Quella Volta a Saint Vincent (4°Parte)…

Al secondo giorno che si era in Val D’Aosta c’era per prima cosa il primo acconto che la signora francese doveva versare. Fu scelto il casinò come luogo di raccolta del grano. Il casinò di Saint Vincent e posto a pochi metri sopra la strada principale. Chatillon e Saint Vincent nella stessa strada principale sono distanti 200 metri, dal casinò al mio hotel e la stessa distanza. Ero sul confine. L’accordo con la signora fu che lei doveva presentarsi al casinò come una cliente qualsiasi, fare le consuete procedure di identificazioni e poi entrare. I soldi riguardanti l’acconto che doveva darci doveva inserirli dentro le roulette elettroniche. Inserisci i soldi in tagli grandi, dimostrando che devi giocare. Fai un paio giocate da poco e poi richiedi indietro i soldi tramite uno scontrino, che esce dalla roulette elettronica. Su questo scontrino c’è la somma che la cassiera dovrà darti, quando decidi di andartene chiedendo di riscuotere eventuali vincite o avanzi. La signora francese doveva fare molti scontrini in base alla somma concordata per quanto riguarda l’acconto. La stessa sera arriviamo noi al casinò, ognuno per i fatti suoi. Sali le scale dalla strada, oltrepassi un paio di panchine, due fiorellini, un alberello, un roseto ed entri. Di fronte ben esposta in centro al gigantesco ingresso un’auto di grossa cilindrata all’ultima moda o magari una luccicante Ferrari. Potresti lasciare gli abiti al guardaroba di fronte all’ingresso, ci sono delle donzelle che raccattano e ti sorridono. Giri sulla tua sinistra e trovi una piccola fila, piccolissima, ti metti in coda per l’ identificazione. Consegni il tuo documento, da dove faranno una fotocopia, (te lo ridanno subito) successivamente stai fermo e sorridi di fronte alla telecamera. Ti fa una foto l’impiegatino. Il casinò ha un database che conserva tutti i dati dei clienti di ogni giornata. Procedura di routine. Avevo un documento perfetto ma falso e poi la foto che il casinò avrebbe avuto era di Alfred Rubesch un viso totalmente diverso dal mio, quello vero. Mi misi in posa come un modello, con i miei bei nei finti, i baffoni e la parrucca. Chi lo sa che potevo venivo bene di fronte a quella piccola e minuscola macchina fotografica, piazzata dall’impiegatino. Ricordo ancora; “Si metta in posa, stia fermo la stiamo fotografando.” Io dissi; ”Oh Dio che emozione.” Poi giri il casinò come un cliente normalissimo e cerchi la signora francese. Dalla tasca prendi una spilla e l’attacchi sul petto, identificativo utile per la signora che eri la persona a cui dovevi dare gli scontrini. Lei nota la spilla e porti la signora dove vuoi che venga la consegna. Posto ideale la toilette, lei entra nel reparto donna, io reparto uomo. Lei aspetta davanti al lavabo. Fo la pisciatina. Mi lavo le mani, controllo l’andirivieni. Velocemente entro nel bagno donne e trovo una scusa per le eventuali presenti “Tesoro, non ho in tasca il tuo pannolino, l’ho dimenticato che sbadato.” Passo davanti la signora francese e come un fulmine porto via gli scontrini dalla sua mano. Poi proseguo con la scena teatrale “Amore, male che vada usa il mio fazzolettino, ti aspetto fuori.” Esco, vado da Vladimir e come se nulla fosse consegno uno scontrino, come dall’Iraniano, lo Svizzero e al Cagone. Ognuno aveva uno scontrino da incassare, la differenza di ogni scontrino era di poche lire, meglio che non siano uguali. Volendo non cambia la vita a nessuno se anzichè 10000 sono 9998. In quei casi quando si parla di “Grano” e identificarlo come quello che cresce nei prati, non sai mai quanto sia il raccolto. L’importante che la differenza non sia troppa, se no uno poi se incacchia. Poi salgo al piano sopra, ai tavoli, per passare il tempo, non conveniva andare via subito. Giusto fare un giro al poker sui tavoli, dopo una mezz’oretta via in hotel. Passo dalla cassiera consegno lo scontrino e ricevo il denaro in contanti. Ognuno di noi aveva inserito il denaro incassato in un sottofondo della propria valigia. Poi a Milano lo avremo dato in sede. Penserete se qualcuno si sarebbe tenuto una specie di “Una Tantum?” Volendo poteva capitare, quando presi gli scontrini, ebbi tempo di memorizzarli in testa. Al Hotel scrissi nel mio diario di viaggio le cifre di ogni scontrino. Poi a Milano scopri che alla somma totale mancavano degli spiccioli. Nulla di rilevante, all’azienda mi dissero se la somma coincideva con quello che avevo raccolto dalla signora francese, dissi di Si. Ma dentro di me era un No. Me lo tenni per me quel no, mi fidavo dei miei colleghi di lungo corso, il coglione che si era intascato un po’ di grano raccolto fu il cagone. Mi sarebbe dispiaciuto fargli perdere il posto di lavoro, non era giusto e poi si sa che le nuove generazioni sono un po’ rincoglionite. Per questo bisogna educarle, si educano a modo, direi personalizzato. Tornati a Milano a operazione conclusa, una mattina lo invitai a fumarci una sigaretta in terrazzo. Giunti sul terrazzo mi accendo la sigaretta, gli accendo anche la sua di sigaretta. Poi dopo una tirata la buttai in terra e gli presi il collo e lo portai sul bordo del terrazzo, pronto per buttarlo giù. Fargli fare il volo dell’angelo dorato, questa volta per non schiantarsi doveva avere veramente le ali. Lo presi dai piedi e a testa in giù gli feci vedere cosa significasse la differenza tra la vita e la morte. Urlava poveretto, chi cazzo lo avrebbe sentito, nella bella Milano caotica, dove tram, auto, gente che urla, musicanti che strampellano o giocolieri che dopo lo sciopero dei lavavetri ai semafori decisero di trasformarsi in equilibristi. “Senti cagone, come si vede la madonnina a testa in giù, pensi che quando ti schianterai sul bellissimo asfalto milanese, dove i cani scagazzano e i piccioni lasciano il loro biancastro fetore, capirai il senso della vita, che dici Marchino caro, la tua testa si mescolerà tra questo ben di Dio?” Urlava poveretto. ”Aiuto!” Lo riportai nel mondo dei vivi, che faccia che aveva, bianco, cadaverico. Gli diedi due schiaffettini sulle guance. “Su Marchino, tirati su, la prossima volta non devi toccare più un centesimo.” Da quel giorno i suoi occhi mi videro in maniera diversa, probabilmente dopo 25 anni di vita inutile ha capito cosa significava vivere in questo mondo. Migliorerà molto il cagone con il passare del tempo. Di solito la vera vita te la insegna non propriamente la scuola, soprattutto quella di oggi ma la strada e la conoscenza della vita reale. La scuola ti insegna a perderti, a diventare un individualista che pensa per se. Ovvio ti impara a scrivere, a leggere, ti insegna la matematica ma non ti insegna a soffrire. Ricordatevi che per vivere in questo mondo bisogna anche aver sofferto. Se no che senso avrebbe tutta questa fottuta giostra.

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