Quella Volta a Saint Vincent (6°Parte)…

Il Cagone era in viaggio con il furgone per Milano, anche gli altri si stavano preparando per lasciare Saint Vincent. A me restava di ultimare il gioco dei messaggini. Chiamai la reception chiedendo il cameriere, a colui che avevo affidato il compito di consegnare le frasi nei Post It. Venne in camera e gli diedi l’ultimo messaggino da consegnare alla donzella famosa, con scritto “Se vuoi conoscere l’angelo senza ali, ti aspetta alla camera 234 alle 21.00.” Se era curiosa di chi fosse quello strano messaggero si sarebbe presentata. Per me non era importante, era giusto che conoscesse chi le aveva cambiato il modo di pensare nell’ultimo periodo. Il mio era un gioco per passare il tempo e divertirmi con le anime. Nel frattempo preparai la valigia, avevo poche cose come sempre del resto. Via i nei, i baffi, la parrucca, l’orecchino. Ritornai come gli Dei mi avevano creato. E aspettai seduto sul balcone di quel albergo, male che vada mi sarei addormentato come sempre su quella sedia tra un cielo stellato e un freddo pungente ma il mio corpo era abituato, una coperta addosso e via, con una black death e una bottiglia di whisky. Sarei partito di primo mattino, dovevo aspettare cosa avrebbero scritto i quotidiani del luogo sui fatti accaduti sulla strada che da Saint Vincent portava a Ginevra. Il buio si accingeva ad arrivare, mi si annebbiavano gli occhi, stavo sul dormiveglia, mi si chiudevano le palpebre. Cadono minuscoli polveri delle black death, formano una montagnetta di cenere, lì sotto i miei piedi. Sempre con il maledetto vizio di stare scalzo, cosa che poi in futuro mi portò l’Erisipela anni dopo. I vizi a noi umani non ci cambiano, ci moriamo dentro, alcune volte si muore pure di lussuria, altre di speranza che mischiata con l’essenza ne viene fuori un invisibile e fottuto di profumo che sa di tutto e il contrario di niente. Le sigarette stanno finendo, tra poche ore avrei lasciato quel posto incantato con una valigia piena di grano e dei documenti. I soldi nascosti sotto il fondo della valigia, ben distesi, una banconota accanto all’altra, in estremo ordine. Mentre i documenti all’interno di un paio di maglie, anche loro ben distesi, senza stropicciarli. Appoggiai la testa al muro del balcone, con i piedi sul tavolino. E come d’incanto senti bussare la porta, mi alzai ed entrai in camera, guardai l’orologio appoggiato sul comodino, segnava le 21.05. Era arrivata forse la leccatrice di cucchiaini. Apri la porta, ci guardammo, lei sorrise. Io invece freddo come il ghiaccio, non avevo espressioni. Mi spostai e apri maggiormente la porta; ”Prego, si accomodi.” Entrò con estrema tranquillità, non aveva nessun tipo di timore di trovarsi dentro una stanza d’albergo con uno sconosciuto. “Vai sul balcone, e siediti, chiamo la reception e mi faccio portare da bere, cosa bevi?” Scelse del vino bianco leggero. Non mi va di raccontare di quella sera nei dettagli, sono cose private. Posso solo dirvi cari signori e signore, che il mio essere diretto con la mia solita e fottuta faccia tosta ha portato lo svolgere della serata e nottata in modo positivo. L’unica cosa che posso dirvi e che alla mia domanda “Perché sei venuta?” Lei rispose “Volevo dare un volto all’angelo senza ali, colui che ha condizionato la mia vita negli ultimi giorni. Cosa che non mi era mai capitato fino d’ora e non poteva passare inosservata questa possibilità, non avrei potuto convivere con questa curiosità.” Credo che la sua spensieratezza di voler oltrepassare quella porta di quella piccola e buia camera d’albergo era più grande di tutto.” La mattina appena le luci del giorno presero un pochino di largo tra quelle montagne mi alzai. Riuscì a sentire il significato di dormire su di un letto, non ci ero abituato, Avevo passato gironi a dormire sulla sedia, rimasi seduto al bordo del letto. Lei dormiva, le lasciai un biglietto; “L’angelo senza ali deve ripartire in un nuovo viaggio, ti ringrazia di avergli dato la forza di continuare a volare. Volare non su queste montagne e neanche su mari ondeggianti oppure su terre desolate ma volare nella tempesta della vita, un bacio e buon proseguimento per la tua di vita. Mi raccomando vivila come quando ti ho visto oltrepassare quella porta, con il tuo magico sorriso.” Lo appoggiai sul comodino. Presi la valigia e me ne andai. Il tipo alla reception non fece caso neanche che non ero Alfred Rubesch della stanza 234. Poteva essere chiunque ad uscire da quel albergo, mi salutò. Presi l’auto e nel tornare a Milano, mi fermai in edicola a prendere dei quotidiani. Volevo sapere se ne parlavano i giornali. Su di un giornale locale si fece cenno al fatto. “Un ingorgo autostradale dovuto ad una rapina effettuata ad un avvocato svizzero, legato e incappucciato. Gli fu sottratta una valigetta dal contenuto ancora adesso misterioso, gli inquirenti stanno indagando. Rapina effettuata da due uomini in moto, dalle prime indagini risultano i due di provenienza russa, probabilmente in trasferta. Un fatto anomalo e mai capitato nella terra valdostana. Per ora risulta indagato l’avvocato.” Ripresi il viaggio per Milano, giunto in sede andai a consegnare la parte dei soldi dell’acconto e portai i documenti in cassaforte. Fu avvertita la cliente francese tramite un corriere che gli consegnò una busta con dentro una scheda telefonica svizzera con tutte l’istruzioni per consegnare il resto dei soldi, in cambio avrebbe avuto il testamento della sorella. Era sconsigliato di presentarsi a Milano in sede. Il giorno seguente arrivò la telefonata, la scheda telefonica svizzera è impossibile da intercettare. Gli fu detto di presentarsi ad un McDonald ubicato nella strada Paullese alle porte di Milano. Dovrà comprare un Happy Meal e inserire tutte le banconote in taglio da 100 sotto al pacchetto di patatine e panino. L’uomo a cui dovrà consegnare l’Happy Meal con dentro il grano avrà la stessa spilla che aveva visto al casinò di Saint Vincent. Lo stesso uomo le consegnerà un Happy Meal con dentro il testamento della sorella, sotto ad un bel pacchettino di patatine e panino. Quel pomeriggio c’era parecchia gente. Io e Vladimir siamo seduti ad aspettare l’arrivo della signora, sopra al nostro tavolo l’Happy Meal con all’interno il documento. Ecco arrivare la signora, entra ed’esegue tutto alla perfezione. Si siede in un angolo e trasferisce senza farsi notare i soldi dentro al’Happy Meal. Mi alzo e la raggiungo con ben esposta la spilla sul petto. Mi siedo di fronte a lei. Lascio il mio Happy Meal e prendo il suo. Ritorno da Valdimir mi rimetto seduto e tiro fuori il contenuto che non mi interessa, controllo che ci siano i soldi e poi ampiamente soddisfatto voglio mangiarmi il panino. Nella vita esistono gli imprevisti, sembrava strano che stava andando tutto liscio. Ecco spuntare un moccioso, un bastardello. Mi vede uscire un giocattolino da quel fottuto Happy Meal. La signora francese ci aveva inserito il giocattolino. Fu un errore nello specificare di inserire solo patatine e panino e non il giocattolo. Cazzo!!! Fu un piccolo errore che stava rovinando il tutto. Il bambino si mise a piangere, voleva quel fottuto Happy Meal con dentro i soldi. Spuntò la madre “Lascia stare il signore.” La signora si abbassò nel parlare con il bambino e non potevo non notare quei enormi davanzali che sporgevano dalla tipa, i cosiddetti monti sibillini. Avevo perso un attimo la trebisonda, un bambino che urlava e i capezzoli che fuoriuscivano da quel dipinto vivente. Poi ripresi i sensi, e con grande sagacia dissi a Vladimir se si ricordasse del “Libano.” Era un messaggio per dirgli di usare la strategia che usammo in Libano. In Libano usammo i bambini con il gioco; ”In quale mano c’è la caramellina?” Usavamo i bambini come spie in cambio di dolciumi. I bambini sono ottime spie, sono facilmente più ricattabili degli adulti. Gli adulti sono dei deficienti patentati mentre i bambini sono più intelligenti e capiscono dove c’è il miglior guadagno. Difatti funzionò anche con quel fottuto moccioso. Vladimir prese un altro Happy Meal e me lo mise dietro la schiena. Con le mani dietro alla schiena feci un gioco di prestigio. E poi voilà “A quale Happy Meal c’era il giocattolino?” Ecco che improvvisamente il bambino si mise a ridere. Gli diedi il secondo Happy Meal con la magia dei due giocattolini invece di uno. La madre non sapeva come ringraziarmi, volevo dirgli “Se vuole ringraziarmi mi faccia andare su Saturno con i suoi due monti sibillini con i due fari luminosi incorporati, cosi da guidarmi nel cammino della lussuria e della goduria.” Poi mi sono detto, “Ma no che cazzo fai, torna in te e porta il grano dei campi agricoli in sede.”

P.S. Dipinto straordinario di Thomas Eakins, rappresenta “Elisabeth Crowell con un cane.” Conservato al San Diego Museum. Elisabeth Crowell era un infermiera tra le più importanti della storia. Membro della “Rockfeller Foundation” Associazione filantropica. Elisabeth Crowell nel 1940 si trasferì in Italia dove morì nel 1950 e fu sepolta a Santa Margherita.

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