La Gabbia…

Buonasera tutto bene? Oggi vorrei raccontarvi una storia accaduta alcuni anni fa. Una storia lunga, pesante, come si dice, una pizza, da obbligarvi a non leggerla. Così quando andrò in esilio avrò lasciato un ricordo. Perché prima o poi andrò in esilio e mi piacerebbe lasciare qualcosa che vaghi nell’etere per i posteri, un’impronta di me. Voi vi chiederete perché devi andare in esilio, perché ci andrò. Avete cenato? avete dato da mangiare ai vostri cari, ai vostri mocciosi, agli animaletti, lombrichi pelosi e no. Avete poi messo i bimbi a letto? Avete preparato la bacinella piena d’acqua e introdotto i piedi dentro. Potete anche se volete accendere un falò e ungere i vostri piedini di olio e immergerli tra le fiamme, sentirete abbrustolire la vostra pellaccia. Che sensazione sentire la propria pelle bruciare. Quello che sentivo in Angola ai tempi della scuola da costruire, sotto un sole cocente e il catrame liquido che ti faceva da specchio luccicante in viso. La storia di stasera parla ancora di Africa. Avete preparato un goccio di Armagnac? Io bevo quello come brandy. Voi fate quello che vi pare. Sedetevi, non vorrei che abbiate cedimenti mentali che vi porteranno a farvi la bua sul popò. Sdraiatevi nel giardinetto, balconcino o magari in un terrazzino. Siete pronti, conto alla rovescia 0…-1…-2…-3 Via!
Alcuni anni fa, una mattina trovo sulla mia scrivania una busta bianca. L’apro e noto un bigliettino da visita. Chi cazzo mi lascia una busta a nome mio con all’interno un bigliettino da visita. Ho l’abitudine che lascio la scrivania totalmente vuota alla sera. Immaginarsi di arrivare alla mattina e vedere una busta accuratamente posizionata in mezzo. Vado dalla segretaria giù all’ingresso se per caso sa qualcosa. Lei nisba non sa nulla. Vado dal mio collega anche lui e sorpreso. Poi un’altro collega mi dice che la sera prima era giunto un uomo ben vestito e chiedeva dell’uomo delle favole, pensava che fossi ancora in ufficio. I miei colleghi non sanno che quando vado via esco da una porta secondaria per non farmi rompere le due nocciole. Esco in maniera totalmente invisibile. Ho trovato un’uscita secondaria, dove solo Io tengo le chiavi. Nella azienda dove lavoro non si usano cartellini da timbrare, niente di tutto ciò. E pieno anche di telecamere, esclusi i bagni almeno credo. Solo ai sotterranei c’è un metal detector per evitare che si porti via qualcosa che non devi portare via. Si deve sapere ciò che entra e ciò che esce da quei sotterranei. Compili dei fogli quando fai uscire qualcosa e ricompili dei fogli quando devi farli rientrare. Comunque andiamo al sodo. Il mio collega disse all’uomo ben vestito che mi avrebbe ancora trovato nel mio ufficio, in fondo al corridoio. Penso che quando entrò non vide nessuno e mi lasciò questa busta con un bigliettino con scritto Sig.Schuster, poi una località olandese e un numero telefonico. Al momento non chiamai. Faccio un ripulisti nella mia mente ma non ricordo nessun Schuster. Poi mi faceva paura l’Olanda. Di solito capita che il passato venga a farci visita, il mondo e strano. Così strano che siamo degli abitanti di questo mondo fin troppo astratti. Decido di telefonare, risponde dall’altra parte il Sig.Schuster e organizziamo un appuntamento. Lo aspetto alla sera tardi, alle 22.00, l’unico orario dove il signorino era disponibile, perchè l’indomani sarebbe rientrato a Zoetermeer una piccola cittadina olandese. Mi hanno insegnato che il cliente va sempre accontentato perché “Paga.” O meglio e futuro “Pagatore” Giunge la sera, il tramonto fa diventare quel mondo già buio, in azienda c’ero solo, avverto la guardia che dovrà arrivare una persona e di accompagnarla direttamente nel mio ufficio. Aspetto le 22.00 giocando a scacchi contro il computer. Quando si attende non si sa mai ciò che vai ad incontrare. Chiamo e mi faccio portare una pizza al tonno d’asporto, una birra dal mio mini frigo bar sempre rifornito di nettare di ogni Dio. Mi chiama la mia donzella di quel periodo, è un pochetto gelosa da quando ho fatto il birbantello. Al telefono pensa che sono tra le cosce di un’altra, fa le battutine. Le donne quando si mettono in testa una fissa, non se la tirano via più. L’avverto che alle 22.00 chiudo le comunicazioni con il mondo, il lavoro è il lavoro. Mancano quindici minuti alle 22.00. Le passo al cubo di Kubik, per quello che mi riguarda lo trovo impossibile completarlo. Sono negato per questi giochi da intelligentoni patentati. Più che altro sono più da giochi di astuzia e strategia, come gli scacchi. Con un paio di minuti di ritardo arriva il signorino. Presentazioni di rito, chiudo la porta e ascolto la sua richiesta. Tiro fuori dal cassetto le caramelline di rito “Les Anis de Flavigny” sono piccole caramelline francesi all’anice. Mi furono regalate. A me regalano di tutto per ringraziarmi e per leccarmi. Siccome a me non piacciono le spupazzo ai clienti. Collaudo il loro stato di salute, siccome erano scadute da decenni quelle caramelle, sperimento se mi crepano di fronte ai miei occhi o magari mi svengono oppure hanno strani battiti cardiaci, o magari hanno un colpo di dissenteria, sai che spettacolo. L’olandese era un uomo sui sessant’anni, ben portati, un cappello che toglie appena si siede. Dice che i miei capi ai piani superiori lo hanno mandato da me “Vada dall’uomo delle favole.” Gli stronzetti non è che mi avvisano, se ne sbattono le nocciole. Mi faccio spiegare che cosa ha di bisogno. Una lunga spiegazione che mi ha tenuto ben attento, durata circa una bella mezz’oretta. Al momento non dico una parola, preferisco alzarmi e andare al mio mini frigo, gli dico se vuole una vodka bella fresca. Ci vuole qualcosa da buttare giù nelle budella. Tiro fuori la mia preferita la Vodka che mi regalavano quando andavo in Bielorussia nei villaggi, fatta in casa dagli abitanti, usando l’acqua contaminata della centrale di Chernobyl. Che goduria sentire dentro il proprio corpo quella splendida Vodka, bella forte e pungente, Vodka fatta in casa, cazzo che delizia e chi se ne fotte se e contaminata. L’olandese accetta, facciamo un brindisi, lui con la Vodka, mi pare ovvio a lui la Vodka, io con il Whisky e cerco di perdere tempo, devo pensare, non so se accetterò il lavoro, mi sembrava un po’ complicato. Negli scacchi quando sei chiuso devi aprire un’altra strategia. Penso, cambio argomento, gli domando dove risiede, in che hotel, se aveva cenato, cerco di divagare. Vedevo che fremeva, da come stringeva il capello, da come picchiava il piede destro in terra. L’osservavo, cercavo di capire che vestiti portava, per capire se era pieno di soldi. Feci caso all’orologio che portava al polso, con una scusa gli chiesi che marca fosse, un Rolex. Gli raccontai della mia collezione di orologi da tasca, un’infinità, alcuni rari, altri presi in prestito. Quella parola “Prestito” fece sorridere il vecchietto, era intelligente il tipo. Mi sedetti sul bordo della scrivania, di fronte al vecchio e gli raccontai una storia che mi raccontava il professor Kruge, su cosa sia la vita senza la forza di attraversare tutti gli ostacoli che il destino ci prospetta. Niente, un fottuto pugno di mosche in mano. Alla fine presi un foglio di carta e gli scrissi una cifra con alcuni zeri su di un foglio, facendogli capire di non parlare ma di scrivere su quel foglio un Si oppure un No. Scrissi la cifra che avevo preventivato per tutta l’operazione. Accettò, mise un Si e la sua lunga firmetta. Gli feci capire che avevo bisogno di un mese di preparazione, bisognava azionare la grande macchina delle illusioni. Gli dissi “Caro Signor Schuster, il gioco delle illusioni va preparato bene, per poter raggiungere l’isola che non c’è.”
Mi domandò se fosse una frase di quel certo professor Kruge. Gli risposi, “No no, questa e mia.” Dal giorno seguente iniziai ad accontentare il cliente, progettai il piano di esecuzione nei minimi particolari. Iniziai dal mondo circense. Esatto un circo che avesse bisogno di un leone vivo e ovviamente vero. Voi pensate che il sig. Schuster cercasse un leone? No, il suo desiderio era altro. Preferisco spiegarvi pezzettino su pezzettino. Quando si prepara un piatto va fatto con estrema cura per poi gustarselo ed avere un orgasmo culinario. Anche se io preferisco altri amplessi, come tra le cosce di una donzella. Comunque, avevo accettato il lavoro, più che altro era un gioco di illusioni, una magia, del tipo c’è non c’è ma c’è ma dove, chi lo sa. Perché voi umili individui potreste non capire come si fa il gioco delle illusioni in un mondo diventato una totale jungla. Più il mondo è una jungla più personaggi sguazzano in questo mondo dove tutti corrono, senza poi sapere neanche dove andare. Per fortuna ci sono almeno il 2% di individui che si muovono nel sistema creando semplici illusioni. E come se accanto a voi un giorno mentre state passeggiando per la strada, vi passa un individuo e vi fa una veloce linguaccia, non ve ne accorgete. Perché siete presi dal vostro smartphone, dai vostri cazzi per la testa, dal tempo che non vi basta mai, dai vostri stupidi impegni. Non potete accorgervene, perché il mondo gira così veloce, che voi già ne siete divorati. Riesco a trovare un circo che ha proprio bisogno di un leone, da come sono generoso lo do a prezzo di saldo. Il leone tramite alcuni contatti in Angola riesco a trovarlo, compreso chi è disposto a vendermi il grande felino. Trovai una sottospecie di leone Masai. A sud dell’Angola sul confine c’è lo Stato della Namibia. In quel punto sorge il Parco Etosha dove da secoli vive questa specie di leone. Etosha significa “Luogo Bianco” infatti e una gigantesca vastità di terra bianca, come se fosse ricoperta dal sale. Se provate a mettervi un po’ di questa terra in bocca e come avere il sale tra le labbra, vi cuoce la lingua. In questo luogo c’è un’antica leggenda, dice che molti secoli fa in una sanguinosa guerra furono uccisi tutti gli abitanti, meno una donna, l’unica superstite. Da quel giorno per sopperire alla solitudine, questa donna dai capelli così lunghi da essere obbligata a trascinarli, lungo queste terre ormai desolate. Pianse per giorni e giorni, per mesi e mesi, per anni, fino a creare un lago salato, che poi asciugandosi fece diventare la terra bianca come il sale. Un parco naturale, dove vivono i San e gli Ovambo, dei popoli strambi, dove e meglio non averci a che fare, ti intortano e ti rivoltano come un calzino. Da quelle parti vive William, un inglese che da decenni ha una capanna in mezzo al deserto. Lasciò l’Inghilterra perché voleva fare il missionario, diceva che aveva la vocazione. Poi dopo aver visto che si sudava ha deciso di cambiare la sua vita, da missionario si trasformò in un solitario eremita. Fa ridere vederlo su di una sedia a dondolo in mezzo al deserto con un ombrellino raccattato al mercato di Windhoek, in una giornata dove le zanzare fecero ingordigia di sangue umano. Nel momento che tutti scapparono, lui da ominide dal sangue cattivo non attirava le zanzare, questo lo indusse a portare via un ombrellino di quelli rosa con tanti fiorellini bianchi, che pirla. Fa strano vederlo nel parco di Etosha che si dondola con quel cazzo di ombrellino da gay. Quando lo chiami per aiutarti per qualche lavorettino accetta sempre, Si gratta le mani, gli fanno comodo un po’ di soldini. Il mondo è fatto di pazzi. Quest’uomo ha facilità di parlare con questi San e Ovambo. Doveva mettersi d’accordo con loro per uno scambio, un leone per una fornitura di whisky per anni. Fino a quando ogni abitante non riusciva ad andare dall’aldilà. Fu questa la motivazione che consigliai a William di dire ai capi tribù, liquido magico per un semplice leone. Certi popoli del terzo mondo devi farli sognare, devi dargli un senso a dover continuare a vivere, gli racconti una favola o li fai volare, volare quanto il vento, semmai più forte ancora del maledetto vento. Quindi ho trovato il circo, ho trovato dove prendere il leone, mi toccava far costruire la gabbia personalizzata. Ecco che mi presento in alcune officine di fabbri. Porto un disegno già fatto di una gabbia che possa contenere un leone, abbastanza larga, abbastanza alta, volevo la massima comodità per la bestiolina pelosa. Sono un animalista cari signori, amo gli animali soprattutto quando servono a qualcosa. Come quando amo gli individui, anche loro a volte servono a qualcosa. La grandezza della gabbia va preparata sul presunto peso finale. La gabbia deve essere in acciaio e avere delle sbarre tubolari, affrancate a viti, sia in testa che alla base. I tubolari, all’interno devono essere vuoti e dovranno avere un diametro di 3 cm. Avevo trovato il fabbro giusto. Poi cerco un veterinario. Trovo uno disponibile a venire in Africa cercandolo tra le cliniche, fondamentale per addormentare la bella bestiola pelosa, soprattutto anche come testimone in casi di estrema necessità. Procuro una fornitura enorme di bottiglie di whisky da portare ai San e agli Ovambo, da farli strafogare nell’alcol. Era tutto pronto, e siccome sono sempre generoso, faccio caricare nell’aereo merci, pure un bancale di penne bic e uno di carta da scrivere per i bambini dell’Angola, quelli dove è stata costruita la scuola. (Ve ne avevo già parlato) Preparo tutta la documentazione per la dogana. Faccio preparare dei documenti da far invidia ai migliori falsari del mondo. I timbri giusti, tutto nella più maniacale preparazione. Faccio accordi con il capitano Duarte dell’esercito dell’Angola, grazie ad un piccolo dono per lui e la sua bella mogliettina, un vestitino e borsetta di Prada, made in Italy. Duarte era felicissimo per la moglie. Un po’ di dollari namibiani per William. L’ultimo accordo e con alcune persone del Botswana, già avvertite dall’Olanda. Dovranno anche loro farsi trovare in Namibia. L’aereo cargo si fermerà in Angola, lascerà tutti i souvenir dei bambini alla scuola. Spero che i bambini si ricorderanno di me, di Babbo Natale dai grandi scarponi, dal cappello nero e dagli occhiali da spavento. Poi la gabbia vuota e il whisky saliranno su di un camion e scortato dagli uomini di Duarte raggiungerà la vicina Namibia. Dove ci sarà il grande ritrovo di tutti gli amici di merende. L’unico ostacolo e al confine tra Angola e Namibia c’è un check point del governo Namibiano, gestito da piccole bande locali. Qui ci vuole qualche bottiglia di whisky, una risatina, un sorriso, e una bustarella che distrattamente finisce in tasca del capetto. Si riconosce subito il capetto in quei posti, di solito porta un grande cappello, da fargli pure da pisciatoio. Non dovrebbe esserci poi nessun problema. Si arriva alla capanna di William, dove ci sarà il leone e gli amici del Botswana, loro si che sono gli amici di merende più importanti. Siamo all’epilogo di questa storia che voi non potete neanche immaginare, va solo assaporata e capire che si può tutto. Sedetevi e non state in piedi come dei mammalucchi. Ma dove credete di andare? Lasciate tutto ciò che vi circonda e partite in luoghi sconosciuti. Abbiate il coraggio di cambiare, modificare il vostro modo di vedere il mondo. Per questo si è anche diversi l’uno all’altro, si forse una volta si era diversi, oggi siete tutti uguali. Oggi il mondo è diviso in soldatini tutti identici, poi c’è una minuscola parte che vive in modo stranamente anomalo, che continua a fuggire cercando di restare a galla sospesi ad un filo invisibile, legato a sole due estremità. Da una parte la stella Nibelius, quella della follia, dall’altra la stella detta Clivelias, quella della magia. Come racconta un’antica leggenda Atzeca, dove due stelle un giorno per potersi parlare decisero di unirsi in un filo invisibile. Questo filo fu una cattiva idea, perché fece scoprire ad ognuno il mondo dell’altro. Questo fece dileguare la follia da una parte e la magia dall’altra. Ora andiamo a concludere questa storia, realmente accaduta alcuni anni fa. Siete pronti? Via! Tutti gli amici di merende erano riuniti in Namibia, dove c’è la capanna dell’inglesino William con la sua sedia a dondolo e il suo ombrellino a fiorellini. Suggerisco all’inglese di portare via il veterinario, fargli fare un giro nella savana e andare a prendere il nostro amicone leone Masai. Avevo da ultimare le ultime cose con gli amici del Botswana. Questi amici sono arrivati con un bel camioncino con sopra delle semplici casse da frutta. Al suo interno dei barattoli, tipo quelli di latta per il caffè. Wow! ottimo lavoro, ermeticamente chiusi. Dico di portare le casse dentro la capanna. Metto una coperta sopra un tavolo, poi apro il primo barattolo e svuoto il tutto sopra la coperta, controllo pezzo per pezzo. Piccoli frammenti di kimberlite, già lavorata in tre fasi. La prima fase, frantumata in piccoli pezzi, la seconda il lavaggio della kimberlite, la terza fase la divisione, grazie all’uso di un grasso speciale, dove il diamante lo riconosci perché gli sta attaccato, come una calamita, quindi lo separi dalla terra o altri minerali. La kimberlite che rimane dalle tre fasi di lavorazione e da dove nascono i diamanti. Alla capanna la kimberlite dentro i barattoli è arrivata già frantumata, pulita e pronta. Un lavoro certosino spanderli sulla coperta ma era fondamentale controllare pezzettino per pezzettino. Il diamante in se e la cosa che rende uno dei vizi dell’uomo un fatto orgasmico, sia per gli occhi che sentirselo addosso. Soprattutto a molte donne che vanno pazze per i gioielli. A me sinceramente me ne poteva fregar di meno, il mio compito era portare questa kimberlite in Olanda. Da lì poi sarebbe andata in una azienda per la trasformazione della kimberlite in gioielli. Era semplice mercato nero. L’azienda aveva superato il limite consentito. Per non fermare l’attività si era giunti a dover acquisire dal mercato nero. Cerco di spiegarmi meglio, il governo del Botswana ha deciso di vendere al miglior offerente i residui, sottobanco ovviamente. Per far entrare la kimberlite in Olanda senza problemi bisogna far un gioco di magia, c’è ma non si vede. Svuotai tutti i barattoli sopra questa coperta, poi chiamo alcuni uomini di Duarte e mettiamo la coperta strapiena di kimberlite su di una bilancia di quelle che si usano ai macelli. Per sollevare la coperta piena di kimberlite c’era stato bisogno di molti uomini. Il peso finale alla bilancia era perfetto, tutto quanto il Sig. Schuster aveva detto. Variava di pochissimo, fisiologicamente poteva variare in meno. Era la giusta quantità che in Olanda doveva arrivare. Senza perdere un attimo di tempo, dal camion prendiamo degli attrezzi e smontiamo i tubolari dalla gabbia. Al fabbro avevo chiesto specificatamente come dovevano essere i tappi, fissati in alto al tubolare, fatti in alluminio, cosi da smontarli e montarli facilmente. Ogni tubolare aveva due viti, uno sotto e una sopra sul tappo. La kimberlite pezzo per pezzo entrava dentro ai tubolari. Ogni tubolare era pieno, rimasero vuoti solo quelli della porticina dell’ingresso del leone Masai. Gli amiconi del Botswana se ne tornano a casa. Attendo sul dondolo e aspetto l’arrivo dell’inglese, del veterinario e del leone. Dovevano arrivare da lì a poco. Il Masai sarebbe stato dolcemente addormentato sul cassone di una Toyota scoperta. Mi dondolavo, ero ben coperto dal sole grazie al mio bel cappello nero che porto da decenni. Avevo i miei soliti occhiali da sole da spavento, ermetici fino a quasi a coprirti le orecchie. Senza far passare un filo d’aria. Il silenzio in quel deserto, era indescrivibile, che pace. Dondolavo lentamente, facendomi accarezzare da insetti volatili, che ti passavano accanto, cercando di non disturbarti. Erano gentili, forse un pochino poco silenziosi. Gli uomini di Duarte erano svaccati in una piccola zona d’ombra. William aveva fatto accanto alla capanna un pezzo di muratura con sopra un eternit che in Italia sarebbe cancerogena. Aveva attaccato anche un rubinetto, dove se lo azionavi usciva della magica acqua calda quanto la pisciazza di un cammello in fase di aborto. Si divertivano a bagnarsi. Guardandomi attorno cercai da dove cazzo arrivava l’acqua, sapete che sono molto curioso. Guarda l’inglesino che bravo si era fatto un pozzo. Da quel pozzo arrivava l’acqua tramite una pompa spinta da un generatore. Mah si! Era l’ora, mi slaccio i pantaloni e faccio la mia pisciatina dentro a quel pozzo. Sarebbe stato bello poi lavarsi i capelli con qualche goccia della mia bella e profumata pipi. Potrei definirla quasi biologica. Il biologico va di moda. Peccato che non posso partecipare ad un eventuale party shampoo. Che ridere. Ritorno al mio dondolo. Sento un rumore d’auto, in quel silenzio si sente lontano chilometri un veicolo in arrivo. Ecco arrivare il Re della foresta che dorme. Faccio avvicinare a pochi centimetri la Toyota al camion. Poi tutti insieme spingiamo il nostro amicone dentro la gabbia posta sul camion scoperto, per un viaggio che lo porterà nel mondo della libertà, della democrazia dei popoli, nel mondo del benessere. Che cazzo di posto stupido per un leone così bello. Ponzino dorme, e il nomignolo che diedi all’amico peloso. Chiudiamo la gabbia, ben sigillata. Nessuno si avvicinerà a quella gabbia. Lo stesso leone farà da guardia ai futuri gioielli. Salutino di circostanza, L’inglese mi liscia tutto, fa il lecchino, mi dice che è sempre disponibile per ogni lavoro. Cento mila volte gli dico Ok! Stai tranquilla so come chiamarti. Mi piazzo sopra il camion a fianco della gabbia vicino al mio amicone Ponzino, seduto su di una poltrona di fortuna, raccattata in Angola, messa come rottame. Piena di buchi di topi affetti da topite. Mi prudevano anche le chiappe su quella poltrona, non vorrei che ci fosse stato qualche acaro o pulce che avesse preso il mio culo come giocattolaio. Direzione Angola, precisamente porto di Luanda. nave merci, destinazione Porto di Amsterdam. Tranquilli Ponzino, non sarà lasciato in Olanda. Al porto entrerà per poi uscire destinazione Genova. In Olanda sarà in visita il leone. Ci penserà il signor Schuster Mallover e il suo personale a togliere da dentro i tubolari la kimberlite, un tubolare alla volta, se ne smonta uno, si svuota e si rimonta e cosi via. Come quando i certosini secoli fa raccoglievano le noccioline dalle pianticine, una alla volta. Quel giusto per non traumatizzare la povera piantina. Nel caso della gabbia, giusto da non farsi mangiare una mano da Ponzino. I tubolari venivano svuotati su delle bacinelle direttamente lì al porto, in un posto di proprietà della società del vecchietto Schuster. Nel frattempo avevo invitato il veterinario a bere in mia compagnia una birra, era giusto distrarlo, non volevo che iniziasse a fare troppe domande. Alla fine il bravo veterinario non si sarebbe accorto di nulla. Come volevasi dimostrare al controllo delle dogane nessuno avrebbe fatto domande o magari avesse avuto la splendida idea di disturbare Ponzino. Tutti ci tengono alla propria vita, per questo avevo scelto un leone a guardia dei diamanti. Non potevo affidare il carico al cane Bubù o al gatto Sissy. Tutto filava liscio. Tornati da Ponzino, il Sig. Schuster e i suoi dipendenti se ne erano già andati. Bisognava attendere il giorno seguente per ricaricare la gabbia su di un’altra nave, destinazione Italia. Dai su, dicevo tra me, mancano che poche ore e poi si salpa. Feci un giro per il porto, arrivò in fretta la sera, mi ero tolto il capello ed occhiali. Avevo ancora quel teschio legato al collo con dei lacci di scarpe. Una sistematina al mio abbigliamento da appestato patentato, confermo facevo schifo, pure con la barba lunga. Buttai la mia testa sotto un lavandino ad inzupparmi i capelli. Ci voleva gente, togliersi dalla testa le pulci, qualche pidocchio e quel sale dalla terra bianca. Non avevo voglia di compagnia, avevo detto al veterinario che avevo un appuntamento. Giusto per non portarmelo dietro, volevo starmene da solo. Appena fuori dal porto ci sono dei locali dove poter mangiare qualcosa che sia occidentale. Una birra, una seconda birra, una terza e aspettare l’alba. Finire di dormire su di una sedia, come sempre del resto. Avevo fatto l’abitudine a dormire nei posti più disparati, sedia, pavimento, poltrona, tavolo. Anche la mia donna a casa qualche volta mi vedeva alla mattina buttato in terra a dormire. Non aveva tutti i torti, a dire. “Scusa c’è il letto a pochi metri.” Ha ragione ma dovete capire che a volte si, vai sul letto, su di un comodo materasso, che quando ti appoggi per la lunga dici “Sto godendo.” Ma poi dopo 10 minuti devi alzarti. Ti manca quel qualcosa, allora ti metti sul divano, o magari sulla sedia, o magari la prima cosa che vedi. E sprofondi nel sonno più lungo che neanche le viscere dell’inferno conoscono. Aveva capito il locandiere che stavo dormendo da Dio, non mi disturbò, solo alla mattina mi piazzò sul tavolo una tazza di caffè fumante. Era pisciazza americana, protesto, gli indico con le dita, piccolo coffè. Lui sorride e dice italiano. Rispondo “Yes.” Ecco arrivarmi un micro caffè. Cazzo!!! Mai una via di mezzo, o tanto o troppo poco. Sembrava lo sciroppo per la tosse, sapete quello che si mette nel cucchiaio o nel suo tappino. Quello era il caffè che intendeva il coglione. Anche se a dir la verità ho il vizio di bere quando capita in alcuni casi se ne avessi bisogno lo sciroppo a canna, come quando bevo l’acqua tutta a canna. Anche quando bacio lo faccio a canna. Si parte alla mattina per l’Italia, destinazione Genova, il porto dove arriva tutta la merda del mondo. Container da ogni parte del mondo, dove nessuno sa cosa ci sia all’interno di molti container. Meglio che sto zitto. Parlo a Ponzino gli dico che c’è la sua nuova casa, di non far caso agli italiani. Brutta razza ma amano gli animali meglio di loro stessi. Porca paletta e tutto il viaggio che parlavo al leone, credo che non mi sopportasse più. Continuava a sbadigliare, avrà pensato da che imbecille si era fatto accompagnare. Al porto c’era il camion del circo, era venuto a prendersi Ponzino. Prendo la mia borsa, dove tengo quattro vestiti in croce, il minimo indispensabile e me ne torno a casa. Avevo finito il mio lavoro, soddisfatto come un bambino quando fa bene l’esame di quinta elementare. In tasca mi sono lasciato un pezzo di kimberlite. L’ho scelto in quella capanna, quando controllavo pietra su pietra e ne presi una. E categorico sempre, dove vado devo portarmi via un souvenir. A Milano poi la feci lavorare da uno specialista, chiedendogli cosa volevo. Ne e uscito qualcosa di un violetto luccicante e guardando bene quella pietra preziosa da vicino, fece un capolavoro, era ciò che volevo. Ci assomigliava si, a quello che avevo pensato nel momento che l’avevo scelta. La pietra la tengo sulla mia scrivania come souvenir. Qualcuno mi chiese cosa fosse quella pietra. Gli risposi “Il calco di una patata femminile.” In un primo momento rimangono sorpresi ma poi, chiunque dice “Accidenti e vero.” Succede sempre questo alle menti delle persone, gli dai un input e loro elaborano nella testa, come se si illuminassero. Dopo aver lasciato Ponzino tornai a Milano, ad aspettarmi c’era l’allora compagna, che ha avuto il coraggio di dirmi; “Quanto puzzi ma dove sei stato per tutto questo tempo.” Sono forse queste le ragioni per cui tutte le mie relazioni sono durate poco. Le troppe domande, e le poche risposte. Come diceva il professor Kruge; “Non sempre una domanda ha la sua risposta ma quasi sempre una risposta ha la sua domanda.”

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