Il Dipinto di Dubai…

Buonasera signori, siete pronti per ascoltare una storia avvenuta alcuni anni fa? Avete cenato, avete messo a letto i pargoletti, avete dato da mangiare ai vostri amici a quattro zampe? Ora
mettetevi sdraiati, su qualche sdraio, poltrona. Io preferisco l’amaca per dondolarmi. Vi consiglio un goccetto di qualcosa di forte, molto forte, io ho il mio armagnac. Chiudete la luce, si forse e meglio chiudere anche la porta di casa vostra, mi raccomando usate sempre le giuste precauzioni. Allora, siete pronti? La storia di stasera è particolare, spero che sarà lunga ma così lunga da essere infinita così non la finirete di leggere, meglio perché quello che scoprirete non sarà di vostro gradimento. Sono obbligato a scriverla perché una promessa è una promessa e ci tengo alle promesse. Sono un maledetto scaramantico e quindi se non mantengo le promesse i due fratelli, quello del piano di sopra e quello del piano di sopra verranno dinanzi alla mia porta a chieder conto del mio operato sulla terra. Perdonatemi a tutti coloro che penseranno male del sottoscritto ma sapete la mia vita e un mix di dubbi e avventure al limite della follia. Per questo sono sempre stato lasciato dalle donne che ho amato perché alla fine si rendevano conto che ero un tipo poco raccomandabile, maledetto. Chiedo perdono a coloro che senza volerlo ho ferito, ho chiesto in prestito anche la loro vita, ho usato la mia arte per trasformare i folletti in santi e umili disgraziati in angeli senza ali ma con il loro semplice cuore che solo portato dal vento lo trasformano in un piccolo e dorato sogno. Vi chiedo scusa. Sono stato troppo lungo. Bada alle ciance, pronti! Conto alla rovescia…198…197…196..ehehe scusate stavo scherzando…3…2…1 via! 
Si erano i primi anni 2000, Dubai era in fermento, stava nascendo il luogo del lusso e della bellezza per abbellire i luoghi di soggiorno di facoltosi uomini d’affari. Ce ne era uno in particolare, uno definito “Faccendiere.” Nella massoneria il faccendiere e colui che sa i cazzi di tutti ma nessun sa i suoi e quindi si muove su vari piani della società risolvendo problematiche di tutti, facendo molta attenzione ai suoi profitti personali. I primi anni 2000 subito dopo la caduta del muro di Berlino aveva trovato un nuovo scopo di lavoro il faccendiere. Nel mondo sono circa il 2% della popolazione mondiale. Prima il lavoro riguardava gli accordi tra il mondo dei belli quello dell’Ovest e il mondo dei brutti quello dell’Est. Andiamo al sodo della storia vi sto annoiando con i preamboli. Dicevamo era Dubai, ultimo piano di uno dei primi grattacieli costruiti. Una superficie di 400 mq tra l’attico e il piano inferiore. Una piccola reggia di un faccendiere di origine Uzbeka. Alla sua dimora un giorno di quel marzo del 2000 giunge un petroliere katariota. Uno dei cosiddetti sceicchi al giorno d’oggi definiti anche signori della guerra, grandi compratori di armi e compratori di mercenari per aprire conflitti in giro per il pianeta Terra per il gusto di fare qualcosa sul nostro mondo già martoriato. Le guerre spostano quattrini, la guerra porta profitti, soprattutto nei paesi dei belli,quelli dell’Ovest del mondo. Tra cui l’Italia, il primo paese al mondo a vendere armi ai signori della guerra sparsi nel mondo. Andiamo al dunque, in casa del faccendiere viene a fargli visita questo sceicco katariota. Visita accompagnata da alcuni accordi da prendere per quanto riguarda la vendita di milioni di barili di Oro Nero (petrolio) al mercato nero ma lo sguardo del katariota finisce su di un dipinto meraviglioso sul’enorme salone dell’attico del faccendiere, illuminato da una luna splendente che filtrava da gigantesche vetrate dove si intravedeva anche un cielo stellato da far paura. Sublime l’incanto del katariota e improvvisamente i loro discorsi si spostano dal nero del petrolio alla bellezza di quel dipinto di un pittore famoso moderno. Il katariota vuole quel dipinto, e disposto a spendere qualsiasi cifra per avere qualcosa che lo porti ad avere un orgasmo mentale. Il faccendiere non cede, non vuole venderlo. Quel salone senza quel dipinto finisce per dare un senso di vuoto al sogno del faccendiere. Vi garantisco che e diverso vederlo in foto che vederlo dal vivo, credetemi. Il katariota torna nel suo Qatar con un sogno nel cuore, avere quel dipinto, lui che ha sempre ottenuto tutto, questa volta non riesce ad ottenere qualcosa che vale molto più di una vita o di una schiava. Non fa in tempo a tornare a Doha che dal suo mezzo lungo e blindato telefona ad un altro faccendiere (uno molto vicino al Vaticano) e gli racconta tutta la storia del dipinto e del rifiuto avuto. Il faccendiere dall’altra parte del telefono gli consiglia di informarsi da un’azienda di consulenza di import ed export con sede in Italia, Lombardia. Di esporgli la problematica del problema e farsi consigliare un modo migliore per prendere possesso del suo desiderio. D’incanto all’azienda di consulenza si presenta questo cliente di altissimo livello, uno dei tanti e innumerevoli sceicchi petrolieri. Fissano un primo incontro a Milano, era un pomeriggio inoltrato, stavo per andarmene. Avevo messo tutto in ordine, la mia scrivania vuota, era oltretutto un venerdì e avevo pure un aperitivo con una tipa conosciuta poche ore prima a pranzo al bar di sotto. Fu un incontro casuale, dovuto ad uno scontro di vassoi, mi è caduto un piatto di ravioli al burro e salvia in terra. Continuava a scusarsi, in quel caso gli dissi che c’era un modo per scusarsi. Fare un aperitivo con il sottoscritto alla sera. Accettò senza troppi fronzoli. Ci avevamo dato appuntamento per le 18.00. Quel venerdì erano le 17.30, stavo preparandomi per andare fuori dalle balle, di colpo mi suona il telefono sulla scrivania. “Chi cavolaccio sarà?”mi domandai. I capi del piano di sopra, mi volevano in sala riunione. Salgo e inizia una riunione con questo famigerato katariota, per essere precisi un legale in rappresentanza del katariota. I capi mi obbligano a partecipare alla riunione, chiamo con il telefono della sala riunioni la segretaria tutto fare, una santa donna. Le dico di correre subito di sopra. Aprì di poco la porta della sala riunione e vedo che corre con quei tacchi, pensavo azz, se inciampa si ammazza. E a bassa voce gli dico di andare al bar di sotto e di cercare una donna con i capelli castani lunghi fino alle spalle, vestita con un pantalone verde scuro e una camicetta nera con scarpe con tacchi, e dirgli di non aspettarlo per stasera ma domattina per un caffè sempre al solito bar. Lei corre con quei cazzo di tacchi dondolando il culetto e la gonnellina che sembrava la vela in burrasca nei mari dell’oceano pacifico, di pacifico della segretaria era il culetto. Passano una ventina di minuti, torna, bussa alla porta, dico ai presenti;
“Scusate sarà per me.”Mi alzo apro di poco la porta ed esco e richiudo la porta. La segretaria poveretta era disperata, non c’era nessuna donna castana, con pantaloni verdi e camicetta nera con tacchi. Gli ho ripetuto, sei sicura, hai guardato dappertutto, sai che poteva essere anche in bagno. Lei come è stata addestrata, pure nei bagni ha controllato. Di questa tipa neanche l’ombra. Oltretutto non sapevo neanche il nome. Le dico alla segretaria di poter andare a casa, per oggi aveva finito come sempre la sua giornata di lavoro alla grande. Mi sorride con il fiatone, poveretta, e mi saluta, e le dico un’ultima cosa;
“Non correre ora per andare a casa, tranquilla.”
La riunione si conclude a sera inoltrata, con il piano per accontentare il cliente, quel giorno rappresentato da un legale. Il mese dopo partenza per Doha, finalmente a far visita al katariota, desideroso del dipinto del faccendiere uzbeko.
Doha in un harem immenso che solo a girarlo tutto avevi bisogno del navigatore satellitare, Vi sareste persi. Ecco che uno strano mediatore, uscito da quella riunione di Milano il mese precedente giunge a Doha, tra giardini fioriti da profumi estasianti e di suadenti bellezze. Gira su questo giardino immenso a sentire la sofferenza di quell’uomo potente per poter entrare in possesso del più bel dipinto che i suoi occhi avevano visto fino ad allora. Qui entra in scena lo spirito di osservazione del mediatore, sentire lo stato d’animo riflesso nelle parole dello sceicco. In quel caso ti guardi attorno, e capisci che e disposto a spendere qualsiasi cifra. La cifra sparata era immensa, non posso dirvi la cifra per questione di privacy ma credetemi, la cifra era immensa. L’accordo riguardava il 10% della cifra pattuita subito alla firma del contratto, il resto 80% un giorno prima della consegna del dipinto e il resto 10% alla consegna del dipinto. Alla presenza di un esperto per verificare la veridicità del dipinto. Di solito in questi lavori solo al 1% dei casi il dipinto in origine è un falso. Un caso molto raro. Lo sceicco firmò tutto il contratto, varie firme poste ad ogni voce e senza la caparra del 10% di tutta la somma pattuita non si sarebbe iniziato. Ecco, pronti, la caparra era già su di un conto in Svizzera. Si poteva iniziare l’opera. Cosa consisteva questo lavoro? Consisteva nella sostituzione del dipinto da una copia identica creata da un pittore. Il compratore c’era, il pittore copiatore pure, anche il venditore o meglio dire il prestatore del dipinto c’era, ovviamente a sua insaputa. Parlo di prestito e non di furto. Dalle mie parti si dice “Un prestito.” Poi forse un domani ti renderò il prestito, si…forse, come si dice. ”Pietro torna indietro” Il piano era semplice, molto più semplice di quello che si pensi. Prima ricognizione a Dubai. Vestito nei panni del mediatore d’arte vado a far visita al faccendiere uzbeko. Sapevo che non mi avrebbe venduto il quadro ma la mia era una finta per poter conoscere la planimetria dell’attico e del piano inferiore, vedere il dipinto, posizionamento dello stesso, probabili telecamere, probabili microfoni, probabili allarmi. Mi riceve e mi presento come un antiquario italiano in rappresentanza dello sceicco katariota. Desidero visionare il dipinto e valutare la possibilità di offrire un’ultima offerta all’acquisizione. Ero elegantissimo, pantaloni blu camicia bianca e giacca blu, abbottonata come se fossi uscito da un negozio di confetti colorati, ero molto bello, me lo dicevo guardandomi allo specchio. Occhialini da professore, molto piccoli e sottili che tenevo appoggiati sulla punta del naso. Scarpe marroncini da dare un pugno sullo stomaco agli allergici e ai daltonici. Capelli corti con una tonnellata di gel da luccicare pure gli occhi di un gattino che solo a guardarmi gli era venuto la cataratta. La domestica che si sforzava a non ridere. Avevo un modo di parlare da balbuziente da far sorridere pure l’ingenuo faccendiere. Nella mia cravatta dal color blu anch’essa, in centro c’era un buchino dove c’era una piccola macchina fotografica blu, di quelle che si usano a livello militare. Attaccata con ago e filo e posizionata bene per fotografare tutto. Bastava che avvicinavo la mano sulla cravatta e scattava foto silenziose. Sul taschino della giacca oltre ad aver un fazzolettino bianco avevo anche una penna anch’essa una piccola macchina fotografica incorporata, molto particolare, perchè era a caccia di apparecchi tecnologici. Mentre quella sulla cravatta faceva foto a colori, la penna le faceva in bianco e nero ma solo nei punti dove segnalava presenza di microfoni e telecamere. Alla fine con la testa imbrattata di gel viscido e nauseante d’accapponare la pelle decido di andarmene ma prima lancio l’ultima frase, in stile balbuziente; ”Bene la mia visita e stata inutile, me ne vado.” ci ho messo un paio di minuti a dire quelle quattro parole. Provocando un po’ di illarità ma era il l’intento di creare allegria dentro ad un colpo meraviglioso. Illusione e magia, di chi osserva la luna senza guardare il dito. Un piccolo gioco di prestigio. Il falso balbuziente aveva ottenuto tutte le risposte che voleva. Il dipinto fu commissionato a un ottimo pittore di fotocopie, un piccolo genio. Ci mise un paio di mesi, stesse misure dell’originale, doveva essere identico. Bisognava solo staccare la cornice, e sostituire la copia con l’originale. La settimana dell’operazione entra in scena la Giada, la donna che farebbe alzare anche i rametti secchi, la definisco “Il Viagra in gonnella.” Al faccendiere piacciono le donne e le rimorchia sempre al casinò, da notare che cerca more e con vestiti stravaganti. Sapevamo tutto del nostro amicone. Giada al casinò si presenta con gonna corta leopardata, parrucca con capelli lisci e lunghi, camicetta bianca trasparente con due monti sibillini che tendono ad uscire dalle loro montagne, con due fari sporgenti da illuminare lo scenario. Rossetto rosso che sembra un antiruggine, unghie lunghe e affilate che ci vorrebbe il porto d’armi, colorate in stile leopardate. Andatura da mare mosso forza quattro, con chiappettamento tendente sia a destra che a sinistra. Il faccendiere ci mette pochi secondi a notarla. Caduto in trappola il nostro amicone, questa volta ero io a ridere poco distante lì al casinò, mentre mi gustavo la scena del rimorchiamento. Il travestimento da balbuziente l’avevo lasciato a Milano. Quel giorno ero a Dubai come turista anch’io. Avevo preso una camera nello stesso grattacielo del faccendiere ma al piano inferiore, per essere precisi al primo piano. Di solito ai piani alti ci sono i padroni e il populino al piano di sotto. Ero vestito da texano, capelli lunghi grazie ad una parrucca, baffi finti, occhialoni giganti vintage affumicati che sembravano arrostiti alla brace. Gilè marroncino con delle decorazioni sulla schiena, un orologio da taschino con la catena pendente che sembra quelle che si tirano nel cesso. Jeans attillati e stivaletti da fru fru. Avevo lasciato a Milano il mio portafortuna che porto al collo il teschio in osso, al suo posto una collana con una croce, tra le dita un anello che sembrava uno di quegli ossi che si gettano ai cani per farli giocare, pesava una tonnellata. Chissà il canto di dolore del mio dito ma come potete immaginare l’operetta al teatro doveva proseguire. Il dipinto falso lo avevo portato dentro una custodia da chitarra. Inserito all’interno della chitarra. La chitarra era divisa in due punti ma fissata a vite sul dietro, giusto per aprirla e tirare fuori il dipinto senza rovinarlo anche perchè doveva entrarci poi quello vero. Sembravo un Hippy strambo, un figlio dei fiori catapultato 40 anni dopo da un viaggio nel tempo. Davo nell’occhio io ma non la chitarra. Rubavo la scena con i miei modi e con lo stuzzicadenti sempre in bocca e il vizio di sputare dappertutto. Parlavo con una voce rauca quasi da malato infettivo, una parlata da deficiente in stile americano slang. Era ciò che volevo, guardare la luna e non il dito, per tenere a riparo la chitarra che portavo a tracollo. Dentro ci sarebbe stato un dono di un valore immenso. Scatta il secondo atto dell’operetta, il faccendiere abborda come nei piani la Giada leopardata. Lei è esperta, sa farla annusare la patata senza darla, decidendo poi lei quando dartela. Ottimo, vanno su all’attico, tutto sta funzionando alla perfezione. Gli accordi con la Giada erano che alle 03.00 preciso mi sarei trovato davanti la porta dell’attico con tutta l’attrezzatura. Sono le 02.58, esco dalla mia camera, prendo l’ascensore e mi fermo tre piani prima dell’attico, salgo a piedi le scale interne. Non ce nessuno nei paraggi ed e importante che non ci sia nessuno. Apro la porta che entra sul pianerottolo. Guardo cautamente, nessuno. Le telecamere esterne sono state precedentemente neutralizzate dalla Giada che in borsetta teneva un bellissimo dispositivo elettronico che fa andare in crash i segnali radio, eventuali microfoni e dispositivi video. Quelli erano posizionati in tutta la casa di cui tre nel salone, appoggiati accanto a tre libri, in tre posti differenti. L’altro accanto alla finestra con vista sulla poltrona, telecamera fissata sulla copertina del libro di Philip Jose Farmer dal titolo “Fabbricante di Universi” la terza telecamera era posizionata di fronte al dipinto, c’era una parete che divideva due ingressi, uno in bagno e l’altro in una camera. In quella piccola parete c’era una mensola con alcune piccole scatole in legno e da notare che il faccendiere aveva messo un solo libro appoggiato di sbiego su di una scatolina e sulla copertina una telecamera. Il libro era di Alan Dean Forster con il titolo “Il Mistero del Krang.” Alcuni minuti prima il faccendiere era già nel mondo dei sogni. La Giada aveva mescolato nel bicchiere un po’ di Rohypnol, un potente sonnifero composto da Benziodiazepine. Uno dei più potenti al mondo, fa effetto in pochi minuti. Alle 03.00 si apre la porta. Entro e appoggio la borsa sul tavolino nel salone, poi penso all’ultimo ostacolo, alla domestica che stazionava al piano inferiore, dormiva nella sua cameretta. Era meglio mettere anche lei nel mondo dei sogni per evitare gravi problematiche da mandare tutto a fanculo. Dalla mia borsa prendo una mascherina e mi copro il viso, prendo un po’ di cotone e la boccetta con il cloroformio. Sul cotone metto qualche goccia. Scendo al piano di sotto e con estrema cautela entro nella cameretta della governante e senza il minimo rumore mentre lei dorme le copro il naso con il cotone, dolcemente e delicatamente. Il tempo giusto per far si che il naso respiri il cloroformio. Ecco conto i secondi, bastano 20 secondi, le muovo il viso. Dorme come un angioletto, le alzo il braccio e lo faccio cadere sul letto. Dorme, non sente niente. Ottimo. Esco dalla camera chiudo la porta e salgo al piano superiore. Porto sempre i guanti, non devo toccare niente con la mia pelle per eventuali tracce di Dna. Quindi sono coperto con la mascherina in viso. Parte l’ultima parte dell’operetta, Stacco il dipinto dalla parete lo appoggio al tavolino, mi inginocchio a terra e inizio lo smontaggio con molta cautela, ho al massimo un ora di tempo. La Giada seduta sulla poltrona, gambe accavallate e con una sigaretta in mano osserva senza dire neanche una parola. Il silenzio e una piccola torcia invadono quel salone dell’ultimo piano di un grattacielo di Dubai. Fuori la luna splendente che fa una luce quel tanto da rendere migliore il lavoro. Più facile del previsto. Appoggio il dipinto vero sul pavimento e preparo l’introduzione del falso all’interno della cornice. Lo riattacco alla parete con la sua cornice. Prendo il vero e lo rotolo delicatamente, sufficientemente da inserirlo all’interno della chitarra. Chiudo la parte davanti della chitarra camuffata così bene che al suo interno non si vede. C’è una riproduzione del finto buco che sta all’interno della chitarra, dove c’è la cosiddetta paletta. Finito, ora ho bisogno di un goccio di whisky, mi riempio un pochino nel bicchiere. Ne bevo quel giusto da sentirmi bene, senza mai appoggiare le labbra sul bicchiere, lo faccio scendere nella gola, una goccia alla volta. Guardo per l’unica volta la Giada e gli faccio capire a gesti di lavare il bicchiere lei che lo può toccare e rimetterlo al suo posto. Vedere la leopardata che mi alza il dito medio mi eccita. Quando mi alza il dito medio l’adoro. La saluto dandogli un bacio finto, del resto in tutto quel tempo non ci siamo mai parlati e ne guardati, eravamo come un due robot che sapevano tutto per filo e per segno cosa si doveva fare. Apro con cautela la porta d’uscita, non ce nessuno, alle 3.50 esco dall’attico. Torno nel mio appartamento, preparo la partenza. Ho il dipinto vero, ora si prende un taxi per andare a Doha in Qatar. 700 km di Taxi. Meglio via strada che aereo, si evitano controlli all’aeroporto. Giunti a Doha metto al sicuro la chitarra alla banca svizzera. Depositata ad un nome fittizio “Ernesto La Noce.” Giunto alla villa dello sceicco c’è il compratore felice, confermo che c’è il dipinto. Parte il bonifico del 80% alla banca di Zurigo. C’è solo d’aspettare che tutto vada in porto. Nel frattempo gli consiglio di procurarsi un falegname per la cornice e un esperto di quadri per valutare se è realmente un autentico, il dipinto lo avrei portato il giorno dopo. La Giada la mattina seguente si sveglia tra le braccia del faccendiere, coccolandolo di baci per avergli fatto passare una notte di puro stato scopereccio mai avvenuto. Il dipinto e lì sulla parete, identico all’originale. A Doha mi rimetto in sesto, mi vesto normalmente, tiro via parrucche, baffi, occhialoni. Si sono un’altra persona, sono Ernesto La Noce di Formia appassionato di golf. La mattina e tutto pronto, riparto per Doha, altri 700 km. Ritiro alla banca da una parte a tracollo la chitarra, dall’altro le mazze da golf, così mi presento alla villa del petroliere. Le mazze? Più che altro da utilizzare in caso che qualche intelligentone pensasse di portarmi via la chitarra, meno prevenire che curare. Dopo un paio d’ore passa il verdetto, il dipinto è autentico. Lo sceicco katariota è felice, gli ha fatto pure una stanza solo per quel dipinto, dice che quando si sente solo si rinchiude in quella stanza e sogna. Io sorrido e mi compiaccio con lui, del resto me ne può fregar di meno del suo sogno del cazzo. A me interessa andarmene via, i soldi sono già in Svizzera. Voglio tornarmene a Milano, a mangiarmi il mio piatto di pesce al solito ristorante del cazzo, lì in fondo alla sala. In quel ristorante vado quando voglio abbuffarmi di pesce. Mi faccio portare una teglia di spaghetti allo scoglio fumanti, dove dentro c’è l’Ira di Dio e di suo fratello il Demonio. La teglia e coperta in cima da un coperchio fatto di pasta di pizza fatta a forno a legna. Quando ti si presenta sul tavolo, prendi un coltello e tagli il coperchio, ed ecco uscire gli spaghetti che gridano “Aiuto” Quel giorno del dopo Dubai era ad aspettarmi la Giada seduta al solito tavolo, lì in fondo alla sala, un angolino nascosto. C’era pure il nostro grande capo, il legale e il pittore mago. Qualche volta vado a mangiare in quel ristorante, volendo potete trovarmi lì, non so quando, dipende. Vi do l’indirizzo Viale Monza al numero 51, c’è lì un ristorante. Non sto scherzando, potete trovarmi lì, non abbiate paura ad avvicinarvi e chiedermi se sono io, male che vada vi mando a fanculo. E poi un vaffanculo oggi o domani cosa cambia? Vi farò un autografo, non vi garantisco che sia il mio vero autografo, di solito metto anche una X oppure firmo con un altro nome. Ah dimenticavo, volevate sapere come finì l’appuntamento con l’aperitivo e la tipa che mi gettò i ravioli in terra? La mattina seguente della riunione andai al bar, di solito non faccio li la colazione a me piace girare tanti bar, Milano e piena di varietà di tipi di bar, cappuccini e briosce. Quella mattina mi sento toccare la spalla, era una con i capelli ramati. “Sei stronzo, ti ho aspettato per 30 minuti e neanche avvisare.” Cazzo! La guardo e scoppio a ridere. A pranzo aveva i capelli castani alla sera ramati, oltretutto poi mi dice che si era anche cambiata, con una gonnellina corta. Lo credo che la povera segretaria girò come una matta il bar e non vide quella che gli descrissi. Ste donne, decidono in breve tempo di farsi il colore ai capelli, passare a cambiarsi e poi hanno il coraggio a darti dello stronzo.

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