La Camicia Gialla…

Buonasera, dopo una cena con del formaggio e insalata, trovo questa la serata giusta per raccontarvi una storia. Negli ultimi tempi ho ricevuto parecchie domande, del tipo “Perché non racconti più storie?” Be carissimi ci sono tempi e tempi. A volte ho degli impegni importanti. Ora nel mentre scrivo mi permetto di bere un Rum che ho ricevuto in dono. Ricevo molti regali e me ne compiaccio. Molto buono questo Rum. Non so se lo avete mai bevuto il Rum Domenicano “Ron Barcelò Imperial.” Mamma se è buono, va giù negli inferi delle budella come niente. Dai su via dalle ciance inutili, andiamo al succo della storia di stasera. Siete rilassati? Avete cenato? Avete fatto i vostri bisognini. Vi siete lavati bene? Avete lavato le mani? Dovete strofinare bene. Avete dato da mangiare alle vostre bestiacce pelose? Anche a quelle poco pelose, insomma avete provveduto a tutto? Bè sedetevi, copertina no, non serve, dai non fa freddo. Piuttosto cercate di stare comodi, comprendo alcuni di voi che si mettono lo scafandro addosso, quindi nessun problema, tanto non vi vedo ma vi sento, state attenti, che io sono dappertutto, pure nei vostri pensieri. Pronti? Silenzio in sala, silenziate i cellulari, pronti…3…2…1…Via! Alcuni anni fa, direi un decennio o anche qualcosina in più. Stavo tranquillamente bevendo un caffè, era una mattina settembrina quando vengo chiamato dai piani alti. Erano proprio alti i piani, direi altissimi. Tra me dicevo, chissà che vogliono. Porca paletta mi avevano ordinato di andare a gennaio in Oman, perché un pseudo cugino del Sultano aveva acquisito un dipinto di grande valore. Sapete che spostare i dipinti non è cosa da tutti i giorni. Non è come spostare un mobile, un’auto. Spostare un dipinto significa spostare un valore di tanti zeri attraverso migliaia di chilometri senza che gli accada nulla. Bella responsabilità. Il professor Kruge sosteneva che prima di agire bisogna verificare ogni componente di ciò che si deve fare, come si dice; “Prevenire meglio che curare.” E poi sapete che l’Oman è uno Stato dove esiste una specie di Monarchia. C’è il Sultano che governa tutto con strane leggi, dove fino alla fine anni 70 era in vigore e legalizzato lo schiavismo. Poi fortunatamente le cose, sono migliorate. Si parte. Furgone da usare, un Ford Bianco di quelli da 9 posti. Sotto al tetto del furgone, fare (prima della partenza) un’insenatura dove sarà inserito il dipinto. In poche parole il dipinto sta dentro alla tappezzeria del tetto del abitacolo. Creata di proposito. Direzione finale, Quriyat, citta a pochi chilometri dalla capitale Mascate. A Quriyat c’è una costa da far venire i brividi. E un posto dimenticato da Dio ma affascinante. Dopo un viaggio durato giorni e giorni, per fortuna senza nessun problema. Solo in Libano dovetti aspettare un giorno intero parcheggiato dalle guardie di confine per entrare in Siria, piccoli problemi con il passaporto, poi fortunatamente arrivò un successivo visto. Poi Giordania e successivamente Arabia Saudita, per concludere sempre più a sud nel piccolo stato sultanato del Oman. In quegli anni non c’erano le guerre. Damasco capitale della Siria città meravigliosa. Bei tempi. Bando alle ciance, il viaggio fu impegnativo ma tutto sommato anche divertente. Mai bere acqua se non in bottiglie chiuse, si evitano dissenterie, (ascoltate i miei consigli.) Giunto a Quriyat con la cartina (non c’erano navigatori satellitari) cerco un certo Mustafà. L’intermediario che mi avrebbe portato da questo mezzo principe. Giunti in una bellissima villa a pochi metri dal mare. Parcheggio e apro la cerniera della tappezzeria del sottotetto del’abitacolo e tiro fuori il dipinto. Da precisare che il furgone Ford aveva tutto il necessario per un lungo viaggio, una ruota di scorta nuova e in mezzo al cerchione della ruota di scorta gli attrezzi che potevano essere utili, un pronto soccorso, degli antidolorifici, della polvere di penicillina in caso di tagli, il miglior cicatrizzante al mondo, rapido e indolore. Dei fiammiferi, gli svedesi (non accendini.) Un coltello e una pistola automatica, già caricata. Non si sa mai, il carico era troppo importante. Giunto alla villa, dal furgone apro la mia piccola valigia e mi cambio, pensate un po’, facevo letteralmente schifo. Una maglia impolverata e dei jeans con un taglio in basso. Colpa della portiera del furgone. Cose che capitano. Mi cambio completamente, dall’intimo a un paio nuovo di Jeans e la mitica camicia giallo canarino con stampate delle foglie d’albero. Camicia di un certo stilista Ermenegildo Zegna. Mi fu regalata anni prima per un compleanno, ( io ricevo molti doni, quindi siete avvisati.) Non ho mai capito perché mi fu regalata giallo canarino, era orribile. Difatti in Italia per circolare con quella camicia ci voleva un porto d’armi. In Oman volendo poteva anche piacere. Entro nella villa, c’è la servitù. Mi dicono di aspettare e sento una musica giungere da lontano. Spunta il principino, tutto felice e rideva come un bambino felice. Non dice nulla mi fa cenno di seguirlo. Lo seguo con questa musica che si avvicina sempre più. Ecco scorgere una gigantesca piscina e tante persone dileguate per i fatti loro, attorno alla sfarzosa piscina, alcune che ballavano, altre sdraiate su delle sdraio che sembrava che stessero pregando a chissà quale Dio, forse a quello dell’ozio o del lusso. C’era un ambiente di puro sfarzo. Piscina con delle maniglie in oro, gigantesche ciotole piene di frutta. Ero curioso e osservavo, mi guardavo in giro, con questa cazzo di musica che mi rintronava nel cervello. Difatti vidi in fondo un tizio che doveva essere l’incaricato a far funzionare un piatto con un disco sopra. Finiva il disco e questo lo faceva ricominciare all’infinito. Chissà che male di braccio a fine baldoria. Il principino tende la mano per prendere il dipinto. Dovevo aspettare la mattina seguente per andarmene, perché sarebbe arrivato uno specialista a controllare che il dipinto fosse vero. Quindi fui costretto a rimanere ospite della villa. Sai che due maroni, il principe mi dice “Stay, drink, eat, dance, go tomorrow.” Non me lo faccio dire due volte e che cazzo. E a suon di balletto mi avvio a prendermi un bel bicchiere di nettare di Dio nel primo vassoio che vedo. C’era solo il martini in tutti quei bicchieri. Mi sono mangiato una marea di frutta e ballavo. Quella cazzo di musica che continuava a girare e girare, con il solito ritornello “Gime me your love.” In italiano “Dammi il tuo amore.” L’avevo imparata a memoria, poi quando tornai in Italia la cercai. Canzone di un gruppo dal nome particolare “Soccer” e particolare anche la copertina del disco, una donzella in pantaloncini con un pallone in mano. Erano graziose anche le fanciulle ospiti del principino, notai che la mia camicia color giallo canarino aveva fatto successo in una delle donzelle ospiti. Già! una matta mi tolse la camicia, pensavo che se la voleva portare via, invece no. La gettò in terra e mi accarezzò il viso, continuando a ballare. Azz! Trattare cosi la mia camicia, comprendo che fa schifo ma ci sono modi e modi. E poi dava un senso di lucentezza particolare quel giallo canarino con delle sublimi foglie stampate. Sembrava che delle foglie fossero cadute da un albero morente e si siano appiccate sulla prima stoffa gialla che videro. Ovviamente presi la camicia da terra e me la misi legata attorno alla vita e ballavo sculettando con il bicchiere sempre pieno di martini. Che bello era il trenino, tutti a girare attorno alla piscina. Poi ci fu sempre la solita pazza che mi prese la camicia dalla vita, porca la miseria ma c’e l’aveva con la mia camicia giallo canarino, poi ho capito che voleva che slacciassi i pantaloni. L’ho accontentata, ci mancherebbe per una dolce donzella questo e altro, sono sempre stato generoso con chi merita. Ero in mutande, avevo il terrore che voleva che togliessi pure il fortino di San Crispino. Quindi ripresi la mia sublime camicia e la misi ancora legata alla vita, alla guardia del fortino di San Crispino. Pensavo; “Ora vedi che questa si incazza ancora con la mia camicia.” Si avvicinò a suon di musica, girando su se stessa sculettando con quel bel culetto, avvicinò la mano sulla vita, allargai le braccia, pensando che voleva ancora la mia camicia. Invece la stronza mi spinge, che finisco totalmente dentro la piscina. Per fortuna sapevo nuotare, lei che fa non contenta si butta in acqua. In quel momento mi ero rotto le nocciole che tengo nel fortino di San Crispino e la prendo dal braccio e in perfetto italiano gli dico “Mi hai rotto con sta camicia ed ora prenditi sto bacio.” Il resto lascio alla vostra immaginazione, non amo parlare di cose private, soprattutto quando parlo di ginnastica da camera. Non so chi cavolo era la donzella, una cosa fu certa, aveva l’alito che sapeva di alcol ma poi con la respirazione a bocca a bocca ci fu una simbiosi pseudo alcolica e alquanto passionale, per un incontro socio culturale. Il mattino seguente, mi ritrovai senza ricordarmi nulla su di un letto, in una camera al piano superiore, con un gran bel mal di testa e sommerso da cuscini. Tra cui uno tra le nocciole e una mano della donzella tra i miei capelli, in modo quasi da volerli strappare, difatti feci molta attenzione a spostarmi. Presi la mia camicia, la usai per coprirmi e andai a cercare i miei vestiti tra quella baldoria di innumerevoli cuscini, tutti colorati da farti quasi diventare cieco. Trovai tutto, meno le mutande, dove cazzo erano le mie mutande. Ero diventato pazzo, con un gatto che mi guardava da sopra una colonna. “Cazzo ti guardi.” Cerco e cerco, sposto i cuscini, cosa vedo? La scema aveva indosso le mie mutande. Tentai di prendermi ciò che era mio, le mie mutande e che cazzo! Con molta cautela tento di tirargliele via, lo faccio in modo delicato, in modo amorevole, improvvisamente sento partire da lei un “Niet.” Porca miseria ho avuto un incontro di ginnastica da camera con una russa. Non ci fu un grosso dialogo tra noi due nel momento che praticavamo la ginnastica da camera, più che altro il dialogo fu con il martini e la camicia gialla canarino che la tipa amava così tanto e un approfondito aggiornamento formativo sulla respirazione a bocca a bocca. Non ci fu verso, teneva quelle mutande peggio della cintura di castità. Fui obbligato a mettermi i jeans senza le mutande, scendere al piano inferiore ad aspettare che l’esperto arrivasse a controllare il dipinto per potermene andare, difatti era giù che lo controllava. Un bel “Grazie!” detto in uno stentato italiano, il principino mi fa cenno che posso andarmene. Presi di fretta e furia il mio furgone per tornare a Milano, prima che dopo, le mie mutande la russa voleva anche il mio cuore.

P.S. Dipinto che vedete è di Michael Cheval, pittore surrealista russo. (non è quello portato in Oman ma e quello che vedete)

Accompagnamento musicale è dei “Soccer” con “Give Me Your Love” il brano che continuava ininterrottamente quel giorno da far diventare due nocciole quadrate.

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