Quella Volta a Saint Vincent (3°Parte)…

Si parte destinazione Val D’Aosta, Io, Vladimir, l’Iraniano, lo Svizzero e un ragazzo nuovo, Marco il cagone. Gli fu dato questo soprannome perché dove andava, cagava sempre. Che palle! Un bravo ragazzo ma brutto vizio di collaudare tutti i cessi esistenti. In azienda cercavo un autista per il furgone, mi fu assegnato il cagone. Prima di partire una bella visita ai sotterranei dell’azienda, nel magico mondo del magazzino. Il bengodi o la babilonia dell’azienda per prendere tutto il necessario. Una corda da alpinista, una moto di grossa cilindrata, un paio di skateboard, due canoe da due posti, tute da nuotatori, dei passa montagna, guanti, Lo strumento per neutralizzare segnali radio o telefonici tramite cellulare, una tecnologia militare che disturba il segnale in un raggio di un paio di chilometri. Dei sacchetti in juta, un’accetta, un paio di manette, un paio di gile da operaio stradale, un paio di coltelli, un gessetto bianco da lavagna e una cassetta dei ferri. Avevo creato il giusto travestimento per l’occasione cosi da farmi preparare i documenti, ovviamente falsi, anche gli altri del gruppo avevano cambiato i propri connotati. Il mio nome era Alfred Rubesch di Bolzano, stavo da Dio in foto, ero così bello che un vomito di un usignolo rasserenava l’aria. Capellone lungo, avevo la parrucca, sapete quei tipi di rockettari. Un occhialone stile anni 60. Dei bei baffoni, un paio di nei sulla guancia sinistra, un orecchino luccicante sul lobo dell’orecchio sinistro. Una parlata compassata da crucco italiano, in poche parole un autentico rincoglionito. Un ultimo briefing con tutta la squadra era fondamentale. Poi arrivati a Chatillon, chi a Saint Vincent, chi a Saint Christophe, ognuno di noi si stazionava in un albergo già precedentemente prenotato. Noi non ci conoscevamo e per comunicare ci si incontrava la sera all’interno del casino di Saint Vincent, giocando alle roulette elettronica, o alle macchinette, ci scambiavamo dei pizzini. Tra Chatillon, Saint Vincent e Saint Christophe c’erano al massimo 5 km. Io ero al hotel di Chatillon, al “Relais Du Foyer” quattro stelle superior, ovviamente ultimo piano ultima stanza. Tutte le camere con 7 e 21 erano tutte occupate. Da fottuto scaramantico era un brutto segno. Mi son dovuto accontentare. Partì da Milano in treno, dopo di me anche Vladimir con il treno. L’iraniano e lo Svizzero in due auto. Mentre il cagone in furgone, rigorosamente bianco, dove all’interno c’era la moto e tutta l’attrezzatura ben sistemata e ordinata in una cassa panca in legno. Devo dire che in segreteria hanno un buon gusto a scegliermi l’alberguccio, conoscono i miei gusti difficili, un pò particolari. Il Relais Du Foyer era in stile ottocentesco, in camera la moquette rossa. Un letto che non userò, dormirò sul balcone, su di una delle due sedie di plastica sapete quelli da giardino. Se poi fa freddo mi metterò sulla sedia in massello dentro. Un bel panorama, gigantesche montagne di fronte. Si era bellissimo, peccato un po’ freddino per stare a dorso nudo essendo fine di ottobre, comunque mi aggrada il freddo, molto. I primi giorni non facevo un fico secco, a parte il sopralluogo sul punto scelto per portare via in prestito i documenti. Vestiti da operai stradali, Io e Vladimir ci presentiamo sul punto scelto. Nessuna telecamera, era il punto perfetto. La distanza in altezza tra la strada e il fiume Arve non era tanto alta. La corda che ci avevamo portato andava benissimo. Bisognava bloccare il traffico stradale delle auto che da nord andavano a sud e le auto che viaggiavano da sud verso nord con due Tir su due punti differenti. Creando uno spazio di circa 2 chilometri, in quei due chilometri c’era il passaggio della mercedes del notaio. Questo per evitare curiosi ed effetti collaterali e pure scomodi testimoni. Lo svizzero e l’iraniano in breve tempo si procureranno i due Tir, ovviamente in prestito. In quei due chilometri saranno disturbati tutti i segnali telefonici non via cavo, tramite lo strumento. Si doveva aspettare solo il segnale da Milano, di quando il notaio sarebbe andato a Saint Vincent a prendere dalla cassetta di sicurezza il fantomatico testamento da sequestrare, ops! prendere in prestito. Per alcuni giorni stavo sul balcone a fumare le mie black death e a leggere. Leggevo un libro un po’ difficile ma era quello che mi ci voleva per spezzare il tempo e la noia. “Guerra e Pace” Molto bello. Al ristorantino avevo il mio posticino e portavo anche lì qualcosa da leggere, il quotidiano giornaliero. Leggevo e scrutavo tutti gli altri ospiti. Alla sera al casino, per riferire agli altri che non ci sono novità. Il tempo non passava mai, per fortuna c’era una vasca idromassaggio su in cima al hotel, almeno molto del tempo lo passavo li. Avevo chiesto un orario personalizzato per non avere scassa nocciole. La sera dopo le 24.00 la vasca era tutta mia. Mi rilassavo, a volte mi addormentavo come un pirla sulla sdraio, per fortuna arrivava uno del hotel a svegliarmi. Poi una sera, alla cena nel mio scrutare tutti i presenti notai una donzella che piaceva bere il caffe sorseggiandolo da un cucchiaino. Una cosa anomala, prelevare dalla tazzina una goccia di caffè e poi leccatina al cucchiaino. Mah! Mi sa che stavo diventando vecchio, sarà un modo moderno di bere il caffè. Ci provai anchio, sorseggiavo il caffè e poi leccavo il cucchiaino ma poi mi sono detto “Ma va cagher.” Sembravo un deficiente o magari stavo diventando pazzo. Da Milano non arrivavano notizie, ero preoccupato, non è che sarebbe saltato tutto. Dovevo fare qualcosa che mi divertisse. Ecco un’idea. Chiamai il cameriere e gli chiesi dei “Post It” e una penna. Sapete quei pezzettini di carta colorati. Volevo ridere e fare i miei esperimenti del menga. Scrivo delle brevi frasi sui post it a riguardo di quella donzella. I fogli dei post it posizionati in modo che il cameriere ne consegnasse a lei uno al giorno. Se gli avesse chiesto chi li mandava, il cameriere doveva rispondere “Un angelo senza ali.” Al ragazzo avevo promesso un bel biglietto in denaro se alla fine dei post it la donzella si sarebbe presentata al numero di camera che avrei scritto nell’ultimo fogliettino, che doveva consegnare all’ultima sera della mia presenza in albergo. Era anche una conferma che il cameriere non avrebbe mai detto di chi erano mandati questi post it. Il patto era che doveva consegnarne uno ogni sera ma in modo differente a giorni alterni, prima del mio arrivo o dopo il mio arrivo nella sala ristorante. Giusto per dare alla poveretta la folle curiosità di chi cazzo fosse quel pazzo. Il primo biglietto “Scusa l’invadenza ma ho a casa una collezione di posate da lucidare, saresti disponibile ad occuparti della posateria.” Vedevo che la donzella rideva e chiedeva chi l’avesse mandato, ma come un soldato ligio al dovere il ragazzo eseguiva gli ordini, fanno comodo un bel bigliettone da 100. Si guardava intorno la tipa, la sala era piena di persone. Io ero distante, leggevo come se nulla fosse. Ridevo sotto i baffi finti, la mia parrucca da rochettaro rincoglionito. Alla seconda sera secondo bigliettino “Gli angeli dicono che arriva sempre il tempo a cui la curiosità logora giorno dopo giorno.” Lei impaziente, stava morendo di curiosità, si guardava così intorno e pensierosa che non dava neanche più retta a chi gli stava vicino. Chiesi al ragazzo notizie su quella donzella e da chi si facesse accompagnare. La donzella era in compagnia della sorella e dei genitori in una breve vacanza. La tipica famigliola italiana di provenienza vicentina. I bigliettini gli venivano consegnati ogni sera, e capitava che a volte appena seduta al ristorante cercava quasi impaziente che il cameriere gli portasse dentro al menu il solito messaggino proveniente da chi sa quale mondo e da quale angelo senza ali. (continua)

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