I Casi della Vita…

Capitano fatti particolari durante la nostra vita, cose inconsuete. Vi capita mai di pensare di come è piccolo il mondo? Vi racconto un fatto accaduto anni fa, direi bizzarro e a ripensarci da farci una risata. Tutto ebbe inizio a Lugano, un paesino dalle parti di Lugano in Svizzera. Eravamo io e un mio collega, un collega anzianotto, uno della vecchia guardia come si dice in gergo, io ero invece il giovinastro, i primi anni che lavoravo per l’azienda. Stavamo stazionati in questo paesino, per un lavoro. Complicato da spiegare ed e meglio non spiegare. Dovevamo stare lì una settimana per poi tornare con il carico a Milano. Perchè da Milano sarebbe poi partito per il Porto di Genova e successivamente via mare per gli Stati Uniti.Eravamo ospiti in una affittacamere sopra una locanda tavola calda. Il proprietario aveva questa palazzina, sotto un bar tavola calda, sopra alcune camere. La sera la passavamo in questa locanda, sapete che in Svizzera non ci sono svaghi, la gente si rifugia in casa oppure in locali, non vi dico nei periodi invernali. C’è il coprifuoco, non ce un anima viva oltre le 21.00 di sera. Quindi si stava dentro questa locanda, io e il mio socio. Si mangiava, si beveva e si giocava a scacchi. Ci avevamo portato gli scacchi, giusto per passare il tempo. Cazzo, quanto giocavamo, li avevamo consumati. Eravamo di casa in questa locanda, un conto stare un giorno, un conto parecchi giorni. Avevo attaccato bottone con una cameriera, di origine serbe. Una slava, era simpatica, pimpante, con un bel culo sculettante. Glielo feci notare una sera, avevo ordinato un piatto di lasagne. Lei arriva dalla cucina, mi mette il piatto sul tavolo, le dico:
“Scusa Nera ma e troppo, puoi tirarne via un po’.” 
Si chiamava Nera, un nome particolare. Questa ritorna in cucina, e ricompare con meno lasagne e rimette il piatto su tavolo. “Scusa Nera, non mandarmi a fanculandia ma preferisco il piatto precedente.” 
Siccome eravamo un po’ in confidenza, ribatte;
“Mi stai prendendo per il culo?” Io sorrido e gli rispondo; 
“No, volevo vedere la seconda volta e poi la terza come sculetti.” Si era trattenuta, rimase in silenzio poi si abbassò e mi sussurro in un orecchio;
“Sei fortunato che c’è il padrone che sta guardando, se no lo vedi quel coltello sul tavolo, non ti dico cosa avrei fatto.” Questo nostro modo di fare amicizia proseguiva anche dopo la chiusura del locale, tra battutine, scherzi. Il mio socio passava il tempo a telefonare alla moglie e la caterva dei figli, mamma mia che strazio e poi mi rompeva a me il giorno dopo con la sua pazza famiglia. Io rimanevo con la Nera fuori dal locale a fumare e bere lo “Stock 84.” Strano vedere una di origine serbe in Svizzera, da parecchi anni in terra elvetica, aveva imparato molto bene l’italiano, non era limpido ma si capiva molto bene. L’ultima sera, alla 1.00 di notte dovevamo tornare a Milano con il carico, era giunto da Vilnius qualche ora prima, tempo di mangiare, riposarsi e partire direzione Milano. Avevo chiesto alla Nera se mi invitava a casa sua per bere a tet a tet. Me ne sarei andato e molto probabilmente non ci saremo mai più visti. Mi invita a casa, aveva una camera sopra il locale. Il proprietario si prendeva un tot di affitto dallo stipendio, da come ho capito, gli rimaneva il giusto per sopravvivere. Abitava da sola con un gatto malefico. Appunto il gatto, me ne sono accorto della sua presenza in modo spiacevole. Comunque mi invita a casa, monolocale, con un micro bagno, un buco in poche parole. Beviamo una bottiglia di vino bianco delle vali Svizzere, un vino semplice niente di che. Li tento l’approccio, del resto non ho paura a tentare gli approcci. Lei ci sta, senza problemi. Preliminari lunghi, molto lunghi, che durano fino all’ultimo goccio del vino, finimmo entrambi con la lingua attaccata alla bottiglia. Due lingue che si intrecciano, fino a quando non mi è toccato aimè, mettermi in posizione sopra di lei, sul più bello, quando stavo assaporando dei capezzoli diritti come la Torre Eiffel, mica spunta un gatto malefico che si aggrappa alla mia schiena. Oddio che dolore. E che cazzo!! 
“Potevi avvertirmi degli agguati alle spalle.” Si vede che il gatto si era incazzato perchè mi ero attaccato ai capezzoli della padrona. Lei la scema che rideva, io con dei graffi sulla schiena. Porca la miseria. Ridi ridi, alla fine sono io con i graffi, poverino un corno. Questo non mi tolse la voglia di strapazzarla, finimmo subito distesi in orizzontale, pronti a fare la ginnastica da camera. Poi succede un fatto alquanto imbarazzante, guardo l’orologio, con la coda del occhio, nel mentre ci slinguazzavamo avidamente, vedo l’orario. Puttana Eva, era la 01.00.
“Scusa Nera ma devo terminare qui il nostro incontro ravvicinato del terzo tipo.” Non l’avessi mai detto, si incazza di brutto. Avete mai visto una donna serba incazzata? Io si, porca la miseria. Inizia a dire;
“Ma tu sei scemo, mi fai venire voglia e poi prendi e te ne vai, così.” Sinceramente non sapevo che dire, poi con il dito indicai l’orologio sulla parete, era la 01.00. E lei “Cosa!” Accompagnato da un taglia unghie preso da un cassetto, diritto sul mio collo. Azz, si era incazzata di brutto, che mi disse;
”Ora te concludi ciò che hai iniziato.” Ero rimasto immobile, lo sguardo un po’ su di lei, e un po’ sul orologio, ero diviso da un fottuto orologio e una donna serba ferita nell’orgoglio. E poi decisi ma si concludiamo a fan culo il lavoro. Essere minacciato da una donna, poi devo ammettere che rendi meglio. Sta il fatto che il mio socio, rigido, uomo d’altri tempi, l’anzianotto collega prende e se ne va con il carico, mi lascia alle 3.00 di notte solo come un cane per la strada. Si porta via tutto, pure la mia valigia, i miei documenti, il mio portafoglio. Puttana Eva ero nella merda, non avevo neanche una moneta per poter telefonare da una cabina pubblica. Avevo solo un jeans, una maglia, le scarpe e basta. Come cazzo facevo a tornare a Milano. Tutto si era portato il coglione. Nella mia azienda sono così, l’ho capito dopo nel corso degli anni, sono dei bastardi, rigidi. E pensare che il professor Kruge me lo disse;
”Attento, devi seguire sempre le regole, nessuno sarà ai tuoi comodi.” Presi a camminare lungo la strada provinciale, non c’era un anima via, avrei fatto l’autostop, non era la prima volta in vita mia a fare l’autostop. Il problema e che non è consentito in Svizzera. Cammino e cammino, fino a quando non mi si affianca un auto della polizia, mi caricano su e mi portano in centrale, senza documenti, dico di essere di Milano, loro giustamente dicevano ma tu chi cazzo sei. Gli raccontai tutto, della tipa, del gatto che mi ha fatto l’agguato e del perchè avevo dei graffi, del mio collega che si porta via i miei documenti. Sono stato l’attrazione della centrale di polizia, stato schedato come immigrato clandestino, cazzo che ridere, ridevo come un pazzo, avevo pure le manette. Il ridere maggiore e stato il dopo. Ridevo e uno dei poliziotti mi diceva;
“Cosa ti ridi.” Ed io 
“Scusate ma ora ve lo devo dare.” 
“Cosa?” 
“Niente di importante il numero di telefono a cui telefonare.” Gli do il numero e telefonano, alla fine di tutto, mi hanno riaccompagnato a Milano con pure, un autista personale, direttamente in azienda. Il mio capo si incazzò, dicendomi che le sottane saranno la mia rovina. Si ma il bello non è stata questa breve storia ma il seguito, cose da finimondo e da riderci sopra. Passa del tempo, alcuni mesi. Conosco una donzella svizzera puro sangue di Lugano. Fu un incontro casuale in un congresso di medici a Lugano. Ero li perchè dovevo accompagnare dei medici americani a questo congresso. Lei era una che organizzava eventi/congressi. In quei giorni di questo convegno, ci frequentiamo, da cosa nasce cosa. Un giorno mi invita un fine settimana in Svizzera dalle sue parti, zona Locarno, vicino al Lago, Svizzera interna. Il marito e partito negli Stati Uniti. Una famiglia benestante, come si dice;
“La Ricca Borghesia Svizzera.” Il problema e che io non sapevo che lei era sposata, fino in un determinato momento, sinceramente non ne mai uscito un motivo di argomentazione al riguardo. So solo che lei mi domandò;
“Vieni un fine settimana sul lago a Locarno?” risposi di “Si” Vado a Locarno, prendo un albergo, passiamo il sabato insieme, al pomeriggio finiamo in una casa di proprietà di lei, messa in vendita. Era un attico di una palazzina di due piani con due soli condomini. L’attico era disabitato, sapete quelle case con mobili, poltrone coperti da cellophane, senza luce, buie. In questa casa su di un letto ricoperto di cellophane, con una piccola penombra di un tiepido sole che mandava i suoi piccoli raggi da rendere un atmosfera da vecchi film anni 50, ci fu l’incontro passionale, caldo. Lasciamo perdere i dettagli. Il bello viene dopo. Verso le 18.30, nel momento che ci stiamo per vestirci lei mi invita ad una festa di compleanno con la sua famiglia. Mi dice che sono una cinquantina di persone. Mi avverte pure di non fare il cretino con le sue amiche e cugine. Stiamo per scendere da questo attico, che ci ferma la vicina vecchietta di 80 enne del piano sotto. Cazzo! Mi ha spacciato per l’elettricista, con la vicina di lei che mi rompe le palle, perchè dovevo cambiare la lampadina del lampadario. E che cazzo! cambio la lampadina, poi stiamo per andare a questa festa e mi dice che devo raccontare che sono un collega di lavoro. Alla fine gli chiedo ma scusa ma come mai tutti questi segreti, elettricista, casa dei fantasmi, fare l’attore di ex collega in una festa di compleanno. Scopro che la donzella e sposata. Quindi mi devo calare nella parte. Entro alla festa, ci sono tutti i parenti, mi presenta a tutti, e a tutti confermo sono il collega. Fino a quando spunta il colpo dell’anno. Indovinate chi giunge alla festa? Il fratello di lei, ossia il poliziotto che mi ha fermato a vagabondare a Lugano. Cazzo!!! Stavo scoppiando da ridere ma poi mi sono trattenuto al “Questo e mio fratello, lui e un mio collega.” Il fratello mi guarda e dice;
“Ma per caso ci siamo visti da qualche parte?” Ed io 
“Non mi pare, se no me ne ricorderei.” 
Rimaniamo a guardarci, e secondo me si è ricordato chi ero, la sua testa iniziò a ragionare, e capì che non ero un suo collega ma qualcos’altro. Gli stavo dicendo qualcosa, mi sono trattenuto, volevo dirgli una sola frase “Mi sono scopato tua sorella.” Poi mi sono detto…non ce bisogno di parole…ha capito tutto. Poi ragionando ho pensato lasciamo le cose come stanno, i segreti a volte e meglio tenerseli per se, e poi diciamocelo chiaramente. Il fratello della donzella ha usato il famoso detto, 
io non vedo, 
non sento 
e non parlo.

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