si svuota e si rimonta e cosi via. Come quando i certosini secoli fa raccoglievano le noccioline dalle pianticine, una alla volta. Quel giusto per non traumatizzare la povera piantina. Nel caso della gabbia, giusto da non farsi mangiare una mano da Ponzino. I tubolari venivano svuotati su delle bacinelle direttamente lì al porto, in un posto di proprietà della società del vecchietto Schuster. Nel frattempo avevo invitato il veterinario a bere in mia compagnia una birra, era giusto distrarlo, non volevo che iniziasse a fare troppe domande. Alla fine il bravo veterinario non si sarebbe accorto di nulla. Come volevasi dimostrare al controllo delle dogane nessuno avrebbe fatto domande o magari avesse avuto la splendida idea di disturbare Ponzino. Tutti ci tengono alla propria vita, per questo avevo scelto un leone a guardia dei diamanti. Non potevo affidare il carico al cane Bubù o al gatto Sissy. Tutto filava liscio. Tornati da Ponzino, il Sig. Schuster e i suoi dipendenti se ne erano già andati. Bisognava attendere il giorno seguente per ricaricare la gabbia su di un’altra nave, destinazione Italia. Dai su, dicevo tra me, mancano che poche ore e poi si salpa. Feci un giro per il porto, arrivò in fretta la sera, mi ero tolto il capello ed occhiali. Avevo ancora quel teschio legato al collo con dei lacci di scarpe. Una sistematina al mio abbigliamento da appestato patentato, confermo facevo schifo, pure con la barba lunga. Buttai la mia testa sotto un lavandino ad inzupparmi i capelli. Ci voleva gente, togliersi dalla testa le pulci, qualche pidocchio e quel sale dalla terra bianca. Non avevo voglia di compagnia, avevo detto al veterinario che avevo un appuntamento. Giusto per non portarmelo dietro, volevo starmene da solo. Appena fuori dal porto ci sono dei locali dove poter mangiare qualcosa che sia occidentale. Una birra, una seconda birra, una terza e aspettare l’alba. Finire di dormire su di una sedia, come sempre del resto. Avevo fatto l’abitudine a dormire nei posti più disparati, sedia, pavimento, poltrona, tavolo. Anche la mia donna a casa qualche volta mi vedeva alla mattina buttato in terra a dormire. Non aveva tutti i torti, a dire. “Scusa c’è il letto a pochi metri.” Ha ragione ma dovete capire che a volte si, vai sul letto, su di un comodo materasso, che quando ti appoggi per la lunga dici “Sto godendo.” Ma poi dopo 10 minuti devi alzarti. Ti manca quel qualcosa, allora ti metti sul divano, o magari sulla sedia, o magari la prima cosa che vedi. E sprofondi nel sonno più lungo che neanche le viscere dell’inferno conoscono. Aveva capito il locandiere che stavo dormendo da Dio, non mi disturbò, solo alla mattina mi piazzò sul tavolo una tazza di caffè fumante. Era pisciazza americana, protesto, gli indico con le dita, piccolo coffè. Lui sorride e dice italiano. Rispondo “Yes.” Ecco arrivarmi un micro caffè. Cazzo!!! Mai una via di mezzo, o tanto o troppo poco. Sembrava lo sciroppo per la tosse, sapete quello che si mette nel cucchiaio o nel suo tappino. Quello era il caffè che intendeva il coglione. Anche se a dir la verità ho il vizio di bere quando capita in alcuni casi se ne avessi bisogno lo sciroppo a canna, come quando bevo l’acqua tutta a canna. Anche quando bacio lo faccio a canna. Si parte alla mattina per l’Italia, destinazione Genova, il porto dove arriva tutta la merda del mondo. Container da ogni parte del mondo, dove nessuno sa cosa ci sia all’interno di molti container. Meglio che sto zitto. Parlo a Ponzino gli dico che c’è la sua nuova casa, di non far caso agli italiani. Brutta razza ma amano gli animali meglio di loro stessi. Porca paletta e tutto il viaggio che parlavo al leone, credo che non mi sopportasse più. Continuava a sbadigliare, avrà pensato da che imbecille si era fatto accompagnare. Al porto c’era il camion del circo, era venuto a prendersi Ponzino. Prendo la mia borsa, dove tengo quattro vestiti in croce, il minimo indispensabile e me ne torno a casa. Avevo finito il mio lavoro, soddisfatto come un bambino quando fa bene l’esame di quinta elementare. In tasca mi sono lasciato un pezzo di kimberlite. L’ho scelto in quella capanna, quando controllavo pietra su pietra e ne presi una, perché assomigliava a qualcosa di femminile. A Milano poi la feci lavorare da uno specialista, ne e uscito qualcosa di un violetto luccicante. Ci assomigliava si a quello che avevo pensato nel momento che l’avevo scelta. La pietra la tengo sulla mia scrivania come souvenir. Qualcuno un giorno mi chiese cosa fosse quella pietra. Gli risposi “Il calco di una patata femminile.” Dopo aver lasciato Ponzino tornai a Milano, ad aspettarmi c’era l’allora compagna, che ha saputo dirmi; “Quanto puzzi ma dove sei stato per tutto questo tempo.” Sono forse queste le ragioni per cui tutte le mie relazioni sono durate poco. Le troppe domande, e le poche risposte. Come diceva il professor Kruge; “Non sempre una domanda ha la sua risposta ma quasi sempre una risposta ha la sua domanda.”

P.S. Dipinto straordinario di Nikolay Anokhin “Nella vecchia casa di Rakitinyh” collezione privata. Straordinario, si nota una bambina coperta in viso e un gatto in alto che la guarda.
Accompagnamento musicale russo, solo per grandi intenditori di un genere un po’ complicato, anche il gruppo Depneim arriva da Mosca, come il pittore Anokhin.

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