Le Tre P.M.B (4°Parte)

Siamo alla quarta parte. Vi consiglio di sedervi. Il successo della Gina Haspel, premiata diventando poi una super consigliera di Donald Trump. E diventata la prima donna a capo della CIA. Incredibile! E la dimostrazione che la meritocrazia paga sempre, sia tu abbia i pantaloni che la gonna. La Gina ha sconfitto AlQaeda in breve tempo, attuando una politica di ferro. La criminalità va sconfitta con la forza, non puoi combatterla solo con le manette, il processino, l’avvocatino, i tempi si allungano. Il tempo logora, logora le anime, figuriamoci gli uomini. Alla Haspel nella disperazione di dover barcollare nel buio gli dissero “Risolvi tu questo casino.” Nata nel 1956 del 1 Ottobre ad Ashland. Prende la laurea da giornalismo e lingue. Nel 1980 inizia a lavorare da bibliotecaria e viene vista da un certo Angleton. Ne vede un potenziale e le consiglia di entrare nella CIA. Nel 1985 è assunta dalla CIA come traduttrice di rapporti provenienti da ogni parte del mondo. Il suo primo lavoro fu per caso, era l’unico disponibile per un viaggio in Etiopia. Doveva risolvere un problema. Fece di testa sua con un grande successo. Nel 1989 viene mandata come capo coordinatrice in Eurasia, con sede Turchia e Bulgaria. Subito dopo la caduta del muro. Si eleva con il passare del tempo, fin dai primi esami si nota in lei grandi capacità d’intelligenza. Decisionista, in tutto Ecco che gli danno una promozione e diventa capo di una Task Force per combattere AlQaeda. Ad’oggi lei diventata collaboratrice strettissima di Donald Trump ma anche sulla sua testa c’è un mandato di arresto emesso dal tribunale sui diritti umani. Il mondo del resto gira al contrario, lei che sconfigge il demonio di AlQaeda entra sotto processo. Perché secondo questo tribunale anche i criminali sono esseri umani e vanno trattati da tali.  La Gina ebbe l’incredibile idea di mettere le belle facce dei ricercati su di un mazzo di carte. Il bel mazzo di carte di fiori, picche, coppe e denari finì nelle tasche di tutti coloro incaricati a dar la caccia ai componenti di AlQaeda. Fa senso quando fermavi un sospettato, dalla tasca tiravi fuori il mazzo di carte e guardavi tutte le facce stampate su quelle cazzo di carte. “Senti tu, sei in arresto, qui c’è la tua faccia in mezzo a dei fiori, o magari potevi essere un picche. Lo so che siete impazienti che volete sapere come va a finire questa fottuta storia. Siete pronti, 3…2….1…via!!! Abu Omar canta, in quella stanza divenuta la stanza delle torture in uno stabile in mezzo alla Thailandia, in una località che non posso rivelare. Abu Omar canta, dice tutto. Sotto tortura non poteva resistere. Disse che Osama Bin Laden è nascosto da molto tempo ad Abbottabad. Una località in Pakistan a pochi chilometri dal Himalaya. E come dire in Italia una semplice cittadina, tipo Viterbo o Piacenza o Brindisi. Era nascosto dentro una casa disposta su due piani, circondata da un cortile abbastanza grande, predisposto a due triangoli, quello di destra e quello di sinistra, in mezzo c’era la casa. Sopra il primo piano un terrazzino dove nessuno andava. Sul terrazzino c’era un piccolo complesso a bilocale, in quel punto stava nascosto Osama Bin Laden.. Attorno a tutto il complesso una muraglia che andava in vari punti da 4 a 5 metri di altezza. Era difficile da fuori guardare cosa ci fosse all’interno, l’unico ingresso era una porticina in ferro. Nei due cortili a triangolo c’erano delle finte porte ma erano muri dove stazionavano due guardie armate. Ma Abu Omar aveva detto la verità? Scatta la fase due dell’operazione. Ecco che a presentarsi a Abbottabad arrivano due finti fotografi. Si presero un appartamento in affitto posizionato a circa 500 metri dalla probabile residenza di Osama Bin Laden. Chi erano quei due fotografi? Toh che strano, erano gli stessi che bazzicavano all’Hotel di Piazza Duca D’Aosta, nel periodo che si infiltrarono nella moschea di Viale Jenner a Milano. I due al servizio del Mossad, che in quel periodo era collaboratrice della Haspel. Li aveva richiesti principalmente lei. Arrivano come volevasi dimostrare confezionati da arabi. Piazzano le macchine fotografiche con ottimi obbiettivi da poter fare foto anche a un chilometro. Fanno i turni, prima uno e dopo 6 ore l’altro per coprire l’intera giornata di 24 ore, si pappano due turni a testa. Scattano migliaia di fotografie. Le migliaia di foto che fanno si troveranno in tante Microcard, che poi finivano dentro una scatola di latta, quella dei biscotti al burro danesi. Ci sono al suo interno dei biscotti suddivisi da una cartina rotonda che ricopre tutta la scatola al suo interno. Sotto la carta venivano messi le Microcard. Ferme grazie a dello scotch biadesivo e spedirli via corriere. Da Islamabad c’era un aereo che portava queste Microcard a Sofia. Nel distretto di Mladost a sud della città. In un’abitazione si rielaboravano tutte le fotografie. Quelle più interessanti si scannerizzavano e venivano spedite via posta elettronica negli Stati Uniti, con la dicitura in oggetto “Carte Magiche.” Finivano queste email al quartier generale della Gina Haspel. Mesi e mesi, la stanchezza si faceva strada in quella piccola stanza di Abbottabad. Si cercava di non usare troppa luce, c’era una piccola lampadina che serviva per illuminare quel tugurio. Si viveva così, tra gli scarafaggi che facevano giri turistici nel sacchetto dell’immondizia pieno da giorni di Kebab che con il tempo la cipolla dava la nausea anche a formiche che prima che quel sacchetto diventasse puzzolente amavano farsi i giretti. Come portacenere si usava un vaso da fiori. La terra con i fiori la si buttò fuori dalla porta, poi sarebbero passati a tirarla via dal corridoio. Lattine di birra in giro, anche a terra, in ogni angolo, a volte le calciavi come se fossero dei palloni, sperando che qualche scarafaggio tentasse di colpirle di testa. A volte non si aveva la forza di dormire, anche perché il materasso provocava dei dolori alla schiena. E poi si aveva la sensazione che il materasso fosse la residenza di teneri cimici. Pizzicavano cazzo, non si poteva andare avanti così, che ogni mattina dalla pelle uscivano dei bozzoli. No basta dormire su quel materasso, meglio dormire sulla sedia. Addormentarsi tenendo tra le mani una lattina, stritolarla in mille pezzi, sotto quella fottuta lampadina, mentre l’altro e li a fare foto. Tic, Tic, solito rumore del cazzo. Che vita di merda, ma devi farlo. Non puoi più cambiare vita a meno che non decidi di scomparire, andare in Uruguay, a Montevideo sulla spiaggia o ancora più a Sud a Maldonado. Aprire un chiosco, sulle rive del mare, vivere di vento, perché li ce sempre vento, vento che ti accarezza, ti coccola. A volte si rideva tra noi, si pensava a Maldonado, ci si prendeva anche per i fondelli del tipo “Vedrai che a Maldonado ci sarà pure Gesù cristo che ci chiederà di versagli una birra, calda grazie.” Un giorno ecco arrivare un miracolo, si sposta una tenda dall’ultimo piano. Dal punto dove ogni foto che si scattava si vedeva solo una finestra con una tenda che copriva tutto. Possibile che l’intero complesso era vissuto ma quella finestra era sempre chiusa. Un bambino guarda in alto, verso quella finestra. Si sposta l’obbiettivo, con chi sta parlando il bambino? Ecco aprirsi la tenda, Oddio!!! Si vede un volto, non è chiaro, un volto mai visto finora. Si scattano molte foto continue da far sobbalzare il compagno che stava dormendo sulla sedia con la testa appoggiata sulla spalliera, con la bocca aperta con le mosche che si facevano il giro delle giostre sulle sue labbra. Bisogna forse ringraziare quel bambino che ha obbligato quell’uomo a uscire allo scoperto. A volte per i figli si rischia anche la vita. Difatti fu scacco matto. Anche per quel bambino il futuro era dentro una bara. Tutti gli abitanti di quel complesso sarebbero morti tutti. La Haspel era categorica, uccidere tutti. Non bisogna rischiare di trovarsi anche un bambino carico di esplosivo o una donna con nascosta tra le mutande una bomba a mano. Quell’uomo dietro quella tenda era Osama Bin Laden? Quel piccolo scorcio di viso che si e intravisto. Le foto finiscono al Pentagono. Vengono rielaborate al computer, il risultato dice al 60% è Osama Bin Laden, il Re del mazzo di carte. Non sono tutti convinti di rischiare. Fare un’operazione militare uccidendo tutti i presenti di quel complesso significava andare in pasto all’opinione pubblica se non fosse veramente Osama Bin Laden quell’uomo. La Gina era convinta, il suo fiuto era fantastico. Era convinta che quell’uomo era Osama Bin Laden. Portò lei stessa il documento da far firmare a Barack Obama. Doveva dare l’assenso all’azione militare. Ci fu la conferma dopo una lunghissima riunione fiume che durò un giorno intero. Quei due uomini in quella stanza aspettavano. Aspettare che il segnale cti dica, “Vattene, hai finito il tuo lavoro.” Si contavano i giorni, nessuno sapeva niente. Sempre la solita frase che da sempre rimbomba in testa “Aspettare” Aspettare cosa, aspettare la morte, la vita. Cosa si aspetta. La cosa pazzesca che in quel tugurio ci si faceva degli amiconi gli scarafaggi, che avevano preso le nostre mani come giocattolino, sapete quello degli scivoli. Salivano fino alla spalla, poi tiravi giù il braccio e giù in terra. Cazzo mai una volta che si spiaccicavano in terra. Erano elastici. Cazzo una telefonata, “Andate via.” Via l’unico zaino, con poche robe. Ci si portava pochi vestiti. Di solito li lavavamo li e usavamo tra una porta e l’altra una corda e appendavamo i vestiti, li lasciavamo asciugare, poi appena asciutti ci cambiavamo. In giornate umide i vestiti facevano fatica ad asciugare che poi puzzavano di umidità. Si, si puzzava parecchio quando si andava via. Finalmente via. E quando si andava via lo si faceva in silenzio nel buio della notte. Senza far rumore, lasciando sempre un alone particolare quando ci si lasciava alle spalle la porta. Qualche giorno dopo, alle 01.10 con una forma strana di numerologia, scatta l’operazione. 24 uomini nel cuore della notte scendono dal cielo grazie a elicotteri silenziosi. Ammazzano tutti, penso che nessuno ha avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Ad ogni soldato sull’elmetto c’era una telecamera per far vedere lo spettacolo al presidente Barack Obama e alla Gina Haspel, seduti a guardarsi lo show in una stanza del pentagono. Fu uccisa l’intera famiglia di Osama Bin Laden compreso lui, all’ultimo piano del complesso, era nel letto, non fece tempo a prendere il fucile. La telecamera posta sul’elmetto del soldato scende sul volto di Osama Bin Laden. Il soldato era Rob O’Neill, l’uomo che uccise Osama Bin Laden. Rob ora fa il consulente per società multinazionali, varie società. Fu lui che prese dalla tasca la carta del mazzo, la mise vicino al volto di Bin Laden, era lui. Dalla stanza del pentagono iniziò un applauso e abbracci. Puttana Eva era Osama Bin Laden, l’ultima carta del mazzo. Gina Haspel ha vinto. Ha sterminato l’intera organizzazione di AlQaeda nel giro di poco tempo. Fu la stessa Gina Haspel intelligentemente a voler che il corpo di Osama Bin Laden fosse gettato da un aereo in mare, senza nessuna tomba per evitare pellegrinaggi e fantomatici emulatori. Abu Omar e tutti gli altri appartenenti all’organizzazione di AlQaeda sono sotto cura psichiatrica in una clinica specializzata. Il referto dei medici parlano di gravi lesioni mentali, dovute alle torture. Del resto nessuno gli ha ordinato di essere criminali. Solo Fateh Kamel, detto il bello si è salvato, non basta aver trovato il suo passaporto nella moschea di Viale Jenner a Milano per potergli fare il servizio personalizzato. Dalla paura che si è preso e rendendosi conto che poteva far la fine dei suoi amichetti si è messo in riga. Una cosa è certa, Fateh Kamel e la sua bella faccia nel mazzo di carte non c’era. Se ci fosse stata faceva la fine di uno scarafaggio quando lo schiacci.

P.S. Dipinto del russo Boris Kustodiev, dal titolo “Vita di Provincia.” Questo dipinto è di una collezione privata di un noto facoltoso uomo di Baku.

Accompagnamento musicale di un gruppo danese, con un brano che parla dell’aldilà, ricco di Soli, alcuni senza luce.

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