Lacrime dietro una Porta…

Capita nella nostra vita di avere reminiscenze, ricordi che spuntano da oggetti, persone o qualcosa che vi fa ricordare qualcosa. L’oggetto e una piccola statuetta, un marinaio seduto, grande quanto un portachiavi. Lo tengo a casa dentro un armadio. Apro l’armadio e mi s’illuminano i ricordi. Viene in mente da questa reminiscenza di quella volta nella nave da crociera. Ero li per uno scambio. Soldi in cambio di un brevetto industriale. Fu il mio secondo viaggio per l’azienda. Il cliente voleva un posto sicuro dove poter attuare lo scambio, per evitare complicazioni. Non puoi scambiare un segreto industriale in un ufficio. Una volta lo si faceva in luoghi normali, quando i brevetti non valevano un cazzo. Oggi i brevetti sono tecnologici, chimici, farmaceutici. Più la tecnologia avanza e più i segreti industriali valgono molti dollari. Ci sono uomini che per un brevetto industriale tecnologico o farmaceutico sono disposti a tutto. Sinceramente non so cosa ci fosse in quel brevetto, non mi interessavo, eseguivo gli ordini dei superiori. Il cliente aveva già depositato una parte del prezzo pattuito a Milano come acconto, il resto doveva consegnarlo a me ed io in cambio avrei consegnato il brevetto. Il posto che fu scelto fu una nave da crociera, in acque internazionali del nord Europa, tra i fiordi norvegesi. I piani alti dell’azienda decisero di mandare me. Non fu facile l’imbarco, avevo gli anfibi e all’interno del tacco c’era il brevetto. All’imbarco ero solo, un solitario come sempre, passo dinanzi al metal detector, suona. Indico le scarpe e sono le uniche scarpe che indosso. Me li fanno togliere. Li controllano, non vedono nulla di strano, sono anfibi ovvio che suona il metal detector. Entro nella mia cabina, piccolissima, una minuscola camera, la segretaria in azienda mi riserva la camera con il balconcino. Meraviglioso, da guardare il mare. Passo una settimana su quella nave, a girare il mar del nord, per ritornare a Copenaghen al sesto giorno, riprendere l’aereo e tornare a Milano. Lo scambio era da fare al casinò. Il casinò in una nave e in funzione solo quando la nave e in acque internazionali, ossia in viaggio. L’accordo preso a Milano era chiaro, alla sera del quinto giorno, un individuo (che ero io) con una camicia marroncina e un’aquila stampata sulle spalle si sarebbe seduto al tavolo del Black Jack. Il cliente riconosceva l’uomo dalla camicia. Questa camicia la misi solo al quinto giorno, era il segnale dello scambio. La quinta sera, era il momento, prendo gli anfibi e con una lama smontata da un rasoio, apro il tacco del’anfibio di destra, era chiuso a incastro, il lavoro del solito calzolaio. Al suo interno del tacco c’è una bustina di cellophane, con dentro il brevetto, in una scheda “Micro Sd 8gb nera.” Prendo un chewing um del ponte di Brooklyn, le mie cicche preferite. Apro il pacchetto e dalla cartina color argento tiro via la cicca e inserisco la micro sd, mettendo in bocca la cicca. E rimetto il pacchetto in tasca. Vado nel salone del casinò e mi siedo al tavolo del Black Jack e attendo il cliente. Come funziona il gioco del Black Jack, chiamato anche in italiano ventuno. Devi giocare contro il banco rappresentato dal casinò. Devi battere il banco, facendo possibilmente il punteggio più alto del banco, non superando però la somma 21, se no perdi. Mi si siede a fianco un uomo, accompagnato da un altro individuo e gioca. Capisco che è il cliente perché mi domanda;” In Milan it rains in july?” In italiano se a Milano piove a luglio. Consegna al croupier un foglio con scritto una cifra e la carta di credito da dove prelevare i soldi per giocare. Il croupier chiama un addetto. Aspettiamo che arrivano i piccioli, Ecco arrivare un addetto con un foglio dove c’è scritto una somma a cui lui può usufruire in ogni tavolo del casinò. Continuiamo a giocare un paio di mani, eravamo in 7 compreso Io e il Cliente, distraggo i giocatori al tavolo, con un’imprecazione riguardante una carta che tiene tra le mani il croupier, tutti improvvisamente guardano le mani del croupier. Questo mi servì per impossessarmi del foglio con la valuta che teneva il cliente, in stile mano lesta. Controllo la cifra stampata sul foglio. Era quella concordata a Milano. Dalla tasca tiro fuori il pacchetto delle cicche, nella prima cartina argentata c’è la micro sd. La metto sul tavolo e l’allungo verso il cliente, La guarda all’inizio in modo strano, non lo aveva immaginato dove potesse stare un segreto dal valore milionario, dentro una fottuta cartina argentata di una cicca del cazzo. Si alza, mi fa un saluto militare e se ne va. Rimango li ancora un paio di giri, rido. Da tempo nessuno mi salutava più in quel modo, mi veniva in mente i periodi con il professor Kruge. Mi alzo e me ne torno nella mia tana, come i topi, il giorno dopo sarei tornato a Copenaghen, preso l’aereo e tornato a Milano. Prima però sarei andato alla cassa a consegnare il biglietto del casinò, il foglio con la valuta prelevabile per giocare ai tavoli, preso dal cliente. La signorina sorridente mi chiede “Bisogno?” Anchio sorridente “Si ho rinunciato a giocare ai tavoli, sa ho un po di mal di testa, può rimettere questi soldi nella mia carta di credito.” E gli consegno la carta di credito dell’azienda. Ecco il modo particolare di passaggio di denaro legale, dentro una nave da crociera su acque internazionali, ossia luogo di proprietà di nessuno, un passaggio di denaro legale che invece in terra ferma, dentro uno Stato, sarebbe illegale. Un capolavoro, come avrebbe detto il professor Kruge, con i suoi insegnamenti, i suoi trucchi. I primi quattro giorni nella nave, prima del quinto giorno, quello dello scambio? Al primo giorno iniziai a leggere, mi ero portato un libro di fantascienza della Editrice Nord, serie Oro, Isole nello Spazio, di John Campbell, scritto negli anni 50 e ristampato nel 1976, libro fantastico, 600 pagine incredibili. Leggevo e scrivevo anche pensieri quel giorno, li scrivevo su di un diario, tutto ciò che mi usciva dalla testa, nel guardare quel mare dal balconcino della mia camera del quarto piano della nave. Quella sera andai anche nella discoteca che stava in cima alla nave. Feci un incontro galante alla prima sera, nella pista da ballo con un brano degli Imagination dal titolo “Body Talk.” Incontrai Irina, per fortuna che sapevo un pò di russo, tra il russo e l’inglese ci capivamo. Solo quando parlava il russo stretto facevo fatica a capirla, lei lo sapeva, per questo scandiva le parole, iniziò subito ad abituarsi a parlare piano il russo e quando non capivo lo diceva in un inglese scolastico. Era in vacanza con un’amica. Irina, una tipa carina, biondina, capelli lunghi normali. Come me aveva il vizio di bere, ci siamo chiusi fin dalla prima notte nella mia camera a bere. In quella camera c’era il nostro mondo, ci facevamo portare il cibo in camera. Vivevamo tra bottiglie di vodka, musica e sesso. Il giorno prima dello scambio, avevo perso il controllo di me stesso. Fui obbligato a buttare in mare la vodka dal balconcino. Lei che tentava di aggrapparsi a quella cazzo di bottiglia, ci mancava poco che si gettasse in mare. Fui obbligato a buttare tutto, avevo perso il controllo anche di Irina. Bere si ma con lucidità, non perdere mai il controllo. Si mise in terra a piangere come una pazza, mi ero spaventato, metti caso che qualcuno pensasse che gli avrei usato violenza. Con le buone maniere gli dissi che gli avrei fatto avere un’altra bottiglia, si calmò, fu l’ultima volta che la vidi, non volli più vederla, non potevo combinare guai, con questa Irina sinonimo di guai. C’era il fottuto scambio da fare il giorno dopo, dovevo riprendermi la mia vita, ritornare lucido. Feci arrivare una nuova bottiglia di vodka, così Irina si tranquillizzò. Poi le chiesi di tornare dalla sua amica che avrei dovuto lavorare sul libro che stavo scrivendo. Se ne andò. Tornò alla sera, mi bussò alla porta ma non gli aprì. Mi dispiace ma non potevo combinare casini, avevo un compito da concludere. Ero sul letto a scrivere e lei dietro la porta a chiamarmi, prima di andarsene mi disse che sarebbe tornata l’indomani; “Zavtra vozvrashchayus, prinesu tebe fistashkovoye morozhenoye ‘ In italiano sarebbe torno domani e ti porto il gelato al pistacchio. Sapeva che amavo il pistacchio. Non gli aprì il giorno dopo, non la vidi mai più. Sapevo tutto di lei, in quei giorni eravamo un’unica cosa Io e Lei. Due mondi diversi che si univano, fino a toccare l’inferno. Fu come entrare all’inferno e uscirne. L’ultima sera, dopo aver eseguito lo scambio rimasi a guardare i fiordi. Non avevo mai visto in vita mia i Fiordi Norvegesi. Insenature da lasciare senza fiato, paesaggi incontaminati del mondo. Lasciarsi trasportare in immagini che rimangono nella tua mente. In quei momenti comprendi la bellezza del mondo, farsi accarezzare dal vento, seduto sul balconcino del quarto piano di una nave. Sentire il freddo che ti taglia, il cielo che ti guarda, te che bevi una vodka per scaldarti il corpo e assapori l’essenza della vita. Dimenticando la voce che ti chiama dalla porta chiusa, le lacrime che scendono da quella porta chiusa. Piansi anchio, non so ancora, se per la bellezza di quello spettacolo della natura o per la sofferenza umana dietro una porta chiusa. Natura ed Uomo, due cose incompatibili da una parte ma compatibili in due piccole solitarie lacrime.
P.S. La foto sono i fiordi norvegesi

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