Il Silenzio…

Avete mai ascoltato il silenzio? Ha una sua particolare voce, ha il suo modo di parlare. Oggi vi racconto la storia di come si ascolta il silenzio, di come ci si può dialogare. Siete pronti, avete cenato? Avete fatto la popò e la pipi? Ora sdraiatevi sul divano o in terra bè insomma mettetevi dove vi pare. Pronti…3…2…1…Via! Una decina d’anni fa, diciamo circa dieci anni fa. Si va a lavorare a Chiasso, un lavoro a tempo indeterminato, così dicevano ai piani alti. Il posto era un appartamento vuoto, si avete capito bene, totalmente vuoto. C’era una scrivania con della strumentazione appoggiata sopra, un registratore digitale con dei micronastri, dei block notes e penne di due colori nera e rossa, una scatola appoggiata in terra, piena di bicchieri di plastica e un’altra scatola piena di cialde di caffè. Poi c’era un mobiletto appoggiato alla parete a destra, con sopra una macchinetta di caffè e vicino un piccolo frigorifero. Il resto del bilocale era vuoto, di fronte alla scrivania una finestra che guardava su di un piccolo giardino. Era abbastanza umido come appartamentino. Cosa consisteva il lavoro? Niente di importante bisogna tenere sotto controllo le telefonate di un’intera famiglia ticinese. La famiglia formata da due genitori e tre figli. L’obiettivo era lui, il capo famiglia per cosa non lo sapevo, i capi non ti vengono a dire per cosa. Ti dicono cosa devi fare e lo fai. Facevo i turni con un altro mio collega, coprivamo 12 ore a testa. facevamo una settimana a testa per il turno serale e notturno e il turno mattino e pomeriggio. Quella settimana iniziai io il turno del mattino e pomeriggio. Dalle 8 del mattino alle 20.00 di sera. I telefoni sotto controllo erano i cellulari e quelli fissi di casa, ne avevano tre. All’interno della villa della famigliola, furono inserite delle cimici di elevata potenza, posizionate sui lampadari del soffitto. Si doveva registrare su nastro ogni telefonata sia di entrata che di uscita, ogni dialogo all’interno della casa. Trascrivere a penna tutti i discorsi, con la penna rossa il nome della persona e con la penna nera il dialogo. Lui il capo famiglia era nominato Z, la moglie Y. Il figlio maschio il più grande con la P, la figlia adolescente nominata con la S mentre il piccolo con la G. Mi chiedevo cosa servisse tenere sotto controllo i dialoghi anche dei figli. Si sa, quando i capi ordinano devi obbedire. I primi giorni niente di importante, conversazioni che dovevo ovviamente trascrivere. Nei casi ci fossero stati degli SMS, sul primo monitor usciva una schermata con tutti gli SMS che mandavano e che ricevevano. Trascrivevo tutto, compreso gli ignari che venivano nominati non a lettera del’alfabeto ma con il numero di telefono. Gli ignari erano i conoscenti, parenti della famiglia ticinese. Sopra la testa avevo le cuffie, che lasciavo per quando dovevo andare a pisciare o a prendere da bere o a sgranchirmi le gambe. Pronto al minimo squillo a far partire il registratore, la penna sempre pronta, il monitor che registrava a sequenza gli eventuali sms. Poi c’era una cartella dove venivano fotocopiate le email in entrata e in uscita dai Pc in dotazione di questa famigerata famiglia ticinese. Pensavo a cosa volessero scoprire i grandi capi. Dialoghi normali, la lista della spesa che la Y dettava via telefono a P. I corsi di nuoto che S aveva due volte alla settimana. Poi si scopriva che la famigliola della provincia ticinese, aveva i propri segreti. Z che aveva un’amante, una studentessa comasca. Anche la moglie Y non scherzava, si faceva il collega di lavoro nei parcheggi del Foxtown di Mendrisio. Che famiglia del cazzo. In queste giornate stavo nella penombra, aprivo poco le persiane per far entrare quel poco di luce. I capi ci avevano avvisati di essere riservati nel condominio. Difatti alla mattina quando arrivavo alle 7.55 circa, c’era la portiera che curiosava, lo si notava nel suo sguardo, ogni volta sembrava che voleva chiedermi chi fossi. Era il solito buongiorno di rito. Poi una mattina mi chiese s’ero il nuovo condominò del appartamento rimasto sfitto per anni. Gli risposi “Si signora.” Eh Già! sfitto per anni, vuol dire quel appartamento ha avuto da sempre questa destinazione, una cabina spia. Rimanevo su quella sedia per ore e ore, nel più totale silenzio. Il silenzio ti avvolge, ci parli con il silenzio, il dialogo era solo interrotto da un segnale di una chiamata, oppure il monitor che si illuminava da solo quando passavano dei sms. Parlavo da solo, con la mia mente, scrivevo pensieri tutti miei. Dovevi passare pure il tempo, mi alzavo da quella sedia per vedere il giardino, il cielo, il mondo fuori. Tanto avrei sentito quel rumore che arrivava se ci fosse stata una chiamata. Mi facevo parecchi caffè. Ai tempi fumavo, avevo l’abitudine di fumare le black death, le sigarette della morte. Sono sigarette divenute illegali ai giorni nostri, ma alcuni anni fa li trovavi principalmente in Svizzera. Alle 19.55 circa arrivava il mio collega per sostituirmi. Me ne tornavo a Milano. Fu diverso il turno di notte, con la piccola luce sulla scrivania, quel fumo della sigaretta. Il silenzio sempre più assillante. Capitò che una notte il silenzio si interruppe con un singhizzio della figlia S. Stava piangendo sola, non capivo in che stanza fosse. Sentivo solo il suo fievole pianto, piangeva per qualcosa. Nel mio mondo, il mio dialogo con il silenzio si interruppe, trascrivo, S nel cuore della notte piange, poi penso che cazzo ti scrivi. Improvvisamente il silenzio non avvolge solo me ma anche S. Si sente rumore di un bicchiere che tocca un tavolo, rimango concentrato in quella nebbia che copre quella misera luce. Mi aggiusto le cuffie, poi parte il monitor, e attivo un telefono che manda un sms ad un numero, con scritto “Ti amo” E il telefono di S. Strano quel monitor tutto nero con una scritta piccola con tanto significato “Ti amo” E di sottofondo ancora qualche pianto. Parte la risposta del numero, “Anchio ti amo ma non posso più continuare.” In quel punto le lacrime di S diventano più forti. Questo dialogo in sms durò l’intera notte, non trascrissi nulla, rimasi a leggere solamente, ero un terzo invitato al teatro dell’amore. Non ero solo io a dir la verità, anche il mio amico silenzio, fu partecipe, messosi in un angolo accanto al sottoscritto. Sorridevo alla stranezza della vita, a volte ti fa diventare come Dio. Mi sembrava di essere Dio, ad ascoltare i dolori d’amore di innocenti individui che ancora non sapevano che razza di demonio era il Dio dell’amore. Piccoli ragazzi ingenui. Le sigarette nel cuore di quella notte buia erano esaurite e anche il naso di S, pieno di pene d’amore. Dai dialoghi notavo che l’interlocutore, ossia penso il fidanzatino, voleva concludere questo amore adolescenziale. Ad un certo, mi misi a parlare sottovoce, all’amico silenzio, lui, lo stronzo non mi rispose, decise di rimanere in silenzio. Il tutto prosegui giorno dopo giorno, fino a quando Y, decise di telefonare ad un amica, cercava della cocaina da poter consumare con il suo bello al parcheggio del Foxtown. Segnai sul block notes il fatto. Ma quando portavo i block notes a Milano, non fecero caso. A loro non interessava la cocaina, volevano altro. Qualcosa di più grande, lo capì dopo. Quando in un email spedita da Z, ossia lui, c’erano trascritti dei nomi di persone che davano dei soldi per una testa di cuoio. Un prestanome in poche parole. Z era un prestanome per un certo tipo finanza. Riciclaggio di denaro. Ecco si conclude il mio lavoro, quella mattina delle 11.30, quando arrivò la fatidica email. Giorni dopo scattò l’operazione. In Svizzera quando devi colpire un reato di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale, sono duri. Quattro agenti in borghese aspettano poco distanti la villa della famigliola ticinese, con loro due camion dei traslochi con operai specifici. Cosa aspettano? Aspettano che la casa sia vuota. Difatti escono tutti, Y bacia i figli che escono per andare a scuola. La stessa Y prende l’auto e va nel suo posto di lavoro, per ultimo esce lui Z. La casa e vuota, ecco partire la squadra. La villa viene svuotata di tutto, c’era pure un pianoforte, fu portato via anche quello. Rimase solo una cucina, il resto fu smontato tutto, pure i tappeti furono portati via. Poi sulla porta d’ingresso a fine lavori viene lasciato un foglio della procura, con la presentazione di Z nelle sedi sopra indicate per un indagine giudiziaria. Porca la miseria, immaginatevi al rientro la famigliola, lo spettacolo che avrebbe trovato. In Svizzera funziona così, ti portano prima via tutto e poi sei indagato. In Italia funziona al contrario, prima un processo e poi semmai decenni dopo ti portano via qualcosa. In Svizzera tutto e subito

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3 pensieri su “Il Silenzio…

  1. Non sempre in Italia funziona così. Anche se sei la parte lesa, i processi lunghi all’inverosimile ti portano via molto di più. Non solo economicamente, ti distruggono fisicamente e moralmente. Ti rubano l’anima e ti tolgono la voglia di combattere per la tua giusta causa. E non lo dico per sentito dire… seguo da vicino una causa che dura da oltre 12 anni. Imbrogli a non finire, false dichiarazioni, false denunce, false perizie, giudici e avvocati corrotti, lungaggini burocratiche. Sentenza di vittoria che ancora aspetta di essere eseguita. Soldi buttati per difendersi da calunnie, salute ormai compromessa, perdite familiari, disperazione. Alla fine, se non ci saranno ulteriori imbrogli, se ci sarà finalmente un termine a questa agonia, anche con una vittoria, essa non potrà mai essere una vittoria che ripagherà per tutto il dolore che ha causato, perchè tutti loro che lo hanno procurato, non riceveranno mai lo stesso trattamento, non pagheranno mai per le loro nefandezze.

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