La Storia del Teschio…

A volte si incontrano le persone che ti portano a strani destini. Successe nel breve periodo che ero in Colombia, molto tempo fa. Incontrai per un gioco di scommesse illegali Juan Pereda, non potevo immaginare chi fosse realmente. Tra il ridere e il bere in un particolare bar, Juan Pereda, mi fece una proposta che non si poteva rifiutare. Siccome aveva una vita troppo allegra e spericolata cercava uno che gli guardasse le spalle e sistemasse i suoi casini. Accettai la proposta, del resto era per pochi mesi, avevo bisogno di soldi. Riuscì ad ottenere dal Pereda una bella villa abbandonata da un proprietario terriero a sud di La Paz nel distretto di Mallasa, sulla strada Principal Rio Abajo. Il proprietario scomparve da La Paz molti anni prima, non aveva parenti ne eredi, aveva solamente quattro contadini alle sue dipendenze che si occupavano del suo terreno, questo tipo passava molto del suo tempo a scrutare il cielo con un gigantesco cannocchiale. Il governo requisì la villa dopo la denuncia di scomparsa fatta dai suoi lavoranti, il ministero tentò di trovare degli eredi ma fu un’impresa impossibile. La villa fu abbandonata, compreso tutto il terreno adiacente, diventò un posto desolante in un certo senso anche lugubre. C’era tanta di quella erbaccia tutta intorno alla villa da far pure paura, porte sbarrate dall’esterno. Nel giro di quattro settimane la villa tornò come nuova, si misero all’opera una dozzina di operai. Dentro alla villa c’era ancora tutto come era stato lasciato, dei piatti ancora sporchi sul lavandino, il frigorifero con i vermi imbalsamati che chiedevano aiuto, alcuni di questi vermi rimasero stecchiti mentre tentavano di fare degli equilibrismi che solo i trapezisti sanno fare al circo. Una bottiglia di birra aperta mezza vuota, il liquido al suo interno era diventata piscia di cammello in stato di decomposizione. Sul tavolo c’era una lettera ancora chiusa, veniva dal lontano Giappone, riconoscevo il francobollo con la bandiera giapponese, l’indirizzo ed il nome del tipo scomparso, Augustin De La Fyerra. La lasciai chiusa e la nascosi sopra un armadio. Avevo paura ad aprirla, pensavo che al suo interno ci fosse qualcosa di terribile meglio lasciare il mondo come e, per ora. Decisi di curiosare nei singoli locali della villa, il vecchio proprietario non portò via nulla c’erano pure i vestiti ancora dentro agli armadi. Al piano superiore c’era una mansarda con un enorme cannocchiale che guardava verso il cielo. I lavori finirono e mi trovai a vivere solo in questa gigantesca villa. C’era il terreno da sistemare e trovai pure un paio di contadini a cui dare la gestione della terra attorno alla villa, peccato che sarei andato via dopo qualche mese. Avevo una volta al giorno pure una donzella a domicilio, ci pensava mano mozza a trovarmela con il Dio denaro ottieni tutto. Avevo fatto creare una stanza con pareti rigorosamente bianche e senza nessun quadro, giusta per gli incontri con le varie donzelle. Un letto, una cassapanca appoggiata al muro di fronte con sopra uno specchio e un mangiacassette da dove usciva la musica di un gruppo famoso in Bolivia i Savia Andina, mi era entrata dentro quel tipo di musica mentre facevo sesso. Sulla cassapanca c’erano anche dei gessetti colorati, dove ognuna di loro prima di andare via scriveva sul muro il suo nome e una frase oppure una parola. Qualsiasi cosa gli venisse in mente, quella era la stanza del piacere e del pensiero. Con il tempo quella stanza diventò quasi magica, ogni donna che entrava rimaneva incantata dalle tante parole e frasi che le altre prima di loro scrivevano. C’erano alcune, per fortuna poche che non sapevano leggere né scrivere, scrivevo io sotto loro dettatura. C’erano altre che passavano del tempo a leggere, mentre le guardavo nude come Dio le aveva create, le scrutavo sdraiato sul letto con la mia black death fumante, era eccitante vedere i loro sguardi persi tra le scritte e i pensieri di chi aveva frequentato quel luogo prima di loro. Finito il tutto lasciavo i soldi su di un mobile e mano mozza le riaccompagnava a casa.
Un giorno rimasi colpito da una donna che dopo aver scritto il suo nome sulla parete, Yurena, non scrisse nessuna frase ma mise solo dei puntini. Gli domandai del perché i puntini, mi disse che la frase era sospesa nel vuoto che non gli veniva in mente nulla al momento. Aggiunse che può darsi che alla prossima volta invece di essere vuota e persa, esca per rimanere impressa su quella parete, così grande e lunga che possa ricoprire tutte le altre. Fu l’unica tra tutte a farmi rimanere fesso come un salame, gli chiesi se voleva ritornare, non mi rispose, fece la vaga, si guardò intorno, poi rispose con un “Forse, chissà, non lo so, può darsi.” Che stronza! pero mi piaceva, mi intrigava il suo modo e soprattutto la sua intelligenza abbinata ad un abile furbizia tipica di alcune donne che potrebbero farti perdere la testa. Dal giorno seguente non fu più la stessa cosa con le altre, pensavo a quando Yurena sarebbe ritornata, non so se mi davano fastidio quei puntini di sospensione oppure la curiosità di cosa avrebbe scritto. Il dubbio mi alienava, mi fermavo davanti al suo nome impresso sulla parete in mezzo ad altre decine e decine di nomi e quei cinque puntini sotto che sembrava non volessero dire niente ma con il tempo lasciavano il segno, come se volessero dire qualcosa di più grande.
Desideravo rivederla, ordinai a mano mozza di riportarmi la Yurena, ed il cretino non sapeva che dirmi, “Chi?”
Del resto aveva ragione mano mozza, per lui erano tutte uguali. Gliela descrissi, viso dolce come lo zucchero, capelli lunghi con le trecce, orecchini tondi, un neo sul seno, che idiota, il seno non lo ha visto, non potevo farlo girare per tutta La Paz a cercare una con un neo sul seno. Gli domandai dove cercava le donzelle che mi portava, fino a quel momento non mi ero neanche interessato a dove mano mozza trovasse le donne. Mi raccontò che molte le trovava al mercato del giovedì, altre al mercato delle streghe, altre ai campi. Decisi di andare personalmente al mercato delle streghe, non potevo mandare mano mozza, solo io potevo riconoscerla. Girai per il mercato, c’era moltissima gente, chiesi ad un vecchio seduto su di un piccolo tronco d’albero se conoscesse una dal nome Yurena, non mi rispose. Forse era sordo, chiamò una donna per sentire cosa dicessi,
“Conosci Yurena?” chiesi alla donna.
Lei mi fece cenno di aspettare lì, seduto su di una poltrona in vimini, mi accesi una sigaretta e nel frattempo che aspettai quel vecchio iniziò a prendere qualcosa tra le mani. Sembrava un osso e iniziò a lavorarlo. Il tempo passava ma della tipa nessuna traccia, finì per addormentarmi. Mi svegliò strattonandomi il vecchio, mi consegnò quell’osso che lavorato lo fece diventare un piccolo teschio con un piccolissimo anello di rame conficcato nella testa del teschio. Dove dentro passava una corda in cuoio facendolo diventare una collana. Poi con il tempo sostituì il cuio e ci misi dei lacci delle scarpe. Me lo regalò, più che altro me lo mise al collo, ero mezzo addormentato non capivo neanche che cazzo stava facendo al mio collo, mi accorsi dopo, mi garbava comunque quel teschio. Ringraziai il vecchio, che prima di andarmene mi disse:
“Muerte y su amigo.” E se ne andò.
La morte era mia amica, cazzo! Mi mancava pure di sapere che la morte era la mia amica. Mi guardai intorno ma della Yurena neanche l’ombra. Tornai alla villa con al collo la morte.
Da allora decisi di chiudere quella stanza e di non riceve più le donzelle, non ne valeva la pena, usai il vecchio sistema del bordello. Non rividi mai più Yurena, scomparve come un fantasma, durante il mio soggiorno a La Paz chiesi sempre a chiunque se conoscesse una Yurena ma nessuno ricordava una donna con quel nome. La cosa assurda è che non vivevo mai dentro alla villa, ero quasi sempre a La Paz e poi in tarda notte nel buio più totale del cielo,altre volte illuminato dalla luna, ed altre da miliardi di stelle mi sedevo fuori dalla porta e mi addormentavo come un coglione con la bevanda a cui andavo pazzo in Bolivia, la Singani, un’acquavite delle valli del Tarija. Nasce da un tipo di uva coltivata a circa 2500 metri di altezza, fu chiamata così perché alcuni monaci spagnoli la fabbricarono per la prima volta in una fattoria chiamata da loro, Singani nel 1800.
Fu fatta per caso, per colpa di carenza di acqua, furono obbligati ad aspettare il rifornimento da un carico di navi spagnole, quel rifornimento non arrivò o meglio arrivò con 8 mesi di ritardo.
Trovarono quei monaci morti pieni di quel liquido che si erano creati per sopravvivere alla carenza di acqua, il viso era così giallo che forse il fegato di quei monaci da spugna si era trasformato in pietra. Chi li ritrovò assaggiò quella strana bevanda, che poi piaceva e per dargli un nome, decisero di dargli il nome impresso sulla porta della fattoria “Singani.”
Una bella botta alcolica sui 40 gradi, cazzo! Le prime volte alla mattina mi svegliavo rintronato e completamente congelato. In Bolivia in alcuni punti la temperatura va dai 20 gradi di giorno ai 2 gradi sotto zero la notte. Era il mio unico vizio in Bolivia l’alcol insieme alle sottane da sollevare e le sigarette. Per fortuna grazie alla mia allergia alla cocaina, non mi ero fatto contagiare dalle abitudini dei boliviani, se no sarei diventato un cocainomane come Juan Pereda. In Bolivia c’era l’abitudine di masticare delle foglie di coca, uso comune tra la popolazione, in alcuni casi può successivamente portarti allo sniffare successivamente la cocaina vera e propria. Le foglie di coca in Bolivia le trovi in una qualsiasi bancarella di un mercato tra l’insalata e i peperoni. Le foglie di coca sono essiccate, non vanno assolutamente masticate perché se no si rischia di essere appena usciti dal dentista con una bella anestesia in bocca, dove si è addormentato tutto, pure il naso non lo si sente più. La foglia di coca va tenuta dentro la bocca intera, per poi creare all’interno della bocca chiusa della saliva, successivamente lisciare con la lingua la foglia per renderla bagnata. La sensazione e che ti dà un po’ di euforia, può capitare molte volte di non sentire la necessita di mangiare, potresti stare per tre giorni interi senza ingurgitare niente e leccarti le foglie di coca. La Bolivia era un posto strano e con il passare del tempo capì che era anche magico, c’era quel qualcosa di unico e raro sulla faccia della terra. Oltretutto il mondo e stato fatto per creare diversità.
Senza parlare della particolare respirazione in una certa altezza, io ci avevo fatto l’abitudine ma ai primi tempi bisognava stare attenti a non fare grosse fatiche. Poteva scoppiarti il cuore o trasformarsi in pietra i tuoi polmoni, portandoti alla morte improvvisa. Per questo in Bolivia il tempo e lento, la gente e lenta, tutto va al rallentatore, come se la vita non esistesse, come se fuori ci fosse un altro mondo. Un mondo fatto più che altro di malinconia…come una canzone dei Savia Andina che dice “Porque Estas Triste” perché sei triste…
“Perché sei triste, dimmi il perché?”
Non piangere,
so che nella vita devi combattere
ed essere poveri e come portare la croce,
ecco perché ti chiedo di non soffrire più
asciuga quella lacrima
e gioisci ora.”

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