La Camicia Bianca…

Organizzai l’eliminazione della famiglia Mendoza, con me portai Carrinco e altri due uomini che personalmente addestrai in tutto il tempo che ho vissuto a La Paz, mi fidavo di loro, per loro ero come un fratello. La Famiglia Mendoza, rappresentata da Esteban il capo e i fratelli Yony e Cesar vivevano insieme sulla parte ad est del ghetto. Avevano due guardie al di fuori della loro abitazione, tra il cancello di ingresso e la porta della casa c’erano venti metri circa. Bisognava eliminare subito i due scagnozzi all’esterno, introdursi dentro la casa e colpire con estrema velocità e soprattutto precisione. Mentre i due fratelli vivevano sul piano terra della casa, Esteban stava sul piano superiore, aveva con sé una compagna e un bambino di sei anni. Tutte le mattine alle 8.00 la compagna portava il bambino dalla sorella che distava ottocento metri, dalle otto alle nove i tre fratelli rimanevano soli in casa. Tutte le mattine alle 8.30 circa, arrivava un tizio a portare una scatola piena di saltenas e una borsa con delle bottiglie di birra, i saltenas sono una specie di panzerotto ripieno di carne. Quella mattina dell’operazione mi alzai presto, mi tolsi la benda e mi accorciai di molto la barba, per quel giorno Don Pablo non esisteva, ritornò alla luce il vero Io. Ci vestimmo tutti di nero carbone. A bordo di una Vespa di color verde acqua c’era Carrinco, a bordo di un Pick Up nero Io e gli altri due. Con il volto coperto da un passamontagna ci avviammo verso il “Ghetto di El Alto” direzione residenza della famiglia Mendoza. C’era un grande silenzio quella mattina, a 100 metri dalla casa dei Mendoza, nel primo incrocio fermammo l’omino delle saltenas, che scappò in fretta in furia. Quella mattina l’uomo a portare il cibo fu Carrinco, con dentro alla scatola un bel silenziatore a sei colpi. Parcheggiò la Vespa davanti alle due guardie, sorprese dall’omino che stranamente venne con una Vespa ma loro riconoscevano solo la scatola dei balocchi e dei dolci, Carrinco scese dalla moto prese la scatola dove dovevano starci le saltenas e tirò fuori il balocco e i dolciumi. I due scagnozzi non fecero in tempo ad aprire bocca che due colpi silenziosi colpirono i bei visini dei due tipi che stramazzarono a terra. Mi piaceva l’allievo Carrinco, freddo e deciso come gli avevo insegnato, colpire sempre in mezzo agli occhi, per non dargli il tempo di vedere la strada dell’inferno o del paradiso ma di costringerli a scegliere a caso la strada che li porterà nell’altro mondo. Vidi i due stramazzare in terra e subito dopo arrivammo a piedi, con passo veloce, entrai in casa, disgraziatamente senza bussare, capisco di essere stato maleducato ma avevo fretta.
Due colpi a Yony e due a Cesar seduti su delle poltrone, non si sono resi neanche conto di cosa stesse succedendo. Carrinco attese fuori alla porta per controllare che non arrivasse nessuno a disturbare la riunione di famiglia, a passo velocissimo vado al piano superiore. Non c’è Mendoza, forse si è nascosto, mi fermo, faccio cenno agli altri due sulle scale di stare zitti e immobili, mi guardo intorno. Ho entrambi gli occhi pronti e perfettamente in grado di osservare e le orecchie più sensibili dei felini. Lentamente vado un passo alla volta, sento ansimare, apro la porta, vedo Mendoza sul letto che chiede pietà, mi avrebbe dato qualsiasi cosa se non lo avrei ucciso, nel frattempo spuntano gli altri due, si fermano dinanzi alla porta. Cazzo, questo si era pisciato addosso, non oso pensare cosa gli passasse per la mente in quel momento, me lo sono sempre chiesto. Ad un uomo poco prima di morire chi sa cosa pensa. Mi avvicino e punto il silenziatore sulla fronte di Mendoza e sparo. Gli chiudo gli occhi e lo copro con il lenzuolo e me ne vado chiudendo la porta. Scendo, dico agli altri di andare via in Pick Up, vado via in moto. Rimango fermo sul cigno della strada, nessuno nei paraggi, c’era un grande silenzio. Sarebbe stato giusto che la gente vedesse che Mendoza e la sua famiglia erano morti. Improvvisamente spunta un bambino che rincorre una palla, si ferma mi guarda e ride. Che cazzo aveva da ridere, spunta una donna che prende il figlio e lo porta via correndo. Metto il casco prendo una saltenas e gli do un morso mentre salgo sulla Vespa e scompaio all’orizzonte. Il giorno seguente nel Ghetto di El Alto da una parte, quella dei Gutierrez, iniziarono i festeggiamenti, erano diventati gli unici padroni. Dall’altra parte invece lo sconforto e lo stupore, giravano alcune voci, che fu il governo del generale Banzer ad eliminare i Mendoza. Questo portò molta considerazione su Antonio Gutierrez e la sua famiglia che ne diventò il capo di tutto il “Ghetto di El Alto.” Terminarono pure i furti ai turisti, ci fu da allora un grande aumento del turismo straniero, che portò molti dollari americani alle casse dello Stato. Nel 1978 ci furono le elezioni e come erano gli accordi vinse Juan Pereda e il suo movimento UNP che raggruppava tutti i vecchi movimenti di destra, compreso la Falange Socialista, il Movimento Rivoluzionario, l’Unione Barrientos che prese il nome dal grande generale Barrientos. Dittatore che governò alla fine degli anni 60 la Bolivia con un regime autoritario che regalò terre ai contadini in cambio che esse diventavano fonte di sopravvivenza per una parte del popolo. Non tutti potevano lavorare alle miniere, non c’era lavoro per tutti ma tutti volevano un pezzo di pane dove sfamarsi. Decise di dare a loro la terra, piccoli pezzi di terra, questo creò mangiare anche per chi non poteva lavorare alle miniere. Per la popolazione molto povera l’avvento di Barrientos portò dei benefici, questo costò alcune esecuzioni e morti a chi non era d’accordo, questo fu la scelta del generale Barrientos.
Barrientos fu anche colui che uccise il Che Ghevara. Il generale Barrientos morì nel 1969 ucciso su commissione dalla CIA, stava aumentando il suo proselitismo e non andava bene alla CIA che era il governo ombra degli Stati Uniti di quel periodo. Tutti questi movimenti si unirono e appoggiarono Juan Pereda, dal “Ghetto di El Alto” arrivarono oltre il 60% dei voti. Il 18 luglio 1978 Juan Pereda diventò presidente della Bolivia, il piano riuscì. Peccato che durò solo 2 giorni, la poltrona del potere gli fu sottratta 48 ore dopo, perché fu accusato di frode elettorale. Il 21 luglio il giorno successivo, si riprese il potere, un autentico golpe, Carrinco fu nominato ministro dell’Interno.
Era ora di lasciare la Bolivia ma prima di andare dovevo aspettare che i miei soldi arrivavano a destinazione, dovevo attendere quindici o al massimo venti giorni. Non me ne sarei andato fino a quando non arrivavano i soldi in Svizzera e poi dovevo risolvere una questione, diventata dal mio punto di vista, molto personale. Non mi ero dimenticato della camicia bianca che il Gutierrez doveva donarmi, con mano mozza organizzai un nuovo incontro, l’ultimo prima di scomparire dalla Bolivia che incominciava a starmi stretta. Sempre alla chiesa di San Lorenzo a Potosi, solito orario, alle 3 come diceva la canzone di cui ricordava il signorino Gutierrez. Come sempre arrivai in anticipo, giusto per farmi un riposino, la solita panca di fronte al crocifisso di Gesù Cristo che con il suo sguardo osservava il mondo. Arrivò bello e sorridente Gutierrez, questa volta non volle fare una stretta di mano ma farsi un abbraccio, lo accontentai. Ci abbracciammo come due fratelli, vedevo che si fidava, ero diventato per lui uno di famiglia, gli avevo donato il potere di tutto il suo mondo, il suo fottuto ghetto. Era felice, addirittura mi aveva invitato al suo matrimonio, ero imbarazzato, non pensavo tutta questa adorazione nei miei confronti, non avevo parole per dirgli di come ero felice. Dentro ad una borsa c’era la camicia come aveva promesso, tutta nuova. Bianca e pura da sembrare paradisiaca, cazzo era pure profumata di fiori, Puttana Eva come era bella quella fottuta camicia. Presi la camicia e l’appoggiai sulla panca, e gli domandai:
“Signor Gutierrez, secondo lei, sarà come una musica di un gruppo italiano “Forse ancora poesia” l’aria che si respirerà in questa chiesa dopo il sangue che ci sarà in terra?”
“Non capisco.” risponde stupito.
“Forse ancora poesia, il titolo di un brano italiano” Insistetti.
“Continuo a non capire.” Sempre più stupito lui.
Infatti non fece in tempo a capire, presi lo stesso silenziatore usato per Mendoza e gli sparai un colpo in piena fronte, che finì in terra in un istante. Poverino non fece in tempo a capire, che più che matrimonio, ci sarebbe stato il suo funerale ed io ne ero l’organizzatore. Ecco e quindi concluso e finito il mio compito in Bolivia. Fui costretto ad eliminarlo da quel giorno che mi disse che sapeva di me, per questo scelsi subito lui da tenere vivo, per avere più gusto dopo nell’ammazzarlo. Lo alzai da terra e lo misi seduto nella panca di fronte al Cristo in croce, chissà quante cose avevano da raccontarsi. Gli misi le mani in preghiera, ecco fatto, seduto ed in ordine. Presi la mia camicia, perfettamente bianca e pura come le anime degli innocenti, controllai se si fosse sporcata di sangue, feci un cenno di saluto al Cristo in croce e me ne andai. Qualche giorno dopo ebbi la conferma che in Svizzera i soldi arrivarono, presi la valigia, il teschio attorno al collo, la lettera dal Giappone ancora chiusa da sopra l’armadio, i miei block notes che usavo come diari e soprattutto la camicia bianca. Mi rimisi a rileggere le frasi che le donzelle scrivevano nelle pareti della stanza che usavo per i miei incontri di sesso. Sul letto lasciai la benda che usavo per finta, sul mobiletto affianco al mangianastri, ben ordinati il collirio finto, con dentro l’acqua borica, il rasoio. Su di un piatto fondo tutta la mia barba tagliata, su di un altro piatto fondo tutti i miei capelli tagliati, tanti ma tanti capelli da poter fare un nido di uccelli. Mi guardai allo specchio, feci un sospiro di piena soddisfazione. Guardai la villa da fuori per l’ultima volta, chiusi la porta e appoggiai sulla maniglia la fionda che un moccioso del cazzo mi diede. Mi avviai con mano mozza all’aeroporto, destinazione Buenos Aires prima, per poi cercare di tornare in Europa, precisamente a Siviglia.

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