Il Preside Ubriaco…

Luglio che mese, secondo me è il mese peggiore dell’anno. Va bè che senso ha ora parlare di luglio, piuttosto volevo scrivere una storia, perché l’altro giorno un mio collega nella pausa caffè mi dice la novità che i viaggi suoi verso Baku sono finiti. Già! lui sarà andato una decina di volte a Baku, capitale del Azerbaigian. Nazione in grande fase di ascesa grazie al petrolio. Bè gli dico, che vuoi che ti dica, anch’io tempo fa ho finito i miei verso la Bielorussia. Partivo da Milano, stavo un quattro/cinque giorni e tornavo a Milano. Era diventata un po’ la mia seconda casa la Bielorussia. La cosa interessante è che era diventata la mia meta di lavoro. Quando si doveva andare a Minsk ecco, venivo mandato io, sempre con la solita motivazione;
“La conosci. Non hai figli, puoi prenderti qualche radiazione dalla centrale di Chernobyl.” Una storia lunga, a spiegare tutto e molto complicato. Partiamo dall’inizio, I primi viaggi in Bielorussia era per la costruzione di una scuola per bambini delle elementari. Un anonimo donatore italiano ha voluto finanziare di tasca sua la costruzione di una scuola. Questo donatore si era affidata ad una società di consulenza che si occupasse lei di tutto. Sapete che i soldi in mano sbagliate finiscono in operazioni sbagliate, ci sono alcuni magna e magna. Il desiderio di questo anonimo donatore era di costruire una scuola per i bambini della popolazione colpita dalla centrale nucleare di Chernobyl. I villaggi vicino ai confini dell’Ucraina. Quella è l’area dove molti anni ci fu il disastro. In questa lunga riunione dove si affidano i lavori, il mio nome è scelto per la Bielorussia. Non avevo nulla in contrario, anzi, conosco un po’ il russo, non è poi così tanto lontano da Milano e poi la Bielorussia e un posto tranquillo, tutta campagna e vegetazione. Feci un viaggio ogni tre mesi in Bielorussia, fino alla fine dei lavori della scuola. Il primo viaggio fu concentrato non sui villaggi ma a Minsk, questo durò di più, dovetti stare due settimane. Per le questione burocratiche, il governo Bielorusso di Lukashenko non aveva nulla in contrario ma bisognava preparare il tutto per bene. Ebbi un permesso diplomatico del ministero bielorusso per potermi muovere. A Minsk in quindici giorni fu scelto architetto, geometra e azienda costruttrice del luogo. In Italia per costruire una scuola ci metterebbero anni. In Bielorussia in quindici giorni, con tutti permessi e accordi e i primi finanziamenti. Dopo tre mesi, ritorno in Bielorussia ma non rimango più a Minsk, la capitale, rimango una sola notte per poi il mattino seguente farmi portare ai villaggi, dove ci sarà la scuola nuova. Da Minsk verso sud sul confine con l’Ucraina ai villaggi ci sono circa 500 km. Che noia percorrere sul sedile posteriore di un taxi 500 km di strada sempre diritta con solo campi agricoli e asfalto, asfalto e campi agricoli. Da precisare che sulla zona sinistra della carreggiata c’era all’andata cartelli con il teschio che segnalavano morte in caso di passaggio, ossia la zona contaminata dalle radiazioni dopo lo scoppio della centrale. Sulla carreggiata destra nessun cartello quindi zona pulita. Al ritorno era l’inverso. A volte penso che differenza fa 10 metri tra una zona e un’altra. Penso che le radiazioni siano anche sulla zona destra. Tutte stronzate la farsa dei cartelli. Per fortuna che durante i 500 km avevo il tablet dove scrivevo i miei libri. Il tempo passava su questo taxi con il silenzio del guidatore ed io seduto dietro con le cuffie a scrivere mentre ascoltavo musica. Quando arrivavo nei villaggi stavo li qualche giorno, non potevo tornare a Minsk. Venivo ospitato a turno dagli abitanti del villaggio. I primi furono i coniugi Krislenko, con i loro due figli gemelli. Bella famigliola, mi trattarono come un Re, pensavano che provenissi da Marte. Sarà che per loro ero l’uomo della scuola nuova, il forestiero che veniva da un’altro mondo. Il secondo giorno dai coniugi di origine armena. Ho notato che in Bielorussia molti sono di origine armena. Sono stato trattato e coccolato molto bene. Una marea di cibo mi veniva preparato, puttana Eva, volevano strafogarmi del loro cibo. I Krislenko la prima sera per cena coprirono l’intero tavolo di ogni. In Russia hanno l’abitudine di mettere le pietanze tutte sul tavolo. Esempio, le patate in un piatto, il riso nell’altro, il dolce nell’altro, la pasta in un altro, il pollo in un altro, la frutta in un altro. Una confusione pazzesca. Li vedevi che mangiavano una patata e poi un pezzo di dolce, poi una banana e poi una forchettata di macaron. I macaron per i russi e la pasta. Ma è immangiabile la pasta, perché loro non mettono il sugo normale, usano il ketchup per dargli colore ai macaron. Immaginatevi che sapore del cazzo. Prendevo la forchetta e un solo macaron, uno solo, sapete ci tenevo a non far brutta figura. Con il bambino seduto vicino a me, prendeva con le sue mani le patate e me le metteva sul piatto. Ed io in italiano “Senti te, mostricciatolo, non sono un piccione, ci penso io a servirmi, grazie caro.” E poi a bere Vodka a volontà, Dio santo quanto ho bevuto. Non potevo rifiutare se no si offendevano, allora mi facevo vedere generoso, prendevo una forchettata di ogni e la davo da mangiare ai loro figli. Poi spiegavo ai genitori che in Italia si usa prima imboccare i bambini e poi gli adulti. Loro meravigliati, lo avrebbero raccontato agli altri abitanti del villaggio. Questo mi serviva di non ingozzarmi e non rifiutare per evitare che si offendessero. Arrivavo a sera ciucco, poi si mettevano tutti gli abitanti del villaggio nella piazzola, accendevano un fuoco e si mettevano a cantare e ballare canti russi. La costruzione della scuola andava bene, bellissima, tutte le aule di colore diverso, era un arcobaleno. Facevo le foto da mostrare all’anonimo donatore italiano poi quando tornavo a Milano. Ne era entusiasta di come era bella. Questa era la mia vita in Bielorussia. L’ultimo viaggio fu a lavori ultimati, altri 500 km di taxi, altre cuffie alle orecchie, e il solito tablet con il mio libro da ultimare. Inaugurazione, taglio del nastro, con il preside della scuola nuova, un vecchietto che si presentò all’inaugurazione con la cravatta al contrario e con l’alito che puzzava di vodka, mezzo ciucco, che stava in piedi per miracolo, gli sistemai la cravatta, feci portare una sedia, non era corretto che all’inaugurazione il preside svenisse in terra, cazzo che ridere. Misi il preside seduto come un soprammobile e si iniziò poi la festa. La cosa divertente che fecero cantare ai bambini in corretto italiano oltretutto a memoria la canzone, l’Italiano di Toto Cutugno. Che ridere, facevo fatica a trattenermi dal non ridere. Dai non era corretto, io che ridevo e il preside seduto vicino a me che stava per sbarellare dalla sedia. Feci molte fotografie, più di un centinaio. Il donatore anonimo desiderava vedere il tutto finito. Finito il compito tornai a Minsk, la mattina dopo dovevo prendere l’aereo per Milano. Avevo un’aria di compiacimento, vedere la felicità nei volti dei bambini e soprattutto dei genitori mi dava sul mio volto un piccolo sorriso che aumentava solo al pensiero del goffo preside. A parte della poca sobrietà, il preside vecchietto era una brava persona, aveva il difetto di bere troppo. L’ultima sera stavo nel mio albergo di Minsk in stile anni 70, con moquette sul pavimento, tendaggi a fiori e pareti in tappezzeria, quel odore di sigarette impregnato su tutto. Apro la finestra vedo la piazza del centro di Minsk, già in prima serata già vuota, era ottobre, già il primo freddo, la temperatura bassa. L’omino alla reception il proprietario dell’albergo ogni volta che venivo mi tirava fuori la lista delle donzelle per una notte in compagnia. La lista parlava di bionda o rossa, oppure nera, con i capelli lunghi o magari coi capelli corti. Ogni volta gli dicevo che non mi interessava. Solo all’ultimo mio viaggio ci avrei pensato alla lista della donzella di compagnia per una notte, fino a quando la scuola non sarà pronta, niente distrazioni. Poi all’ultima sera mi rifiutai di prendere la lista. Non avevo voglia di sesso, ero troppo contento di quello che avevo visto quel giorno nel mio ultimo giorno in Bielorussia anche se poi sarei tornato mesi dopo per un altro lavoro. Appunto tornai mesi dopo ancora in Bielorussia, non per il villaggio ma per un’altra faccenda, totalmente diversa. La motivazione per mandarmi in Bielorussia era sempre la stessa. “Te la conosci la Bielorussia, vai tu, e poi non hai figli, puoi prenderti qualche radiazioni.” Difatti era la mia seconda casa, tutto sommato anchio facevo parte di quel mondo dimenticato da Dio, fatto di vegetazione, campi agricoli, villaggi sperduti, dove ci sono gatti e cani in quantità industriale liberi di circolare, dove vedi bambini che giocano con pistole giocattolo, bamboline o palloni, senza telefoni o computer, e cartelli con il teschio stampato ben visibile, “Pericolo di morte.”

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