Quei Giorni D’Estate…(2°Parte)

La sera stava giungendo ma come capita spesso avvengono gli imprevisti. Mi stavo facendo la barbetta, ecco suonare il campanello. Controllo dallo spioncino e un tizio, domando chi fosse senza aprire la porta. Cazzo!! Era l’autista del peschereccio, dovevo partire nel giro di un ora. Porca la miseria, il dovere e il dovere. Concludo la barbetta, preparo la mia piccola borsa con le solite quattro cose in croce e attendo sul balcone, con la solita black death tra le labbra e l’orizzonte del mare ben visibile. Vedo arrivare la signora che mi preparava i bei pranzetti. Scendo e l’avverto che non c’era più bisogno di cucinare. Tra un oretta avrei lasciato Pozzallo. Gli chiesi l’ultimo favore, di aspettare una donna con dei capelli lunghi e neri che sarebbe arrivata a breve. Doveva dirgli che le farfalle sono scappate e l’uomo che stava sopra il balcone ha dovuto andarle a recuperare dall’altra parte del mare, se tornerà sempre se tornerà tra quindici giorni partendo da oggi. Si affaccerà così su questo balcone alle 17.00, circondato da così tante farfalle trasparenti che potrà anche volare. Rientrai nel’appartamento e mi sedetti sulla poltrona in balcone ad aspettare. Del resto, ero abituato ad aspettare. Aspettare parola abbastanza complicata da spiegare. Cosa si aspetta nella vita. Cosa state aspettando voi? Ecco arrivare la tipa, suona, esce la signora e gli dice ciò che gli avevo detto. Senza farmi vedere la vedo che se ne va fino a scomparire in lontananza. Chissà se tra quindici giorni sarà qui sotto. Chissà se capirà. Capire, altra parola complicata da spiegare. Cosa si capisce nella vita. Cosa avete capito voi? Giunge un’auto, si ferma in seconda fila, faccio cenno di aspettare. Prendo la borsa e via, salgo in auto direzione porto. Si parte da un peschereccio azzurro, destinazione Malta. Giunti a Malta ringrazio l’autista e salgo su di una nave della guardia costiera libica, direzione Tripoli. Era bella Tripoli, come era bella tutta la Libia quando c’era il colonnello. Era un periodo d’oro quello per la Libia. Ora voi vi chiederete cos’ero a fare a Tripoli. Per primo dovevo fargli le condoglianze, quando un aereo statunitense bombardò Tripoli precisamente la sua residenza. Morirono alcuni componenti della sua famiglia, di cui uno dei due figli adottivi. Hanna invece e viva ancora oggi, in una località segreta che non posso rivelare il nome. Ma andiamo al sodo della storia. Era pronto il progetto del più grande fiume artificiale del mondo. Un’opera che ha un solo significato; ”L’acqua in Africa la si può far uscire.” Prima di questo acquedotto il 70% della popolazione libica non aveva acqua a sufficienza. Alcune città per decenni e decenni vivevano di acqua in botti o pozzi, alcuni provocavano dissenterie e con scarso livello di potabilità, quasi zero. Si stava per costruire il più grande acquedotto al mondo, non so se riuscite a capire, si parla di acqua pubblica. Non sto parlando di strade a pagamento, di treni superveloci per lussuosi miliardari, non sto parlando di attici da milioni al metro quadro, non sto parlando di navi da crociera gigantesche dove c’è il profitto. Parlo di acqua gratis per tutti, tutti intendo belli, brutti, poveri, ricchi, animali, piante, cristiani, mussulmani. Il colonnello ne era fiero di questa opera. Mi accolse sorridendo, significava che avevo in mano l’intero progetto, il brevetto della società americana Brown and Roth. Era pronta anche una società che si sarebbe occupata per la realizzazione dell’opera, un’ azienda coreana, aspettava solo il via. Ricapitolando, progetto americano, costruttore coreano, materiali di utilizzo italiani, manodopera libica, egizia copta e ciadiana. Finanziamento dalle tasche del colonnello. Sembrava impossibile ricavare acqua dal deserto. Si può fare. Sotto terra chilometri e chilometri di tubature in calcestruzzo a una grande profondità. Per raggiungere il 70% della popolazione e lungo migliaia di chilometri bisognava avere una grande capacità di riserve d’acqua, una portata di 7 milioni di metri cubi d’acqua al giorno. Pazzesco. In 19 anni fu completato l’intero tragitto. Immaginatevi come fare il più grande acquedotto dalla Val D’Aosta alla Sicilia. In Italia per fare la Salerno Reggio Calabria in asfalto per far viaggiare mezzi su gomma ci vollero 40 anni e ancora non è finita. In Italia si sa che come funziona. L’acqua e fondamentale, serve per l’irrigazione, per il vivere civile dei popoli, per l’igiene personale, per la vita stessa. L’acqua e il petrolio bianco, senza il petrolio bianco non c’è vita. Rimasi a Tripoli quindici giorni giusti. Passavo molto tempo a giocare a scacchi con il colonnello, grande appassionato di scacchi, quasi un maniaco degli scacchi. Facevamo partite e si discuteva di tutto sotto una palma secolare. Mi domandò come sta l’Italia? Sinceramente non sapevo cosa rispondere, gli dissi che l’Italia sopravvive a se stessa, e uno scarpone che si da lei stessa molti calci nel culo. Poi faccio una contro domanda al colonnello “Piuttosto colonnello da un po’ di anni vogliono ammazzarla tutti. Si è fatto troppi nemici in giro per il mondo. I francesi la odiano per via dei diamanti di Bokassa, gli inglesi ce l’hanno a morte con lei per via dell’attentano al Volo Pan Am 103 di Lockerbie, anche gli italiani per via della strage di Ustica. Cazzo colonnello si sta facendo troppi nemici, se continua così bombardano la Libia e la fanno fuori.” Mi raccontò molti segreti, tra cui i famosi diamanti di Bokassa. Fu Gheddafi a dare la soffiata ai media francesi che il governo francese veniva finanziato dai diamanti del’imperatore Jean Bedel Bokassa I (presidente della Repubblica Centroafricana) soprannominato il cannibale perchè amava mangiare carne umana. Si mise il numero primo dopo il cognome, diceva che aveva creato l’Impero Centro Africano, pensava di essere ai tempi dell’antica Roma, un pazzo. I francesi facevano affari con il cannibale pazzo, e odiavano colui che fabbricava il più grande acquedotto al mondo in zone prive di acqua. Il mondo gira al contrario. Gheddafi come un bambino dispettoso fece la gola profonda e spifferò le schifezze dei francesi. Poi il colonnello confermò il vero, fu lui il mandate della bomba sul volo Pan Am 103. Doveva farlo, diceva lui, gli inglesi e americani hanno bombardato la Libia e hanno eliminato una parte della sua famiglia, dovevo vendicarsi. Sulla strage di Ustica, la vera storia, quella che raccontò il colonnello era che i francesi insieme agli americani volevano colpire il suo Mig 29 proveniente da Belgrado nel giugno del 1980. Gheddafi era in Jugoslavia da Mijatovic, da poco presidente della Jugoslavia. Ecco spuntare a sparigliare le carte in tavola dei destini del mondo il Mossad. Recapita una missiva alla bella cenetta in onore della visita del colonnello. La missiva fu mandata tramite un bambino, un innocuo bambino che teneva tra le sue piccole manine una busta. Nella busta c’era scritto che gli aerei sono fatti per salire e anche per cadere, rivolgersi al numero qui sotto. Azz quelli del Mossad ne pensano una ne fanno cento. Il colonnello che non bada a spese, decide di pagare l’informazione. Gli consigliano di non partire quel 27 giugno con il suo aereo Mig 29 (aereo militare di fabbricazione russa) Il colonnello sempre si spostava su aerei militari Mig 29. Aerei un po’ vecchiotti ma molto veloci e piccoli. Poi dentro aveva fatto il suo Air Force in stile libico. In poche parole nel tragitto che il Mig 29 avrebbe fatto sarebbe stato intercettato dai Mirage francesi, caccia francesi usati per colpire a distanza anche lontana, venivano usati in quasi tutti i conflitti in africa sotto guida francese, ultimamente nel Mali. Qui nasce il dilemma e come cazzo faccio a tornare a casa, dice il colonello. Semplice la soluzione, fu obbligato su consiglio di Mijatovic a viaggiare come cittadino normale il giorno seguente, il 28 giugno su di un volo di linea civile Jat Airways destinazione Tripoli. Il 27 giugno da Belgrado parte il Mig 29 con la solita tratta che faceva Gheddafi ogni qualvolta che andava a Belgrado a giocare a scacchi con Tito. Tito e Gheddafi erano grandi giocatori di scacchi, si incontravano spesso a giocare. In quel Mig 29 non c’è il colonnello. Ma gli aerei Mirage francesi non lo sanno. Pensano che dentro ci sia Gheddafi. Lo intercettano. La cosa interessante che il pilota del Mig 29 sa che ci sarà da fare un conflitto, non è preso alla sprovvista. Ecco la guerra tra i cieli di Ustica. Passa un Dc9 con a bordo civili, si trova nella sparatoria e viene coinvolto. Il Mig 29 libico viene abbattuto dai Mirage francese e viene ritrovato in provincia di Crotone con i resti del povero pilota. Il colonnello partì la mattina seguente da un aeroporto civile con un volo Jat Airways insieme a 90 passeggeri destinazione Tripoli. Senza neanche un graffio il colonnello rientrò in Libia. Una cosa è certa, lui il 27 giugno del 1980 doveva partire su quel Mig 29, poi trovato in mille pezzi in provincia di Crotone. Tra i resti cercarono il corpo di Gheddafi. Puttana Eva non c’era. Tra le nostre partite a scacchi e un buon Te, se ne facevano di chiacchierate con il colonello. Peccato che i giorni passavano, lasciai la copia dei documenti, l’altra sarebbe tornata a Milano con il sottoscritto. Ripresi il mare con il solito autista, prima Malta e poi Pozzallo. Passai dall’appartamentino, aspettai le 17.00. Non venne, sapevo io chi. Alle 17.30 me ne andai. Passo dal negozio di animali e ritiro gatto, Portai le chiavi al parroco. E poi un autista direzione stazione di Catania. Viaggio per Milano, scrivendo sul mio diario quel periodo passato tra Pozzallo e Tripoli. Giunto alla città meneghina, passo in sede lascio i documenti alla segretaria e gli dico buone vacanze. Passo nel mio ufficio mi verso un whisky e mi affaccio alla finestra. Finisco di bere e parlo al gatto nero “E ora di andare a casa.” Quando vado a casa ho sempre qualcosa da portare, un souvenir. Questa volta è un gatto nero così piccolo che sembra una pallina. Questo gatto nero è ancora vivo, anche se molto ma molto vecchio. E parecchio cresciuto, lungo quasi un metro e pesa 18 kg circa. Come ha detto il veterinario e un incrocio con un gatto europeo e un savannah africano. Ricordo quando lo vide il veterinario per la prima volta, si spaventò, raggiunse la sua grandezza standard. Non osava toccarlo, con il suo sguardo nero e gli occhi più neri del pelo. E proprio vero l’Africa è un po’ nel mio destino. Ognuno del resto ha il suo destino. L’importante e non fare la fine del pedone negli scacchi, colui da sacrificare. Anche se negli scacchi e meglio non fare la Regina, l’unica donna degli scacchi, colei che sa fare tutto. Anche il Re non e conveniente fare, ha il potere ma è anche schiavo del suo potere, non può muoversi, non e libero. Rimangono Torre, Cavaliere e Cavallo. La Torre conta meno di tutti, all’infuori del pedone. Il Cavaliere e colui che fa il lavoro sporco degli altri. Il Cavallo è l’invisibile, non sai mai dove sta, ce ma non si vede, e quando lo vedi speri che non se ne vada più.

P.S. Dipinto “Il congedo di Abramo a Ismael” del pittore olandese Nicolaes Maes, allievo fin da giovane di Rembrandt. Attualmente si trova al Metropolitan Museum. Fu donato al museo nel 1971 da un noto dottore americano, o meglio dire dalla moglie del dottor. Brayton.

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