Il Bar Sotterraneo…

Finito lo stage, eccoci pronti ad essere assunti dall’azienda. Non tutti e quattro ci dovevamo presentare in azienda allo stesso giorno. Il mio primo giorno di lavoro fu il 11 aprile. Avevo preso il tram quella mattina, non avevo ancora la patente. Anzi non volevo far la patente del ‘auto. Non era mia intenzione, ero restio. Sembra assurdo ma preferivo muovermi con i mezzi o a piedi. Da come camminavamo, c’erano alcune volte che con Vladimir, Piro e il Marcio facevamo lunghe camminate attorno a Milano, accompagnate a chiacchiere di ogni tipo. Chi conosce Milano si renderà conto cosa significa andare a piedi da Piazza V Giornate a Piazzale Lotto. Sono chilometri e chilometri, andata e ritorno. Ci fermavamo al bar a bere nelle varie tappe. A dire la verità eravamo anche degli atleti. Difatti partecipavamo anche alla Stramilano, la maratona di 22 km attorno a Milano. Facevamo la gara Io e Vladimir, Piro e il Marcio chi arrivava prima all’Arena dove c’era il traguardo, si faceva pagare la pizza da ognuno. Anche la scuola ci aveva preparato bene, dal punto di vista fisico e mentale. L’anno precedente nel periodo dello stage, ci portavano nelle montagne svizzere a scalarle di corsa. Non solo a camminare ma in salita di corsa, chilometri e chilometri a 30 gradi all’ombra, sotto il sole cocente. Eravamo in gran forma, ci faceva il solletico camminare attraversando la città di Milano. Ci fu un giorno, era di sabato. Che Piro, il Marcio ed io rimanemmo a Milano. Vladimir decise che aveva voglia di ripercorrere il sentiero delle alpi svizzere. Dovete sapere che le Alpi insieme ai Pirenei in Europa sono le catene montuose più alte. C’è la zona italiana e la zona svizzera. Noi facevamo la parte svizzera, ci veniva imposto quella, più impervia e complicata, fatta di trappole lungo il percorso, burroni improvvisi, ci si poteva perdere. Vladimir quel sabato andò solo. Ci avevamo dato appuntamento con gli altri per il sabato sera al bar di Via Cadore, dove nei sotterranei si giocava a biliardo e bische clandestine di poker, ramino, dadi. Si stava l’intera notte, fino l’alba a giocare, a volte anche fino al pomeriggio della domenica. Quel sotterraneo si riempiva di fumo di sigarette, che quando uscivi vedevi il mondo, la luce, il sole e avevi gli abiti che puzzavano di sigaretta, di sudore. Li sotto c’era un mondo a parte, un mondo parallelo a quello dei vivi. In quel sotterraneo oltretutto non ho mai visto una donna. A parte la figlia del proprietario del bar che ci portava le ordinazioni da bere. Sotto c’era un citofono, chiamavi e chiedevi, del whisky, del caffè o altro, se avevi fame anche dei panini. Il Bar aveva una sola vetrina che dava alla strada, un piccolissimo bar, con due tavolini, un bancone e un soppalco, una specie di privè frequentato da cantanti. Sopra non ci sono mai stato, so che mi hanno raccontato che c’era un divanetto, un tavolino ed’era un posto frequentato da cantanti anche cantanti famosi, che volevano essere riservati, che nesusno gli rompesse i coglioni. Sotto al sotterraneo c’era un’altro mondo. A volte capitava che qualche cantante venisse di sotto a giocare, non posso dire i nomi dei cantanti. Sotto era molto grande, non c’erano finestre. C’erano vari tavoli rotondi, dove si giocava a Pokera a Ramino a volte giocavano ai Dadi. Poi due biliardi di cui uno con le buche e l’altro per boccette. Si giocava a soldi, se avevi i soldi giocavi, se non avevi i soldi non potevi giocare, il mondo gira solo con i piccioli. C’erano frequentatori che stavano anche giorni interi, senza vedere il mondo fuori. Chissà se ci fosse stata la fine del mondo, questi non glie ne fregava un cazzo. C’era un tizio che stava seduto sempre alla solita sedia e nel solito tavolo. Aveva una barba lunga, con un cappello alla Pavarotti, una camicia con una cravatta sempre la stessa. Le volte che non lo vedevi ti domandavi se fosse morto, lui viveva in quel sotterraneo come un topo. Io, Vladimir, Piro e il Marcio e poi qualche tempo dopo venne anche l’Iraniano e lo svizzero, passavamo molti sabati sera e domeniche fino a mezzo giorno in quella sporca tana. Quando mi misi insieme alla mia prima donna mi chiedeva del perchè al sabato, invece di uscire con lei mi rifugiavo in quel mondo. Gli rispondevo “Tu non puoi capire.” Per via di un omicidio avvenuto appena fuori dal bar, uno fu accoltellato a morte per questione di debiti di gioco. La polizia in borghese ogni tanto passava. Veniva un commissario, sempre lui. Scendeva nel sotterraneo e diceva “Fermi tutti, consegnatemi i documenti.” Lo conoscevamo il commissario, era sempre gentile, era una routine la sua visita un sabato al mese. Consegnavamo i documenti ai suoi agenti, sempre in borghese. Portavano via i nostri documenti e ritornavano dopo qualche ora a riconsegnarli. Quando non lo vedevamo arrivare ci preoccupavamo, chissà che fine ha fatto il commissario, sarà in ferie. Il commissario sempre in rigoroso borghese, pure elegante, come se andasse ad una festa. Che vita era quella in quel periodo. Vita senza pretese, si faceva lo stage in settimana dal lunedì al venerdì e si passava il fine settimana rintanati a non vedere la luce del giorno. Giocai poche volte a carte, principalmente a Poker, preferivo il biliardo, sempre a soldi ma a biliardo, per essere precisi alla Veneziana, anche a boccette giocai molte volte, sapete quello che si gioca con le mani su di un tavolo da biliardo, ecco quello. Poi chiesi al proprietario anche la possibilità di una scacchiera. Lui, Napoletano vecchio stampo, sempre pronto ad aiutare, trasferitosi con la famiglia a Milano aprì questo bar. Mi procurò una scacchiera, bellissima in marmo, con tutti i pezzi in marmo, meravigliosa. E molte volte io e Vladimir giocavamo a scacchi, con il segna tempo. Fu incredibile un giorno, nel mentre giocavamo a scacchi spunta l’uomo dal capello alla Pavarotti, quello che stava incollato alla sedia, l’uomo che non parlava con nessuno e non si interessava mai di un cazzo di niente, lo vidi spuntare, alto 2 metri. Un colosso con la sua cravatta del cazzo che si mise a guardarsi la partita a scacchi. Eravamo stati capaci di incuriosire l’uomo senza voce, senza emozione. Si alzò per curiosare sulla partita a scacchi. Io e Vladimir mentre giocavamo ci guardavo negli occhi. Entrambi avevamo pensato la stessa cosa, l’uomo senza voce lo avevamo fatto alzare dal suo trono. Tornando a quel sabato che Vladimir decise di andare per i cazzi suoi in Svizzera, a farsi quella corsa andata e ritorno sulle Alpi Svizzere. Che voglia! Chissà forse voleva scaricare la tensione, non passò un buon momento, aveva problemi con la compagna. Quel sabato, decise di starsene per i fatti suoi. Il ritrovo era per la domenica successiva alle 14.00 per fare il solito tragitto del cazzo da Piazza V Giornate a Piazzale Lotto. Vladimir non arrivò all’appuntamento. Strano. Cerchiamo una cabina telefonica, in Piazza V Giornate ce n’erano quattro di cabine. Telefoniamo a casa di Vladimir, non c’era, non era rientrato dal’alba di sabato, quando prese il treno per Chiasso. Telefonammo alla compagna, anche lei non lo vedeva da giorni. Cazzo! Il vuoto di notizie, fino a lunedì, quando il padre di Vladimir chiama, dicendo che il figlio era in ospedale a Chiasso. Cosa successe? Quelle strade sono pericolose, e dico e ripeto mai andare da soli. Nel tratto a scendere, pendenza a 60 gradi, fatto di corsa, inciampa e finisce nel burrone, che lo scaraventa di oltre 100 metri trascinandolo giù. Si rompe una gamba. Cosa fa lui, si trascina per chilometri e chilometri, al primo paese vicino, un lavoro che solo uno in piena forma fisica e mentale poteva fare. Un individuo normale si sarebbe pianto addosso o magari poteva trascinarsi con le braccia solo per un centinaio di metri, duecento metri mettiamo caso cinquecento metri. Lui è riuscito, senza acqua e cibo a trascinarsi per parecchi chilometri. Raggiungendo il primo paese dove trovò un uomo che chiamò l’ambulanza. Sarebbe morto! Attuì bene la caduta. In quel caso devi avere la prontezza di cadere senza mettere a rischio le parti vitali del corpo. I medici rimasero sconvolti dal come Vladimir si sia salvato da una caduta del genere, rompendosi solo una gamba e avere la forza nelle braccia di trascinarsi. In 30 giorni di ingessatura tornò come nuovo. Il professor Kruge, quando lo vide ritornare disse; “La vista della morte negli occhi, ti fa capire il valore della vita stessa.” Parole sante.

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