Il Finto Prete…(2°Parte)

Non era facile con in braccio un bambino districarsi tra i casini scoppiati a Gibuti. Avevo già un’insofferenza all’orecchio. Mi prudeva, la colla stava perdendo effetto. Al bar del porto la moglie di Gameiro si prese il piccolo, anche dopo aver insistito di prenderselo. Tra lei e Gameiro c’era una guerra. Non voleva sapere di suo figlio ma poi dicendogli che degli ignoti lo avevano ammazzato decise per il momento di tenerlo. Dovevo risolvere i miei cazzi. Gli chiesi se sapeva di alcuni contatti che aveva il Gameiro, con qualcuno di Nuova Delhi, ovviamente non frequentandolo più lei era all’oscuro di tutto. Poi gli venne in mente che ogni giorno passava davanti al suo negozio e lo vedeva attraversare la strada e infilarsi dentro un portone. Eccolo li di fronte il portone di legno. Andai a vedere cosa c’era dopo quel portone. Un fatiscente caseggiato e un ammasso di gente senza tetto. Che schifo, dovevo districarmi tra il vomito sparso di qua e di la. Pure a camminare attorno a delle cagate sparse sulle scale. Meglio a Chernobyl, lì almeno era tutto isolato, fa niente se c’erano le radiazioni, almeno era tutto pulito. Ad ognuno che incontravo dicevo se conosceva un certo Gameiro. Sembrava l’avamposto dell’inferno, dovevo stare in campana. Guardai in terra se c’era qualcosa che poteva diventare anche un arma. Chi ha avuto insegnamenti del “Kobudo” può utilizzare qualsiasi cosa come arma. Il Kobudo dovrebbe essere insegnato nelle scuole fin dall’età dalla giovane età. Sia a maschietti che alle femminucce. Il Kobudo nato migliaia di anni fa tra le campagne giapponesi, serve per difenderti, e la più antica tecnica di difesa al mondo. Ci sarebbero meno stupri, meno rapine. Anche uno stuzzicadenti, una penna, una stringa di una scarpa, un tappo di bottiglia, un accendino, un’occhiale anche una sigaretta e una efficiente arma che potrebbe uccidere. Presi da terra utilizzando le maniche della camicia un piccolo bastoncino di legno. Lo pulì bene e lo misi in tasca, in caso di necessità un’infilzata sulla giugulare. Colpire velocissimo come ti insegnano al Kobudo. Continuo a salire i piani, controllo gli appartamenti, tutti aperti. Trovo un vecchietto ubriaco sdraiato in terra, chiedo di Gameiro. Alza il dito indice indicando di sopra. Salgo e finalmente arrivo al tetto. C’è una vecchietta seduta con le braccia appoggiate su di un tavolino. Di fronte a lei una sedia vuota. Mi seggo e sbuffo, stanco, mi guardo intorno prima di avere delle sorprese sgradite e gli domando “Gameiro” Lei risponde in perfetto italiano “Perché lo cerchi?” Non ci potevo credere e proprio vero che gli italiani sono come le zecche, sono dappertutto. Tira fuori delle carte, porca paletta erano tarocchi. Mi vuole fare le carte. “Ok fammi le carte ma poi dimmi qualcosa di Gameiro, chi incontrava in questo inferno?” Mischia le carte, poi mi dice di tagliare in due il mazzo. Sono scaramantico, devo concentrarmi dove tagliare quel fottuto mazzo. Tagliato. Poi attendo che la vecchietta distribuisca su quel tavolino le carte, mi si annebbia la vista, mi gira un po’ la testa, senza rendermi conto finisco a terra come un salame. Non so quanto sono stato senza sensi in terra come un fottuto pirla, mi faceva male la testa. Un paio di bambini vegliavano sul mio corpo, fu quello che controllava se forse avevo i pidocchi in testa che mi svegliò, rideva come un cretino. Mi alzo di colpo e controllo le orecchie. Che culo ho ancora incollato il brevetto. Però non avevo più niente, ne portafoglio, ne i quattro spiccioli che tenevo in tasca. Cazzo!!! Ero nella merda. Non avevo nulla, neanche gli occhi per piangere. Qualche lacrima e scesa dalla disperazione. Come sarei tornato a casa? Mi sdraiai a guardare il cielo, ero fottuto. Pure i due bambini copiavano tutte le mie mosse. Secondo me mi prendevano per il culo. Mi ero passato entrambe le mani sul viso, fecero lo stesso anche i due mocciosi. Mi alzai e cercai di darmi una pulitina, da quel momento ero anchio un cittadino del mondo senza documenti di riconoscimento, senza più il biglietto d’aereo, senza più un franco gibutiano, era la loro moneta. Era una nazione profondamente legata alla Francia essendo stata una loro colonia fino al 1977. Nel Gibuti la lingua prevalente è il francese e negli ultimi anni si è visto anche l’inglese, da quando i cinesi se la sono conquistata negli ultimi dieci anni. Ridevo da come mi avevano derubato, il trucco dei tarocchi e poi una sostanza uscita dalle carte che mi ha tramortito, che coglione. E pensare che mi sentivo sicuro, mi ero guardato attorno, non c’era nessuno. Eravamo solo io e l’innocua vecchietta. Mi era rimasto solo il mio teschio al collo, lo avranno visto e si sono spaventati me lo hanno lasciato. Per fortuna il brevetto è ancora dentro l’orecchio ma da fastidio. Devo tirarlo via, prima che mi venga un’infezione, ci manca solo quella. Esco dal portone dell’inferno, rimango fermo sul marciapiede e mi guardo intorno, la moglie di Gameiro dall’altra parte della strada mi guarda, penso che voglia sapere come sia andata. Dico no con la testa, giro la mia visuale a destra, una chiesa cattolica. Che strano vedere una chiesa a Gibuti. Del resto essendo una colonia francese, la cittadinanza praticava due religioni, in prevalenza islamica e una piccola minoranza cattolica. Mai avuti problemi a Gibuti tra queste due religioni. Pensavo e pensavo, guardavo la chiesa e continuavo a riflettere. Come diceva il professor Kruge “Quando sorgono problemi devi rivolgere il tuo sguardo alla croce o su nel cielo, e l’unico momento che non piove sulle tue disgrazie, semmai pioverà su quelle altrui.” Mi avvio direzione chiesa, mi presento al Vescovo Georges Nicolas Perron come un nuovo prete mandato dalla Santa Sede, per la Diocesi di Gibuti. Disgraziatamente non posso dare la lettera di presentazione perché derubato della valigia, con all’interno tutto, compreso l’abito talare. Anzi le chiedo cortesemente se potrebbe procurarmene uno. La mia speranza era che non decidesse di informarsi con la Santa Sede. Difatti si fece portare il telefono e chiamò direttamente la Santa Sede per chiedere informazione su…mi chiese il mio nome. Non sapevo che dirgli poi gli dissi “Don Antonio.” Non so ma forse avevo il viso rosso come un peperone, fu l’unica volta nella mia vita che l’attore stava facendo cilecca. Una prerogativa di chi mi conosce, sostiene che sono un teatrale in ogni cosa che faccio e che dico. Pure quando mangio l’insalata, sono teatrale, potrei raccogliere una fogliolina alla volta e mangiarla o magari tagliarla con il coltello la singola fogliolina d’insalata e mangiarla come una briciola di pane. Il vescovo rimane in silenzio ad ascoltare dal telefono, annuisce con la testa. Chissà cosa gli stanno raccontando dall’altra parte della cornetta. Vi giuro, stavo pensando di scappare, c’era una finestra aperta, fuggire via. Si ma dove, ero un uomo perso nel fottuto Gibuti, in culo alla balena posta sul corno d’Africa, nel maledetto oceano indiano. Indiano era il bastardo che dovevo beccare per dargli ciò che tenevo attaccato all’orecchio, che diventava rosso da come prudeva. Prudeva tutto in me in quel momento. Le mie mani conserte, il dito indice che tremava, sinceramente avrei preferito usare il dito indice per frullare una patata. Il vescovo chiude il telefono, sorride e mi dice “Benvenuto Don Antonio.” No, non era possibile, stavo forse sognando, che cavolo gli hanno detto dalla Santa Sede, era tutta una fottuta burla. E se il Vescovo mi stava prendendo per il culo, aveva capito che sono un finto prete, vuole sapere fino dove sarei andato, e fino dove arriverò…

P.S. Dipinto di Vasily Ivanovic Surikov, soprannominato “Il pittore ambulante” il dipinto si chiama “Menshikov in Berezovo.” Menshikov fu un grande generale, il dipinto rappresenta qualche ora prima dell’esecuzione alla pena di morte, lui e la sua famiglia. Le ultime parole di Menshikov poco prima di morire “Ho iniziato con una vita semplice, ho appena finito la mia vita e l’ho finita.”

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