Da Nanchino Inferno e Ritorno…

L’aereo sorvola il mondo, nuvole contratte e infelici per come devono stare sospese nel vuoto solo per un volere di un qualcosa che non sanno neanche loro chi sia. Manca poco per arrivare a Nanchino, il mio non sarà il compito di un semplice turista ma dovrò fare una piccola commissione. Ne ho fatti tanti di tali doveri che non so più neanche la differenza tra uno e l’altro. Non riconosco più la mia vita, sono perso in vecchi pensieri. Al mio hotel c’è il tutto necessario, come del resto la mia vita dentro una piccola valigia. Una valigia può contenere di tutto ma la mia e quasi vuota, così vuota che la riempio di pensieri di multiformi colori. Su di un ‘aereo lassù in mezzo alle nuvole la mente va e viene, si disperde anche se a volte hai un vicino di viaggio seduto al tuo fianco. Qualcuno che arriva da un altro mondo diverso dal tuo e se fortunatamente parla e capisce la tua lingua possono nascere discussioni e argomentazioni divertenti e interessanti. Quando ti chiedono per il motivo di quel viaggio, vago nelle risposte e poi dico sempre la stessa frase “Metto ordine dove c’è il Caos.” Qualche temerario che non riesce a capire mette il suo bel beccuccio dentro a situazioni che non potrebbero e non dovrebbero capire. Poi ci sono quelli più intelligenti che sviano, come per dire, meglio non sapere. Queste ultime sono le migliori anime sospese tra quelle nuvole. L’arrivo a Nanchino mi fa vedere una città diversa dal passato, dall’ultima volta che la vidi. Dio come è cambiato questo paese. Non è più la Nanchino e la Cina di un lontano passato. Qui anni fa c’erano distese di campagne, infiniti contadini, analfabetismo dilagante. Come è stato possibile questo progresso, come è stato possibile anche che i cinesi abbiano conosciuto la fede in Dio, se solo pochi anni prima erano atei, ora sono quasi tutti dei fottuti cristiani cattolici. Molti anni fa il professor Kruge sulle religioni disse; “La religione di Cristo si instaura dove c’è il benessere, quella di Allah dove c’è la rabbia, quella degli Ebrei dove c’è la supponenza, quella degli Atei dove vive l’incoscienza.” La Cina negli ultimi vent’anni ha oltre 500.000 milioni di nuovi fedeli alla chiesa cattolica. Per un po’ ero rimasto allibito da come è cambiato questo paese dall’ultima volta. Sinceramente preferisco la Nanchino di una volta, non mi riconoscevo più in questa. Non amo il progresso essendo un maledetto reazionario. Ero spaesato, rimasi un attimo seduto dentro in un bar a guardare il grande via vai. Presi un taxi direzione hotel Mercure, già prenotata la camera 212. Avevo fatto una richiesta specifica alla segretaria sul numero della stanza che desideravo. Trovai il tutto necessario, come era stabilito nei programmi. Sul tavolino c’era un tablet con un’apertura a password, la data dell’incendio di Roma da parte di Nerone, “18 luglio 64 D.C.” Nel tablet c’era il tutto necessario di chi doveva essere eliminato per far ordine nello stato delle cose. Foto molto limpide scorrevano su quel tablet. In una cartella c’era l’indirizzo della commissione, in un hotel, il numero della magica stanza, l’orario fatidico per il lavoro. In un’altra cartella c’era un documento con la frase; “Water flows after the storm arrives.” In italiano sarebbe; “L’acqua scorre dopo l’arrivo del temporale.” Avevo ben capito, mi recai nel bagno e aprì la cassetta dell’acqua, dentro un sacchetto di plastica ben sigillato, al suo interno divisa in sei pezzi da montare una SFP9. La miglior pistola con silenziatore al mondo. In un altro sacchetto 7 proiettili. La montai e la nascosi sotto al materasso, invece i proiettili dentro una calza presa dalla mia valigia. Sul tavolino c’era anche un biglietto da visita di un night club. Un altro biglietto scritto a mano con un numero telefonico e una scritta “Restaurant” Non avevo voglia di uscire quella sera, e poi ero stanco, era molto tempo che non facevo un viaggio così lungo. Mi sdraiai nel letto a osservare il bellissimo lampadario luccicante che non penso sia stato cristallo, avrei avuto la tentazione di collaudare la pistola con quel lampadario, sparare a quelle piccole palline tutte intorno. Spensi la luce ma trapassava lo stesso dall’enorme vetrata di una Nanchino viva e illuminata più di notte che di giorno. Le luci giravano lungo quel soffitto disegnando figure geometriche, senza rendermene conto chiusi gli occhi e mi addormentai ancora vestito seduto appoggiato con la schiena sulla spalliera. Il giorno dopo il bussare del cameriere alla porta mi svegliò. Il cielo coperto da una fitta nebbia che aveva bagnato pure i vetri delle finestre. Alla reception avevo comunicato una colazione presto al mattino ma non pensavo venisse all’alba. Chiesi sette biscotti danesi e un caffè rigorosamente italiano. Bastava dirgli coffe con due dita vicine ben visibili che la risposta del tipo vestito da pinguino era “Italian coffee, Ok!” Dalla valigia, nel piccolo necessario avevo un telefono cellulare Nokia, con rigorosamente scheda svizzera, risulta impossibile da rintracciare. Aprì il telefono e inserì quella scheda, poi andai a farmi una doccia, una bella rinfrescata con acqua cinese dai rubinetti. Acqua diversa da quella europea, più grigia, almeno era quello che mi sembrava. Sarà stata una mia fissazione. Dovevo aspettare la sera per eseguire il mio lavoro, quindi decisi di farmi un giro, ne approfittai per andare in un posto. Ricordo che erano i primi anni 2000 e di stranieri per quella particolare città non ce ne erano ancora molti. Passai molto tempo con un tassista che aveva al collo una collana di finte perle e un tatuaggio di un leone sulla pelle dietro alla testa ben visibile. Mi feci portare a nord di Nanchino in piena periferia, al distretto di Baixia. Stavo cercando un collezionista di dipinti che teneva sotto alla sua mega villa un gigantesco deposito di opere d’arte provenienti da tutto il mondo. Ero alla ricerca di un dipinto, volevo sapere se l’originale “Diana nel bagno” di Jean Antoine Watteau, fosse nel sotterraneo di questo collezionista cinese, oppure era al museo di Louvre di Parigi. Dovevo saperlo, anche perché mi era arrivata una voce da Parigi che “Diana nel bagno” quello di Louvre era un autentico falso. Gli stronzetti di Louvre lo sanno ma fanno finta di nulla che tra le loro esposizioni ci sono dei falsi. Tanto il pubblico non se ne rende conto. Giunti alla mega villa di questo pazzoide, ecco che mi assalgono i suoi innumerevoli cani, mi faccio annusare, tra le mani avevo delle foglie di menta, puzzavo di menta alla fine, per fortuna mi conoscono, se no sarei stato una loro pietanza. Questo pazzoide passa molto del suo tempo in Italia, accompagnando il nuovo ceto medio e ricco cinese a comprare dipinti. Come si direbbe un mercante di opere d’arte, un mondo dove il contante liquido gira parecchio. Gli dico che sono li per una visita veloce e una domanda che mi assilla, “Diana nel bagno” nel suo sotterraneo e vero il dipinto, oppure è una copia. Lo stronzo non mi rispose, aveva paura che glie lo avrei portato via, non quel giorno ma in un altro momento, il coglione non me lo fece neanche vedere il dipinto, conoscendomi, sapeva che ero un bastardo. Il dubbio mi rimase in testa, andai via da Baixia con ancora più dubbi. Ritornai al hotel nel primo pomeriggio e aspettai seduto davanti all’enorme vetrata con il mio secondo caffè e altri sette biscotti danesi. Vedevo sotto la città con minuscoli uomini che si muovevano, sembravano trasformati in formiche. Il tempo passava, telefonai nel tardo pomeriggio al numero del “Restaurant” mi feci portare del cibo sperando fosse commestibile, una birra, un terzo caffè e un Jack Daniels. Il tempo non passava, facevo avanti e indietro dalla stanza. Per un attimo mi addormentarmi, come di mio solito seduto su di una sedia, per breve tempo che sembrava lunghissimo. Alle 20.00 scattò l’ora X, dovevo prepararmi. In bagno mi feci un’altra doccia, puzzavo di menta. Mi leccai la pelle, sapevo di menta marcia, andata, avariata, avariata come la mia testa. Rimasi parecchio tempo sotto l’acqua scrosciante, ero ben sveglio, molto sveglio. Mi asciugai, lasciando i capelli bagnati come sempre, porta fortuna lasciare i capelli asciugarsi da soli. Dalla valigia presi i guanti e li misi insieme alla pistola nella tasca destra del giaccone, pronta e carica. Il silenziatore nella tasca di sinistra, i proiettili nel taschino in alto vicino al cuore. I due individui che dovevano essere eliminati dovevano incontrarsi alle 23.00 in una stanza d’albergo del Hotel Mandarin Garden, dall’altra parte della città. Non amo arrivare in ritardo ma sempre in anticipo, presi un taxi, il solito della mattina. Arrivato alle 22.00 rimasi sulla hall ad aspettare come un semplice ospite, guardavo dei giornali come se niente fosse, tenendo sempre in buona vista la porta d’ingresso. I miei occhi erano ricoperti da occhiali scuri e portavo un cappello, comprati la mattina a Baixia. Ecco giungere il primo individuo, era identico alla fotografia, per questo non amo mai essere fotografato. Porta sfiga farsi fotografare, odio le foto. Prende un ascensore e sale al quinto piano. Quindici minuti dopo giunge il secondo individuo, anch’esso sale al quinto piano, e perfettamente identico ad’altra fotografia. Ora tocca a me, amo fare le sorprese con i fiocchi regalo. Non so chi erano i due individui e non volevo saperlo, ero stato pagato per eliminare due formiche dalla strada del mondo. In questo strano mondo ognuno ha i suoi doveri da compiere. Sinceramente non mi sono mai interessato dal sapere del perché certi committenti vogliono eliminare qualcosa dalla loro vita, l’unica cosa che ho capito in tutti questi anni è che vogliono un lavoro perfetto, senza lasciare traccia, creandosi un alibi determinante, per questo i committenti sono stranieri. Del resto con i soldi puoi ottenere tutto dalla vita, ogni cosa, basta pagare. Aspetto il tempo giusto, circa venti minuti, mi alzo dalla poltrona e come qualsiasi altro ospite dell’albergo vado a prendere l’ascensore. C’era molto via vai in quella graziosa hall di quell’elegante hotel arricchito da un bellissimo giardino esterno. Meglio se c’è tanto via vai, ognuno non ricorda chi vede e chi incrocia, troppi individui. Giunto al quinto piano, stanza 519, l’ultima in fondo. La cosa positiva e che non c’erano telecamere, a parte l’esterno del Mandarin Hotel. Il corridoio si divideva a linee rette destra e sinistra, numeri dispari e numeri pari. Appena arrivato, preparai pistola, silenziatore e proiettili, bastava pochi secondi. Rimisi in tasca la pistola. Che silenzio che c’era, anche una bellissima moquette rossa che attutiva anche il camminare. Non si sentiva un’anima viva, peccato che tra qualche minuto avrei mandato due anime in un viaggio infinito. Con un pass magico che in pochi possono permettersi di avere, apro la porta molto lentamente. I due individui in un’altra stanza stanno amoreggiando, si sentono sospiri, accidenti erano due gay. Sono sul letto nudi, si baciano. Aspetto il momento ideale per fare ciò per cui devo essere pagato. Entro rapido in quel nido d’amore, il primo sparo è sulla nuca posteriore del primo e pochi istanti dopo uno sulla fronte al secondo. Poveretti non hanno avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Solo il secondo riuscì ad avere quel piccolo istante in cui mi vide. Non fece in tempo a capire. Che scena, ci fosse stato un pittore avrebbe fatto un dipinto su due innamorati dello stesso sesso morti per amore. Che vita del cazzo. Controllo la camera 519, non c’è niente che possa portarmi come souvenir. Un frigobar c’è, interessante, un whisky scozzese in miniatura e si dai una bevuta ci vuole. Avvicino la bottiglia sulla bocca e faccio scendere il nettare senza toccarla con le labbra. Mi avvicino alla porta ad ascoltare se nessuno fosse nei paraggi, rimango per qualche minuto immobile. Apro la porta come se nulla fosse, richiudo la porta e scendo con l’ascensore. Esco dal mandarin garden e cerco un taxi. Questa volta cambio taxi e vado al night club che mi avevano consigliato. Nel tragitto lascio il cappello e gli occhiali sotto il sedile passeggero del tassista. Lascio al signorino due souvenir da poter poi rivendere al mercatino delle pulci di Luhe. Ora potevo pensare al piacere, come si dice, prima il dovere e poi il piacere. All’ingresso del night club faccio vedere il biglietto, mi fanno entrare in un altro ingresso tutto colorato di rosso. Una donna molto elegante mi sorride, mi prende sottobraccio e mi porta in un posto dove dall’altra parte c’erano molte donzelle con un numero sul petto, ne dovevo scegliere una per una notte intera. Wow! La Cina era all’avanguardia anche con i bordelli, ero un fottuto scaramantico, il numero e fondamentale nella mia vita del cazzo. Non mi importava chi potesse essere la donzella, rossa, verde, gialla, nera, amaranto, arancione oppure azzurrina, il numero in quel momento era importantissimo. Ecco, vedo un 21 e un 7, dovevo scegliere la 21 o magari la numero 7, dal numero ero passato agli occhi delle due donzelle, la numero 21 aveva gli occhi penetranti. Scelgo la ventuno. All’alba torno nel mio hotel del menga, divido in origine i pezzi della pistola e la metto nella solita busta, come i proiettili rimasti e rimetto il tutto dentro la cassetta dell’acqua del water, compreso il tablet. Tutto doveva essere come se non ci fossi mai stato in quella Nanchino che non riconoscevo. Rifare la mia piccola e vuota valigia, prendere un taxi e salire su di un aereo e ritornare. Ritornare dall’inferno non sempre si trova il paradiso, come diceva Dante Alighieri, peccato che poi decise di starci all’inferno un po’ di più del solito. Io all’inferno per ora preferisco starci poco, come si dice, toccata e fuga, si fugge sempre da qualcosa.

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