Il Ghetto di El Alto…

Avevo dato un consiglio a Juan Pereda, quello di prendersi il trono, tanto un Golpe in più o in meno che differenza fa. Del resto la Bolivia e stata la nazione più di ogni altra al mondo con più colpi di Stato della storia. Hugo Banzer fu il sessantaseiesimo dal 1825, da quando il generale Simon Bolivar fondò la Bolivia e il Bolivarismo. Non mi rispose come se la mia frase fosse sparita con il vento ma fu la mattina seguente in una giornata soleggiata mentre sorseggiavo un caffè, che solo in Bolivia fino ad allora non ne avevo mai bevuto uno così buono. Mi prese sottobraccio e come due comari pronti a zabettare, ai bordi di una terrazza ricca di fiori profumati mi disse:
“Sono pronto, parlami del tuo piano per farmi prendere il potere ed io saprò ricompensarti.”
Era pronto a fare il grande salto, già fantasticava di come sarebbe stato bello il suo potere. Ed io avrei tutto sommato avuto ciò che amavo, il Dio denaro. Avevo preso due giornate libere, mi rifugiai fuori da La Paz, passai isolato due giorni a Cochabamba per pensare, distava trecento chilometri circa dalla capitale. Tra il bordello di Jesus, un magnaccio famoso a Cochabamba e il bar, passavo ore tra birra e sottane che si alzavano. Tornai a La Paz e avevo chiaro tutto. Iniziai a non farmi più la barba, era già un po’ lunga e decisi di non tagliarla più, la facevo crescere. Fu lo stesso per i capelli, presi la decisione di bendarmi un occhio, quello destro. Frequentavo la vita mondana dei salotti buoni di La Paz, dovevo farmi vedere da tutta l’alta borghesia boliviana, perché la gente parlava, le voci giravano e questo mi aiutava nel progetto. Mi chiamavano il colonnello Don Pablo, mi avevano messo una fottuta etichetta, pure il presidente Banzer mi mise su di un piedistallo rispetto al drogato Juan Pereda. Facevo il doppio gioco, preparavo la strada al potere per il mio committente, Juan Pereda. Avevo trovato anche uno stratagemma per aumentare le voci sul mio conto, quello di uno strano tipo con capelli lunghi, barba folta, un occhio come gli antichi pirati. Con me portavo anche una boccettina di un farmaco, il Betabioptal, l’avevo preso da un farmacista, insieme ad una siringa. Avevo svuotato il farmaco nel buco del cesso e nella siringa avevo introdotto nel suo interno il finto farmaco, un mix di acqua normale e acqua borica, divisa in 4 parti su 5 di acqua normale e una minima parte di acqua borica. Dovevo dare la sensazione al mondo boliviano che Don Pablo era malato agli occhi, difatti nei luoghi pubblici dove tutti potevano guardarmi mi introducevo nell’occhio sano il finto farmaco. Devo ammetterlo ero un grande attore, lo sono sempre stato. Convinsi Hugo Banzer che se mi dava carta bianca avrei eliminato il problema del Ghetto di El Alto. Mi diede carta bianca, feci fare un manifesto da consegnare a tutta la popolazione di quel ghetto, dove c’era scritto che se la popolazione avrebbe consegnato al primo distretto militare di Sant’Antonio di La Paz, entro le 17.00 del 12 ottobre tutte le armi in possesso. Le milizie del governo Hugo Banzer, sotto la vigilanza del ministero dell’Interno Juan Pereda, guidate dal colonnello Don Pablo non avrebbero usato la forza con un inutile spargimento di sangue. Mancavano tre giorni alla data fatidica. Attesi dinanzi al distretto militare di Sant’Antonio seduto su dei gradini, fumavo una sigaretta, si avvicinò un bambino sui 11 anni circa, si fermò a trenta metri circa da dov’ero io. Lo guardai e vidi che chiedeva alla prima guardia dove fosse il colonnello Don Pablo, dico di farlo passare. Il bambino si avvicinò e gli domandai: “Sono io Don Pablo, hai bisogno?”
Il bambino con aria da strafottente dalla tasca tira fuori una fionda e me la consegnò e dice questa frase
“Son las armas del Ghetto di El Alto.” E se ne andò.
Osservai la fionda e sorrisi, il mio era un sorriso amaro e dolce nello stesso tempo, volevo fermare il moccioso e chiedergli chi fossero i suoi genitori, chissà forse per giustiziarli. Mi fermai, preferì non chiedere, era meglio non sapere. Del resto il bambino non aveva colpe, non potevo renderlo orfano, ero già io mezzo orfano, era meglio non darne un altro in giro per il mondo. Spensi la sigaretta sulla punta dei miei scarponi, presi la fionda e me la misi nella tasca della camicia, vicino al cuore, quel cuore che aveva perso il dolce del mio sorriso. Stava uscendo l’amaro dentro di me, era oramai ufficiale che il Ghetto di El Alto non aveva nessuna intenzione di consegnare tutte le armi. Ritornai dentro alla caserma e iniziai a preparare l’attacco al Ghetto di El Alto…un attacco per quanto mi riguarda personalizzato. Difatti dovevo risolvere quel problema, arrivarono le fatidiche ore 17.00 del 12 ottobre, il termine massimo che avevo dato alla popolazione del “Ghetto di El Alto” nessuno portò un arma all’infuori della fionda datemi da un moccioso, naturalmente come segno di scherno.
Quella fionda la tenevo nel taschino, non so se per ricordo o per scaramanzia, me la portavo addietro.
Ero pronto ad intervenire, ero disposto a tutto, pure a distruggere quel ghetto ma riflettendo mi fermai in tempo, non potevo sacrificare migliaia di persone, ci sarebbe stato un bel casotto, la comunità internazionale, l’Onu, il Vaticano, ci sarebbe stata in gioco la mia testa, pensa a quest’ora nel mondo ogni 12 ottobre ci sarebbe stata la data della memoria di quando un uomo bendato con la barba e i capelli lunghi con un teschio al collo con degli elicotteri aveva massacrato uomini, donne e bambini di un povero ghetto in Sudamerica, sporcandosi la coscenza di sangue innocente. Solite cazzate ipocrite dei bei pensanti. Però non sarebbe stato male, sarei stato famoso, anche se mi avrebbero rimosso dall’incarico, e avrei subito un processo mediatico, che mondo di merda.
Non era mia intenzione di diventare famoso, assolutamente no, mi trovavo bene stare nell’ombra, nell’ombra non sei controllato, soprattutto non devi rendere conto a nessuno delle tue azioni, potevo permettermi tutto quel cazzo che volevo. Non mi sarei goduto come un folle pazzo la vita che ho vissuto, ringrazio ancora oggi quel giorno, il teschio, la Yurena oppure quella stronzata della fionda che mi fece prima ridere e poi ragionare e studiare un piano alternativo. Progettai un piano che ritengo oggi dopo tanti anni perfetto, per risolvere il problema del ghetto e del potere da consegnare a Pereda, quel potere all’uomo che mi avrebbe riempito di quattrini. Chiesi a mano mozza di informarsi nelle bische clandestine che frequentava nel ghetto, (continuò il suo vizio a scommettere) dovevo sapere quali erano queste bande criminali e quali erano i loro capi, nomi, abitudini, usanze. Nel frattempo proseguì la criminalità, specialmente coi turisti. La tattica di queste bande era di mettersi d’accordo con i tassisti, arrivava il turista all’aeroporto, cercava un taxi, otteneva il passaggio da un tassista, che molte volte era complice delle bande. In un determinato posto il tassista si fermava, in auto entravano un paio di criminali e con la minaccia di una pistola, a volte anche di un coltello si facevano dare tutto dai malcapitati turisti. Questo proseguiva da anni, c’erano turisti fortunati che non venivano toccati e chi invece veniva derubato di tutto, pure delle scarpe, dipendeva anche dal taxi in cui salivi, il cosiddetto colpo di fortuna o di sfiga. Non si potevano arrestare tutti tassisti. Mano mozza mi fece un bel rapportino ben dettagliato, del “Ghetto di El Alto” era governato da due famiglie in guerra tra loro da anni, quella di Antonio Gutierrez e quella di Esteban Mendoza.
Dovevo fare un incontro, prima con uno e poi con l’altro, dovevo trovare un accordo con una sola delle due famiglie. Decisi l’incontro a Potosi che distava dalla capitale La Paz circa 500 chilometri.
Potosi e una delle città più alte al mondo, sta a circa 4000 mila metri sopra il livello del mare.
L’incontro l’organizzai alla Chiesa di San Lorenzo, riuscì ad ottenerla libera dall’allora vescovo Bernardo Fey, una mazzetta di buoni dollari a favore dei bisognosi, il biglietto da visita che funziona ai prelati.
Mi ringraziò il vescovo, gli chiesi gentilmente per un pomeriggio che la chiesa fosse chiusa al pubblico.
Era sufficiente un mezzo pomeriggio, con Mendoza l’incontro era per le 13.00, e per le 15.00 era con Gutierrez. Alle 12.30 di quel 25 ottobre arrivai per primo in chiesa, non c’era un’anima viva, il vescovo sapeva fare bene il suo mestiere, difatti la popolazione era stata avvertita, mentre mano mozza e Carrinco, un capitano dell’esercito, diventato mio allievo erano fuori su di un uscita secondaria della chiesa. Rimasi solo in chiesa ad aspettare sulla prima panca, di fronte al crocifisso, che silenzio che c’era, che pace, quella penombra appena illuminata dalle tante candele dava un senso particolare.
Non feci niente nell’attesa, non amavo pregare, rimasi a pensare a testa bassa mentre il Cristo di fronte a me mi guardava e cercava forse di leggere i miei pensieri.
Ecco aprirsi il portone, era Mendoza, si avvicinò e si sedette al mio fianco, sulla stessa panca.
“Accidenti, finalmente conosco il colonnello Don Pablo”
“Ora che ha visto il mio volto è disposto a fare un accordo molto conveniente per entrambi?”
“Sono tutto orecchie, mi illumini”
“Io le propongo di eliminare il suo rivale, la famiglia Gutierrez, me ne occuperò personalmente io e nessun intralcio ai suoi affari all’interno del ghetto, in cambio voglio la fine del fastidio ai turisti e soprattutto l’appoggio alle prossime elezioni politiche votando il candidato del UNP, (Unione Nazionalista Popolare) l’attuale ministro dell’Interno Juan Pereda.”
“Se non accetto?”
“Sono costretto a radere al suolo il “Ghetto di El Alto” sono disposto a fare una guerra ma la guerra che intendo io e quella di non far crescere più l’erba, conosce la storia di Attila che dove passava lui non cresceva più l’erba. Sono peggio di Attila, poi dovrebbe dire addio ai suoi affari.”
Notavo un cambio di umore del Mendoza, credo che non si sarebbe mai aspettato questo tipo di proposta, prendere o lasciare.
Rimase un attimo senza parole, poi si mise a guardare il crocifisso.
“Chissà cosa pensa di noi quello lassù.”
“Niente a parte che ringrazia suo padre di averlo messo lì sopra a guardare noi uomini dall’alto verso il basso, anche se avrebbe preferito non essere inchiodato.” Risposi.
La chiacchierata si chiuse dopo trenta minuti, con il Mendoza che chiese dieci giorni per riflettere per dare una risposta, glie ne diedi venti di giorni.
Si alzò e se ne andò, lo guardai andare via, con quel cazzo di cappello enorme in testa.
Erano le 13.40, mi sdraiai sulla panca, nella solita panca e cercai di riposare, mancava più di un’ora all’incontro con l’altra famiglia, i Gutierrez. Furono le campane che il prete fece suonare che mi svegliarono, erano le tre esatte, tre rintocchi, e pochi istanti dopo si aprì il portone, era Gutierrez, puntualissimo.
Invece di sedersi come fece Mendoza accanto a me, si mise in piedi davanti e mi porse la mano, mi alzai e gli diedi la mano.
“Da voi in Europa si saluta così” mi disse.
“Sa che io arrivo dall’Europa.” Con mia sorpresa.
“Sono stato in Europa un paio di anni fa, l’ho girata in lungo e in largo, sono stato pure in Italia e quando mi ha dato l’ora di quest’incontro, alle tre, ho pensato ad una canzone che sentì in Italia di un gruppo italiano, si intitolava “Tutto alle Tre.”
“Il mondo e strano signor Gutierrez.”
“Già è strano forte questo pazzo mondo, nel ghetto girano voci sul colonnello Don Pablo, finalmente ho l’onore di incontrarla.”
“Che voci girano?” Gli domandai.
“Male lingue, solo brutte male lingue, non ci faccia caso ma andiamo al sodo di cosa voleva parlarmi Don Pablo.”
Gli proposi lo stesso accordo che feci a Mendoza ma però al contrario, gli garantì che gli avrei eliminato il suo rivale. Accettò subito e mi rincuorò perché avevo deciso anch’io. Fin da quando mi fece notare che sapeva che venivo dall’Europa, in quel istante avevo deciso di eliminare Mendoza.
Gutierrez era scaltro e furbo, per questo feci con lui l’accordo, per il momento mi sarebbe servito vivo
Mi promise che nessun turista sarebbe stato toccato, avrebbe garantito lui sulla sistemazione di alcuni delinquenti e avrebbe condotto tutta la popolazione del ghetto a votare per Pereda ma solo quando la famiglia Mendoza sarebbe stata eliminata dalla faccia della terra.
Sull’uccisione dei Mendoza avevo garantito io.
Ci salutammo con un’altra stretta di mano e rimasi a guardare la sua camicia, bianca e pura e gli domandai
“Dove ha preso questa bellissima camicia bianca?”
“Mi arrivano direttamente da San Paolo, prometto che glie ne porterò una quando finiremo i nostri rispettivi impegni.”
“I rispettivi impegni.” Pronunciò per ben due volte questa frase come per ben due volte gli strinsi forte la mano prima di salutarci.
“Caro Gutierrez, vedi il mio unico occhio, non mente mai.”
Non disse una parola si girò e se ne andò, rimasi a guardarlo andare via, ridevo sotto la mia barba lunga che portavo. A metà tragitto si girò e mi salutò con il braccio alto. Non mossi un dito, rimasi a guardarlo, rimasi solo in chiesa mi girai verso il crocifisso e parlai con il Cristo.
“Ti porterò delle nuove anime, accoglile nel tuo regno e benedicile a nome mio.”
Mi avviai all’uscita della chiesa, entrai nel Pick Up e ritornammo a La Paz.

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