Il Finto Prete…(3°Parte)

Fino dove sarei arrivato con quella veste da finto prete? Un uomo per sopravvivere farebbe di tutto, volevo vedere voi al mio posto, derubato di documenti in una terra sconosciuta. Bellissima la vastità della chiesa di Gibuti, compreso il chiostro e la parte interna. Suor Clara nicaraguense mi aveva assegnato la stanza numero 3. No! Dico;” Scusi la mia insistenza ci sarebbe libera la 7 o la 21.” Si c’era libera la numero sette. Porca paletta che stanzina, immensità della chiesa e una stanzina tre metri per tre. Ci stava un lettino piccolino, un armadietto e un comò con uno specchio sopra e una lampada. C’era un piccolo bagnetto con un water, un micro lavabo e una vasca da bagno che potevi lavarti solo da seduto. Ai piedi del letto una finestrina che guardava il chiostro. Il crocifisso sulla testa del letto. Dovevo pensare come risolvere questa situazione di emme. Mi metto davanti lo specchio e inizio a tirar fuori dall’orecchio il brevetto. Usai la stringa degli scarponi. La parte a punta, iniziai a strofinare attorno all’orecchio, faceva male. Dovevo nasconderlo. Mi è bastato guardare Gesù Cristo appeso al muro e capire che lui avrebbe fatto da guardia al brevetto. Lo misi dietro al crocifisso, mi feci dare uno scotch trasparente e lo legai al crocifisso, precisamente braccio sinistro. Mi vestì da prete, con l’abito che Suor Clara aveva trovato. Era un pochino lungo, strisciava ai piedi. Chi lo aveva indossato prima di me era più alto. Non sono neanche piccolo, alto 1.78. Quell’abito era per uno alto 1.80 come minimo. Strisciava in terra, pazienza, ero il prete dello strascico. Finalmente si cenava avevo una fame pazzesca e poi avevo un sapore acre in bocca, dovuta a qualche sostanza che la vecchietta mi aveva fatto sniffare. Ero pronto a ingurgitare. Rimasi un po’ deluso, arrivò un semolino, pensai “E che cazzo.” Guardai tutti gli altri piatti, tutti con il semolino, evviva e vai, “Andiam di semolino e cagate al seguito, con il sapor di lino.” Guarda te che cosa mi toccava fare. Preghiera di rito, poi presi il cucchiaio e iniziai a semolinare, non pensate male. Capisco la vostra maliziosità, non ho detto limonare, ho detto semolinare. Difatti come di mio costume in posti pubblici devo dare spettacolo. Il mio modo di essere teatrale sempre. Risucchio il semolino che è un piacere, dando in quello stanzone un aria gioviale e allegra. Pure un paio di mosche che giravano nei paraggi si erano resi conto che uno nuovo stronzo si era presentato tra i commensali della diocesi gibutiana. Un tozzo di pane davanti ai miei occhi e una mosca appoggiata sopra, ferma, penso che stesse pregando anche lei. Con estrema rapidità con il cucchiaio la spiaccicai sul pane. Impiastrata che era un piacere, sbrodolata in mille pezzi, c’erano le ali che avevano fatto un paio di sci da pattino. Mi guardavano tutti, presi il pane gli soffiai sopra per spostare i residui della morta e gli diedi un morso. Mangiai pane alle mosche, che faccia da cazzo che aveva quello di fronte a me, mi fissava. Padre Alfonso un mezzo matto. Non so se vi sembra normale uno che mangia dondolandosi con la sedia. Poi ebbi l’idea geniale di chiedere a lor signori “Scusate ma ci sarebbe del vino, sapete quella cosa liquida di color rosso che a volte è anche bianca.” Nessuno mi rispose, capisco che era arrivato lo scassa nocciole. Mamma mia che mortuorio, dovevo smammare il prima possibile se no sarei diventato peggio del’Alfonso dondolante. Iniziai a indagare con i presenti, chiedendo se in città era giunto per caso un indiano. Padre Gallego mi raccontò che un gruppo di persone provenienti da Canberra aveva preso dimora all’albergo Kempinski. Non finì neanche il semolino, mi alzai scusandomi, ricordando di un appuntamento per un funerale, ovviamente era una cazzata che raccontai all’allegra compagnia semolinara, giusto per trovare una scusa. Andai in questo albergo Kempinski. Azzz!! che lusso di hotel. Si trattavano bene questi indiani, lo credo, gente che è disposta a spendere milioni di dollari per un fottuto brevetto industriale si può permettere il lusso. Davo nell’occhio, vedere un prete con lo strascico e una bibbia in mano non è da tutti in quello sfarzo. Andai alla reception e chiesi di domandare a tutti gli ospiti dell’albergo se conoscessero Gameiro. “Know you Gameiro?” Aspettai in piedi benedicendo tutti quelli che passavano e mi sorridevano, “Pace e bene figliolo.” In vita mia ne avevo provate di ogni, vestito da clown, vestito da infermiere a guidare un furgone trasformato in ambulanza finta con scritto ai lati “Manicomio Comunale” vestito da spazzacamino, vestito da messicano con il sombrero e un mantellone di lana il mese di agosto a Marsiglia mentre facevo finta di chiedere l’elemosina, vestito da gelataio dalle parti di Genova, vestito da donna, mi mancava il prete. A dir la verità mi piaceva, ero come padre Ralph in Passeri di Rovo. Ecco arrivare una donzella indiana con uno strascico che in confronto al mio sembrava essere passato dalla cantina di nonna Assuntina. Non so se avete mai visto le donne dell’India, portano quei vestiti del cazzo, lunghi e molto colorati, con decine di chiusure lampo e bottoni antiscasso, con lucchetti a doppie cifre con scarpe con stringhe d’acciaio, che per allacciarle usano una pinza. Sorride. Cazzo aveva da ridere, non ha mai visto un prete. La seguo, accidentaccio quanto era grande quel lussuoso albergo. Wow! una Spa, un centro benessere. Mai visto una Spa così bella. C’era tutto il gruppo degli indiani. Ecco arrivare un tizio esaltato e gridava “Gameiro!!” Gli spiegai che avevo il brevetto da dargli, non parlavo un inglese perfetto, oltretutto io non capivo il suo. La mia frase “Questo non capisce un fico secco.” Ecco spuntare una coppia di italiani da una parte della Spa, orecchie fini. Gli italiani sono come le zecche, sono dappertutto. Turisti italiani di Savona, un uomo e una donna. Esaltati che avevano visto un prete italiano a Gibuti. Prendo la palla al balzo e gli chiedo gentilmente se possono far da interprete all’indiano. Grazie ai due turisti italiani spiego che il Gameiro è dovuto rientrare in Italia da un lungo viaggio e quindi aveva incaricato me di consegnare il pacchettino proveniente dall’Italia. Mi metto d’accordo con l’indiano di presentarsi l’indomani mattina al’apertura della chiesa e chiedere di Don Antonio. Ci sarebbe stata la consegna. Il problema in cambio della traduzione perfetta fu l’obbligo di celebrare un’unione di matrimonio lì al Kempinski, dopo due giorni della coppia italiana. Per questi due innamoratini era una promessa d’amore. E che cazzo proprio a me devono chiedere di celebrarla. Dico di si ma era una bugia, sarei scappato il pomeriggio a seguire dopo la consegna del brevetto all’indiano. Rientro al dormitorio dei semolinari. Chiedo se posso usare il telefono e il pc a Suor Clara. Telefono a Milano e spiego tutto il tran tran che è successo, compreso la fine del povero Gameiro, e di come mi ero ridotto, a fare finta di essere un prete, non vi dico le risate del mio collega. Faccio mandare via email tutta la documentazione e contrattini vari, un nuovo biglietto aereo, l’unico disponibile era dopo tre giorni. Chiedo di risolvere il problema del passaporto, mi avevano rubato tutto. Il problema non erano i soldi, il problema erano i documenti. Dovetti aspettare quasi l’intera notte, poi via email mi arrivò un documento di riconoscimento con carta intestata e di firme di una fantomatica associazione umanitaria vicina l’Onu. Mi avrebbe permesso di tornare a casa, su questo documento, sul fianco destro in cima il mio faccione. Si ero io, sotto il nome Don Antonio De Corrias. L’unico mio dovere era di tornare a Milano vestito da prete. In quel caso l’abito fa il monaco. Stampo anche l’intero blocco di 25 pagine in doppia copia dei documenti da dare all’indiano. Preparo il tutto e si fanno le cinque del mattino, sono stanco e ho sonno. Tra poche ore arriva l’indiano, vado in camera, accendo la piccola lampada. Mamma mia che silenzio, mi siedo sul bordo del letto, guardo il cuscino. Non riesco a coricarmi ma sono stanco, avrei bisogno di sdraiarmi. Mi alzo dal letto, apro la finestra, guardo il cielo, così blu che a Milano uno spettacolo così se lo sognano. Spengo la lampada e svado al chiostro. Mi sdraio su di un piccolo muretto e guardo il cielo. Ci sono migliaia di stelle, rimango lì nel più totale silenzio, come se ci fosse la fine del mondo. Da come sono estasiato da ciò che vedo non riesco a chiudere occhio. No, non posso dormire, la mia mente deve assuefarsi di questo dono. Senza rendermi conto crollo e rimango li come un coglione a dormire, da sembrare un barbone oltretutto vestito da prete.

P.S dipinto di Dick Hals e il suo mondo allegro e vivace. dipinto ben conservato al museo di Zurigo.

Il brano musicale “Metti una sera a Cena cantata da Milva” e uno dei capolavori inseriti nel più bel album che Ennio Morricone abbia mai fatto. Fece un solo album dando le sue 12 composizioni ad una cantante solista, una certa Milva. Questo album e raro ma così raro che le uniche 6 copie in giro per il mondo sono autografate da Ennio Morricone. Promesso, se riesco a trovarle inserirò le altre 11 canzone.  Ricordatevi che i Dipinti rari sono difficili da conoscere, come alcuni album musicali, ci sono certi collezionisti (non italiani) che arrivano a conoscere prima certi capolavori meglio degli stessi italiani.

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