Un Caffè e un Abbandono…

Non saprei soffermarmi su cosa e su come sarebbe il mondo senza l’albero su cui stava parcheggiato un uccellino che contorcendosi ha fatto scivolare la sua cacchina sulla mia giacchetta così tanto bella e pulita. Pulita come l’aria di stamane diversa dai giorni scorsi, piena e infinitamente sommersa di polveri che i tanti professori chiamano sottili. Sottili le mie scatole, sono le stesse cose che dico al salumiere quando chiedo un po’ di prosciutto ma lui imperterrito crea fette da poter usare sui modellini di aeroplanino che molti mocciosi un tempo amavano creare. Creare una parola grossa? Oggi non si crea più, si gestisce le creazioni di altri, per fortuna non Io. Altri chi? Quelli che vedo sul finestrino di un metrò, pieno di folli menti perse tra la quotidianità. La stessa che un tizio ogni santo giorno al solito angolo di strada mi chiede porgendo la sua di mano, in un primo momento penso ad una mano che chiede pietà, pietà per cosa? La stessa pietà che mi dicevano in Libano? No, la pietà ha forme diverse. Con la mia mano invece cerco in tasca per poter dargli qualcosa ma a parte tappi di bottiglie vuote, scolate la sera prima non trovo che una moneta raffigurante un 50. Il 50, il tizio non ama, preferirebbe monete con un solo numero impresso ma il numero che lui chiede lo metto su di un salvadanaio posto di fronte al water. Giusto per ricordarmi che ogni cagata e sempre una moneta da inserire. Alla fine si conta la quantità di monete con la quantità di cagate. Tengo un bel sondaggio in merito, se un giorno dovesse chiedermelo il medico se vado in bagno con frequenza, saprò cosa rispondergli “Basta svuotare il salvadanaio.” Una volta gli antichi usavano il materasso come salvadanaio. Il materasso luogo misterioso, dove si consumano incontri ravvicinati di alcuni tipi. Come ci sono alcuni tipi che buttano nei cestini ogni cosa. Pure un pannolino di un bimbo che si era cagato addosso di fronte a dove ero seduto io, alcuni anni fa sul metrò. E con molta tranquillità la donna che lo accudiva cambiava il pannolino inebriando la carrozza di odori che si sentivano solo ai tempi delle guerre puniche di stalle e fattorie dove c’erano vacche, dove alcune volte erano stitiche. Magari fosse stitico di parole il mio vicino di casa più vecchio di un matusalemme, un suo passo con il suo bastone sono più di dieci secondi. In quei secondi mi racconta la sua giornata del cazzo, vorrei raccontargli la mia ma per fortuna per lui arriva l’ascensore. Ascensore che ci porta su nei piani, nel frattempo prego che i due fratelli, uno del piano di sopra (Dio)e l’altro del piano di sotto (Demonio) di non far si che l’ascensore si guasti, per evitare altri odori. Entro in casa, un po’ di pace. Guardo fuori dalla finestra, sembra un aquilone un po’ strano quello che vedo, mi avvicino per guardare meglio. Cazzo non e un aquilone e un tizio che stende sul balcone una tuta da superman, in un primo momento pensavo fosse del figlio. No, non penso proprio, se ricordo bene quel tizio non ha figli, a parte un amichetto un po’ affettuoso. Sarà del suo amichetto la tuta di superman. La gente e fuori di testa. Mi preparo l’ennesimo caffè, rigorosamente con poco zucchero, da come controllo la tazza ci manca poco che conto pure i granelli. Ho la sensazione che sto perdendo il filo della ragione. Mi dileguo nel nulla, chiudo le tende anche se le sento piangere in agonia, sotto sotto mi chiedono quando le laverò. Già!! Poverette ma non vorrei rovinare la festa ai piccoli vermiciattoli che si sono fatti la loro casuccia. Sono un animalista, di quelli un po’ strani, anche se mangio il prosciutto e hamburger, trovo incantevoli i vermi, le formiche…quindi anchio sono un animalista.
Vi chiederete ma quando si parte con la storia del capolavoro di Zilina? sto perdendo tempo a raccontare di cose frivoli. Si ok avete ragione ma prima però voglio raccontare la storia di Giada. L’unica donna della mia squadra. Sarà fondamentale la Giada per il capolavoro di Zilina. Quindi trovo importante che la conosciate. Devo ammettere che fu importante anche per i miliardari cinesi quando furono ospiti a Milano, sempre se ve li ricordate. Fu fondamentale per Abu Dhabi e il famoso dipinto da sostituire, tenne sotto le sue cure lo sceicco mentre io prendevo in prestito il dipinto sostituendolo con una copia identica. Comprendo che avete una memoria di emme. Quindi oggi vorrei raccontarvi di questa strana donzella. La storia la chiamerei “Un Caffè e un Abbandono.” Tutto ebbe inizio una mattina di parecchi anni fa. Ero al solito bar, presi un caffè quella mattina, la sera prima avevo esagerato con i superalcolici, di solito capita. Ero seduto e leggevo il corriere della sera. Entra questa donna in stato altamente confusionale, parla con il barista, si nota che ha un attimo di sconforto. Sapete che io non amo farmi gli affaracci miei, sono un fottuto bastardo che si fa gli azzazzi degli altri. Ascolto con estrema attenzione. La donna e disperata, in cerca di un lavoro e di una sistemazione, oltretutto è incinta di un paio di mesi. Abbandonata dal compagno perché gli ha detto della lieta notizia. I grandi litigi con i genitori per la sua fuga di casa quando aveva 15 anni. In poche parole, una vita vissuta dentro una cabina delle montagne russe. Chi vive la propria vita seduto su di un seggiolino delle montagne russe non può pretendere un futuro tranquillo e lineare. Il professor Kruge diceva “Il passato di solito semina i fiori che crescono nel presente, solo con un annaffiamento regolare si potrà avere un rigoglioso futuro.” Disperazione e qualche lacrima scendono da quel viso. Aveva passato la notte a dormire sulla panchina della stazione centrale, abbandonata pure dall’amica che gli aveva dato per qualche settimana un tetto dove dormire. Poi cacciata perché secondo la stessa amica stava facendo la stronzetta con il suo compagno. Che storia del cazzo! Mi fermo dal leggere il giornale e ascolto il singhiozzio di questa donzella, non sempre intonato da poter fare quasi una composizione musicale. Il suo sguardo era vuoto. Poteva commettere una pazzia, quel suo “Ora mi ammazzo!” detto al barista non mi ha lasciato indifferente. Non sarebbe stato giusto. Avevo già vissuto il suicidio di un amico carabiniere, morto suicida all’età di 33 anni con il tubo dello scarico dell’automobile. Il mondo è pieno di uomini e donne stanchi della vita e come estremo rimedio donano la propria esistenza al vuoto e al silenzio, basta poco per perdersi in quel vuoto pieno di silenzio. E poi portava dentro di se una vita nuova, sarebbe stato una doppia morte. Le dico se posso sedermi accanto che forse potevo aiutarla. Mi raccontò la sua vita, fu una vita così complicata e tortuosa che fu lunghissima. Ribelle fin da piccola, combattiva e testarda per poi finire a volersi togliere la vita. Le dicevo “Hai combattuto fino adesso e proprio ora vuoi arrenderti, alza la testa e tira fuori le unghie, fallo soprattutto per colui che porti dentro di te.” Testa chinata a guardare con lo sguardo fisso quella tazza di latte. Non voleva farsi vedere che le sue lacrime scendevano in quella tazza, per formare un certo latte al gusto lacrimoso, mai assaggiato in vita mia. La feci sorridere chiedendogli di dirmi la prima cosa che gli passasse per la testa, così avrei creato una qualsiasi frase all’istante. Questo la fece distrarre “Ma te sei un genio!” esclamò. Gli proposi di lavorare per l’azienda dove lavoravo io. Mancava una donna nella mia squadra, era solo da convincere il grande capo. Questa donzella doveva pure riprendersi, sembrava un cadavere. Per prima cosa dargli una sistemazione provvisoria, mi venne in mente il mio vicino di casa di Concorezzo, abitavo lì in quel periodo, poi qualche anno dopo me ne ritornai a Milano. Concorezzo si trova in Brianza a pochi chilometri da Milano. Dove abitavo, come vicino di casa sulla sinistra avevo un ragazzo gay. Invece sulla destra come vicini di casa avevo una giovane coppia con una bimba piccola. Vivevo in una piccola palazzina di due piani, dove gli appartamenti erano come nei Motel degli Stati Uniti. Per questo dopo aver visionato un centinaio di appartamenti scelsi quello. Perché mi ricordava la Louisiana. Sono un tipo difficile a scegliere un appartamento, perché deve essere un qualcosa di unico e raro. Difatti era raro in Italia un complesso residenziale in stile Stati Uniti. Quindi gli appartamenti erano divisi solo da porte d’ingresso in un lungo balcone. Non so se voi siete mai stati in un Motel Americano. Se ci siete stati forse avete in mente com’era. So che voi vi starete dicendo; “Ma perché non l’hai accolta tu questa donna invece di rifilarla al tuo vicino di casa.” Avevo bisogno della mia privacy e poi per lei vivere insieme ad un gay si evitano complicazioni. La Giada si sarebbe trovata benissimo. Per il mio vicino quando gli ho parlato della situazione era contento di aiutare quella donna. Questo ragazzo, lavorava nel mondo dello spettacolo, tra sfilate e Tv. Modello per sfilate, era come si dice per il linguaggio femminile un “Grande Figo” Difatti i cosiddetti fighi di solito sono tutti gay. Lavorava non solo come modello ma anche come pubblico per spettacoli televisivi. Sapete che per fare il pubblico nei programmi televisivi vengono ingaggiati anche modelli e modelle. E devono applaudire ad ogni comando impostato. La Giada dopo un accurato addestramento, anche se oggi lo chiamano corso di formazione, entra a far parte dell’azienda. Sono passati parecchi anni e devo ammettere che ci avevo visto giusto. La Giada fu rimessa a nuovo, modellata, addestrata. Non più sgraziata di quando la conobbi, cambiò in meglio, modi eleganti, raffinata, sensuale da mettere in ginocchio qualsiasi uomo. Il bambino, maschio, nacque in buona forma. Poi gli vendetti il mio appartamento, quando sentì la nostalgia di Milano. Quando sei lontano da Milano ti manca, quei viali alberati, alti fino ai tetti, alberi secolari, dove in ogni loro ruga c’è il segno del tempo. Alla fine con il ragazzo gay sono rimasti tutt’ora amici per la pelle. Si dice che per una donna ad avere un amico gay e meglio di avere un’amica donna, non è un luogo comune, credo che sia la verità. Ora la Giada ha pure un compagno, un uomo che gli vuole veramente bene. Peccato che nei miei confronti non ha molta simpatia. Gli ha spiegato che sono il suo capo. I suoi strani pensieri sono più che altro del perché al figlio gli ha dato il mio stesso nome con l’aggiunta di Junior. Non ha tutti torti, ragionerei anchio allo stesso modo. Lei glie lo ha detto; “A lui devo tutto, anche la vita.”

P.S, Dipinto di Martinus Rørbye, pittore danese.

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