Voglio Parlare d’Altro…

Tranquilli l’amico Vladimir quella gamba e in gran forma. Fu un grande, tenace, forte, difatti mentalità e razza russa. Se dovessimo prenderci a botte Vladimir vincerebbe. Io sono più furbo ma lui e più forte. Bada le ciance, eravamo rimasti al famoso Bar Sotterraneo. Come dice una bellissima canzone di Rod Stewart oggi voglio parlare di altro, ci vuole un’altra storia, del bar ho raccontato, prima ancora dello stage. Oggi voglio parlarvi di quella volta che noi del gruppo eravamo a Canzo per scalare i corni di Canzo. Era una domenica (siccome dovevamo partire presto, avevamo il treno all’alba che partiva dalla Stazione Cadorna per andare sui monti lariani) il sabato sera avevamo evitato di passare la notte al Bar Sotterraneo, la sera prima letto a mezzanotte max. Sapete come sono i treni regionali, fanno 250 fermate per 40 chilometri e per ogni sosta si fermano quasi 10 minuti. Dovevamo partire all’alba per arrivare almeno alle 8.30. Era Giugno di alcuni anni fa. La temperatura era alta ma tutto sommato sopportabile. Vi voglio vedere voi a Giugno a scalare i corni di Canzo. Arrivati al mattino presto, cittadina deserta, ci avviamo. Ad un certo punto mi fermo, si mi fermo e decido di non andare. Gli altri mi dicono; “Ma sei fuori!” Niente da fare, nisba, non me la sentivo di farmi chilometri di sentieri. Dico agli altri che li avrei aspettati al parco della stazione, mi avrei comprato un libro, lo avrei sicuramente letto in santa pace, mi avrei fatto una bella dormita, magari dopo il libro. Il parchetto della stazione, molto ben tenuto, aveva alcune panchine. E al mattino presto della domenica erano tutte per me, potevo scegliere quella che più mi si piaceva. Ci diamo appuntamento con gli altri per il tardo pomeriggio, li avrei aspettati al parchetto, per tornare insieme a Milano e magari andarci a mangiare una pizza. Vado al parchetto, tutto mio, difatti non sapevo che panchina scegliere, poi presi una che mi avrebbe garantito l’ombra nel momento in cui il sole sarebbe stato caldo. All’edicola prendo il corriere della sera e un libro di fantascienza, quelli della serie oro. La collana cosmo della editrice nord, un bel libro di 300 pagine dal titolo “Il cittadino della galassia.” Mi metto bello comodo e leggo, ah che figata! Che bella e la vita, mi tolsi pure le scarpe. Sembravo il tipico barbone milanese che si permette di andare a Canzo a leggere un libro a piedi scalzi occupando una panchina di proprietà dei canzonesi. Di colpo mi giunge la voglia di dormire mi si chiudono gli occhi, mi sdraio e dormo, usando il libro come cuscino, bel disteso. Si si sembravo veramente un barbone senza un tetto. Poco prima di mezzogiorno delle grida di bambini presi a giocare mi svegliano. Rimetto le scarpe e decido di mettere sullo stomaco qualcosa, sapete che anche i barboni devono mangiare. Entro in un bar. Vo in bagno, pisciatina, sistematina dei capelli, prendo un panino al prosciutto, una birretta e un caffè. Un barbone per un giorno dovrà pure pisciare e sistemarsi. Il sole scotta cazzo! Eh già la 1.00 del pomeriggio. Torno al parchetto, tutte le panchine occupate. Cazzo! Mi guardo attorno e scruto una biondina, carina, capelli corti da sembrare austriaca. La tipica donna austriaca, sola soletta che legge. Mi avvicino e attacco bottone, sapendo anche come, anche perché stava leggendo la rivista “Cosmopolitan” La tipica rivista femminile, dove parla di moda, bellezza, oroscopo e soprattutto tanti test e questionari da compilare. Sapevo dei test di Cosmopolitan, per via di una vecchia conoscenza, che un giorno vi racconterò. Avevo conosciuto una giovincella, entrambi 18enni. Lei che faceva la domestica da un famoso avvocato a Milano 3. Milano 3 e la città fuori Milano costruita dalla Fininvest. In quel periodo passai tutti i mezzogiorni in compagnia della giovincella, all’insaputa dell’avvocato che se sapeva che si portava in casa l’amichetto l’avrebbe licenziata. Un paio d’ore le passavo dalla mia amichetta, nell’orario di pausa dal lavoro. In quel periodo la mia azienda era a Milano 3. I miei colleghi non facendosi i cazzi propri, avevano raccontato al mio principale che passavo del tempo tra le cosce di un’amichetta. Un giorno il mio principale si presentò sul posto di lavoro lì a Milano 3 e mi disse che “Da domani sei trasferito a Gorgonzola, non ti pago per andare a scopare.” Cazzo! A Gorgonzola sulla strada per andare a Bergamo, dall’altra parte di dove era Milano 3. Questo e quando la gente non si fa gli affaracci propri. Comunque la rivista l’avevo trovata da questo avvocato, perquisendo la casa. Ecco perché conoscevo di cosa parlava “Cosmopolitan” Dov’ero rimasto? Ah già! Attacco bottone, domandai se per caso in questo numero c’era il test sulle mestruazioni mentali maschili, perché ero interessato a farlo perché soffro spesso di mestruazioni mentali. Sapete come va a finire, una parola tira l’altra passiamo l’intero pomeriggio a rispondere a tutti i test. La donzella era simpatica, aveva 30 anni ma non li dimostrava per niente. Io ne avevo 19 compiuti a Marzo. Arrivano i miei compagni di stage diventati poi amici di avventure e lavoro alcuni. Lei rimane un po’ stranita, lo credo, arriva Piro che quando si taglia i capelli a spazzola si fa fare una svastica dietro la nuca, e poi gira con in tasca un pacco famiglia dei wurstel. Piro ha il vizio di usare i wurstel come deterrente alle sigarette. Si mette un sigaro wurstel in bocca e lo ciuccia per poi mangiarselo. Uno tira l’altro. Partono soli per Milano, decido di far da guardia del corpo alla donzella austriaca e a prendere il treno per Milano con lei. Difatti era anche lei di Milano, precisamente zona Piazza Piemonte, dove c’è il teatro nazionale, zona frequentata dall’alta borghesia milanese e viveva con i genitori. E poi non mi ero sbagliato quando mi dava impressione di donna austriaca, difatti era di genitori austriaci, trasferiti molti anni prima a Milano. Gli chiesi come mai tutta sola, li a Canzo. Era la tipica milanese che prende il treno per fermarsi in qualche paese di montagna e passare l’intero pomeriggio a leggere, nel fresco dei monti. L’approccio da tranquillo si trasformò in un incontro del secondo tipo. Aveva dei pantaloncini e non portava calze, camicetta celeste. Sul treno l’approccio diventò di terzo tipo, ossia la mia mano si era intrufolata dentro i pantaloncini andando in giro a cercare qualche coltivazione di patate. Nello scompartimento del treno regionale c’erano altre 4 persone. Il problema che lo spettacolo stava diventando troppo osceno. Fui costretto a fermarmi, perché mi disse “Fermati, perché sto per partire e se parto io ci arrestano. dopo” Appunto quel dopo mi piaceva, suonava bene nell’aria, difatti mi volto e dico al mio vicino di posto “Dopo.” Poi guardo quelli di fronte e anche a loro dico “Dopo.” Difatti una signora anziana disse “Direi.” Divertente era l’atmosfera in quello scompartimento, alcuni trattenevano i sorrisi, altri borbottavano. Arrivati a Cadorna, andammo a finire in un albergo nei paraggi della stazione, fino ad all’ora l’albergo per me ambiente sconosciuto. Tutto iniziò da dentro la doccia, così grande che stavamo comodi. Mentre l’acqua scorreva così tiepida che ci si perdeva in baci passionali. Sostengo che quello fu il mio primo rapporto sessuale con una donna, che si potrebbe chiamare far l’amore. In precedenza erano solo scopate, sveltine e basta, tipico dei studentelli. Quello fu intenso e lunghissimo quasi dal perdersi. Iniziato nella doccia e continuato sul letto. Rimanemmo tutta la notte. Mio padre penso che telefonò a qualche ospedale svizzero pensando che mi sarei rotto qualche gamba come Vladimir. Tanto c’era mia madre che poi mi avrebbe rotto, non le gambe ma le corna che non avevo. In quel momento mi sarei rotto anche la testa per quel viso d’angelo, quegli occhi che trasudavano piacere. Quel giorno per la prima volta nel guardarla dissi il mio primo pensiero. Fu lei in principio, nel guardami non quel silenzio di quella stanza, cosa stessi pensando. Gli risposi con una domanda “Dimmi te, la prima cosa che ti viene in mente?” Lei disse “Partire.” Quel partire non me lo dimenticherò mai, perché fu accompagnato da una lacrima che le scendeva da quegli bellissimi occhi. Quel suo partire era riferito ad over lasciare Milano tre giorni dopo per il Messico, perché doveva sposarsi con un messicano. Fu l’ultima volta che la vidi e quel giorno per la prima volta, dissi un pensiero sulla prima cosa che passava nella mente di chi avevo di fronte. 
“Partire e non tornare, 
rimane nell’aria solo il tuo sorriso, 
bagnato da una lacrima.”

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