Quella Volta a Saint Vincent (1°Parte)…

Non so se raccontarvela questa storia. Le storie sono cose che a volte vanno raccontate e altre volte meglio di no. I motivi? Emulazioni, come dicono ai piani alti. I piani alti mi lasciano carta bianca nel raccontarvi storie ma con dei paletti ben precisi. Più che altro per evitare che qualche pazzo non decida di emulare. Di solito quando ci si siede attorno ad un tavolo magari con un piatto di maltagliati al profumo di tartufo e accanto un piatto piccolo di riso preso con un bella cucchiaiata da una crosta di parmigiano reggiano. Un filetto di carne tagliato finemente da sembrare un ultima pietanza prima di dover dipartire, con sopra una salsina che potreste leccarvi le dita e nello stesso tempo avere un orgasmo mentale. Il tutto accompagnato da un vino laziale dal nome che già conoscete, Est!Est!Est! di Montefiascone. Un vino che ha dentro un qualcosa di magico, un antica ricetta. Di questo vino Est!Est!Est! ve ne avevo già parlato. Il miglior vino bianco sulla faccia della terra. Il vino che bevevano gli arcivescovi, i cardinali e i papi da oltre 900 anni. Nel 1120 circa, Enrico V doveva fare un viaggio verso Roma per essere incoronato imperatore del sacro romano impero dal Papa Pasquale II. Insieme a Enrico V intraprese il viaggio anche l’amico vescovo Johannes Defuk. Il vescovo era un maniaco dei vini. Per questo aveva uno schiavetto che mandava giorni prima nello stesso tragitto ad assaggiare i vini in tutte le locande che trovava nel viaggio. E fuori di ogni locanda doveva scrivere “Est Bonum” qui il vino e buono. Cosi Enrico V e Johannes Defuk nel loro viaggio verso Roma sapevano dove potevano fermarsi e bere del buon vino. Un giorno lo schiavetto poco prima di arrivare a Roma, in una locanda scrisse per ben tre volte Est Est Est Bonum! L’unica locanda dalla Germania a Roma che aveva sulla porta per tre volte la scritta magica. Il Vescovo Johannes Defuk bevve così tanto in quella fottuta locanda che ci morì, sommerso dal vino di Montefiascone. Da allora per 900 anni si tramanda questo vino di Montefiascone. L’ho bevuto la prima volta quando fui ospite dai preti di Santa Maria dei Miracoli a Milano, per questo lo conosco. E da allora lo faccio assaggiare, l’unica cosa che porto come dono a chi mi invita, facendogli provare cosa sia l’orgasmo da vino. In questa cena dove fui invitato non eravamo tanti, in tutto 8 persone. Uno degli invitati che conoscevo si alza e mi punta il dito dicendomi. “Racconta quella volta di Saint Vincent.” Rimango stranito, non avevo voglia di raccontarla, stavo gustando quel riso tra la mia lingua e il palato e stavo oltretutto facendo conoscenza con una donzella sedutami accanto. Io e lei parlavamo di discorsi da donna. Lo smalto delle unghie, la capigliatura dell’ultima moda, al mascara ideale da usare in certe occasioni. Lei si meravigliava di come ero a conoscenza di tutte queste leccornie tipiche femminili. Diciamocelo chiaramente, eravamo presi l’uno d’altra. Sta di fatto che mentre il discorso si stava introducendo sul quale tipo di assorbente era più efficiente, quello tradizionale o quello interno, ecco spuntare la novità che dovevo raccontare una storia a tutti i presenti. Il problema era quale storia. La mia sorpresa fu quando il pirla, lo svizzero, mi fece ricordare di “Quella volta a Saint Vincent.” Una storia un po’ particolare, difficile da decifrare, pericolosa da emulare. Un conto raccontarla attorno ad un tavolo con altre 7 persone, un conto raccontarla qui tra queste mura bianche o colorate a seconda di chi sta guardando e da cosa vede e cosa legge. Mi hanno definito il più grande venditore di sogni e nello stesso tempo il più maledetto mercante di illusioni. Non vendo sogni, vendo solo la bellezza di un opera d’arte, di un dipinto. Magari dono in prestito delle dolci illusioni. Cosi per dare un senso alla vostra vita del menga. La mia vita? Ho già vissuto, ho già visto fin troppo. Preferisco vedere adesso il mondo con gli occhi chiusi, credo che sia più affabile al tatto. Come affabile era quel filetto di quella sera. Così soffice, tenero e di un colore che poteva starci bene in un arcobaleno di aromi fluttuanti. Sta di fatto che quella sera raccontai di “Quella volta a Saint Vincent.” Un racconto che durò tre d’ore. Finì nel cuore della notte, tra fiumi di alcol, tra cui un paio di assenzi che fumavano ancora, creando una nebbia particolare in quella stanza. Assenzio di un color bluastro, gradazione che poteva arrivare anche a 90 gradi alcolici. Scaldato con dei fiammiferi svedesi, quelli lunghi. Quando era bello fumante lo bevevi tutto d’un sorso. Quando nei tempi addietro associavano l’assenzio tra gli scrittori francesi e russi non avevano tutti i torti. Tornando alla storia, si, potrei raccontarvela, i piani alti mi hanno dato l’Ok. In cambio però non devo rivelare nomi di persone coinvolte. Ora vi consiglio di sedervi, potete anche evitare di bere assenzio, preparatevi una tisana, una camomilla. Magari un paio di birre belle fresche. La storia e molto lunga, dovrò dividerla in varie parti, si devo farlo e lunghissima quanto la fame. Quella sera l’ho raccontata in tre ore ma scritta e diversa. molto diversa, manca sempre qualcosa, manca colui che ti interrompe e ti chiede, domanda e l’assorbi tutta d’un fiato.Siete pronti? Gli ultimi arrivati si mettano in coda, non ci sono più patatine e zuccheri filati. Le sedie sono già occupate, male che vada sedetevi uno sopra l’altro. Nell’aria stasera ci sono solo illusioni e magia. Pronti? 3…2…1…Via! Tutto ebbe inizio alcuni anni fa, mi ero appena trasferito da Milano a Concorrezzo. Un piccolo paesino della brianza, a pochi chilometri da Monza e Arcore. Diciamo che stavo a pochi chilometri da Zio Silvio. La Brianza alcuni di voi sanno cosa e, si dice che sia un luogo particolare, a volte un abitante della brianza non viene definito lombardo ma brianzolo che sono due cose totalmente differenti. Tornando a noi, mi ero appena trasferito. Crescere da zona Corvetto a Milano e poi trasferirsi da ragazzino a 2 chilometri dopo zona Porta Romana e poi da adulto trasferirsi in brianza non era semplice. Sapete il trasloco, i mobili da comprare, un periodo che ero preso. Una mattina vado nel mio solito ufficio del cazzo. Apro la porta e trovo sulla mia scrivania un appunto “Urgenza ai piani alti” Al momento penso a un qualcosa di estremamente grave, qualcuno ci ha lasciato le penne, o magari problemi con la legge, qualcuno dei miei colleghi potrebbe aver esagerato. Vado ai piani alti. Una riunione dell’alto comando, addirittura c’era il “Grande Capo” che di solito da Losanna non si muove ma quel giorno di metà febbraio era a Milano. Mi ero fermato nascosto sul corridoio che portava ai bagni. Prima di entrare preferivo scrutare attraverso le pareti in vetro. Tutti lì seduti a discutere. Esco dal nascondiglio e come nulla fosse entro in sala riunione. Mi guardano tutti in modo strano forse troppo amichevole, con sorrisini fin troppo dolci. Se erano donzelle le avrei accettati volentieri questi sorrisetti ma erano degli ometti, non vorrei che fossero diventati tutti gay per colpa di un virus introdotto da qualche forma aliena di un pianeta di una galassia così lontana da dover chiedere il permesso di attraversarla a nonno Zeus e a suo cugino Athos. Mi seggo, tiro fuori le mie black death e mi accendo una sigaretta (ai tempi fumavo, ora non più) “Ditemi signori, cosa e successo e come mai cosi affettuosi con il sottoscritto, vi chiedo un aumento di stipendio e vi girate dall’altro capo del mondo, facendo i soliti mercanti di orecchie sorde ed ora sono il vostro amore, sparate la novità.” In poche parole un cliente nuovo aveva chiesto un servizio molto ma molto particolare con varie opzioni di realizzo. Due modi differenti di attuarlo, un modo più irruento e un’altro più soft ma più difficile da attuare. Quella riunione era tra tutti i pezzi da 90, ( i piani alti) I pezzi da 70 (Io, Vladimir, l’Iraniano e lo Svizzero) E il pezzo grande (Il grande capo) Chi doveva essere lo scemo che doveva occuparsi della questione? Il mio gruppo. Chiesi a tutti i presenti 24 ore di tempo per vedere le carte e fare un piccolo progetto o meglio dire un piano. Alla sera tornai a casa, tra gli scatoloni, scatole di pizze già mangiate di varie settimane che quasi quasi puzzavano, con i vermi che usavano i bordi delle scatole come trampolino di lancio verso un cestino porta rifiuti con delle bucce di mandarini, arance che stazionavano e abbellivano quel cestino. I vermi erano felici, si lanciavano in quel ben di Dio. Io ero sul divano tutto bello nuovo e ancora incelofanato a leggere quel blocco di carte. In quei documenti c’era il nome del cliente, capacità finanziaria, benestante oppure molto ricco, proprietà, conti in banca, investimenti effettuati. In poche parole c’era una scheda di tutto, compreso quante volte pisciava. Il mondo segreto del cliente bisognava setacciarlo per decidere se accettare che sia un cliente oppure rifiutarlo. Per prima cosa bisogna fidarsi e sapere se ha la capacità di pagare. Altra documentazione erano le sue richieste, cosa voleva da noi, perché ha chiamato l’agenzia. Chi gli ha dato il consiglio di venire in questa agenzia. Quella sera non mangiai, presi un caffè, poi una birra e poi ancora un caffè. Andai a dormire e non riuscivo a chiudere occhio, guardavo il soffitto e pensavo. Quanto era comodo quel nuovo letto ancora impacchettato. Bello sdraiarsi con tutti i vestiti sopra un letto con materasso tutto ricoperto di cellophane. Una delle poche volte che mi ero sdraiato in quel letto. Lo avrei usato successivamente solo per la ginnastica da camera con un accompagnamento di cosce femminili. Del resto io dormivo sempre su di una sedia o sul divano. Abitudine. La mattina ero arzillo, avevo trovato la soluzione, il piano e l’organizzazione di un piano soft. Un piano nei minimi particolari…(continua)

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