Parte 2

Passarono più di tre ore, io ero ancora lì di fronte a lei che

dormiva come se fossero giorni che non riposava.

Decisi di andare sul balcone, faceva freddo ma il cielo era

limpido e stellato, una notte meravigliosa. Mi fumai una sigaretta,

in strada la gente stava diminuendo sempre più, ormai

tutti rientravano nelle loro abitazioni, vedevo la città di fronte

a me illuminarsi non per le luci delle case ma per il calore che

emanavano le famiglie come se avessero un interruttore all’interno

del proprio cuore. Se il Natale durasse tutto l’anno quest’interruttore

sarebbe sempre rotto perché l’amore è come una

strada tortuosa: più la percorri e più la perdi.

Rientrai in casa, avevo sonno ma il divano era occupato,

decisi di coricarmi sul pavimento sopra il tappeto, vicino al

divano, mi coprii con il cappotto e mi addormentai.

Mi svegliai improvvisamente verso le sette del mattino, mi

alzai di scatto e mi precipitai in bagno, ero a piedi nudi e scivolai

rischiando di rompermi l’osso del collo facendo un baccano

assurdo tanto da provocare una risata a squarciagola da parte

della ragazza; ritornai da lei facendo finta di niente anche se

zoppicavo vistosamente, lei, intanto, continuava a ridere.

“Ridi ridi che la mamma ha fatto gli gnocchi” le dissi con un

sorriso forzato.

“Scusami non volevo, è solo che… che mi hai fatto morire

dal ridere, non è da tutti i giorni vedere uno che cade in quel

modo” rispose frettolosamente.

“Io invece muoio dalla voglia di sapere: primo chi sei e poi

cosa ci facevi per terra nella toilette del centro commerciale.”

Vidi subito nei suoi occhi una strana espressione e, subito

dopo, volse lo sguardo per terra.

“Non lo so, non ricordo nulla, non so come mi chiamo, chi

sono, di una cosa però sono certa: ho fame.”

“Accidenti hai ragione, adesso guardo nel frigo dovrei avere

un po’ di latte e forse, se sei fortunata, anche dei biscotti, ho

fatto la spesa ieri ma non aspettavo ospiti” dissi ironicamente.

Si alzò dal divano e si mise a curiosare un po’ dappertutto.

“Sono qui a casa tua e non so neanche il tuo nome” mi disse.

“Mi chiamo Charles. Se devi andare in bagno non fare complimenti.

Fai come se fossi a casa tua.”

Senza pensarci troppo si diresse verso il bagno e ritornò

dopo dieci minuti; nel frattempo telefonai al lavoro per avvisare

che non sarei andato. Ero impiegato in un’azienda farmaceutica

come operaio; avevo trovato quest’occupazione, appena

arrivato in città, grazie ad un amico.

Quella ragazza e la sua storia m’intrigavano e non potevo

lasciarmi sfuggire una simile occasione.

Appena giunse in cucina le annunciai che ero pronto e che

potevamo uscire alla ricerca di qualcosa che le potesse ricordare

chi era.

Con un sorriso si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia,

sentii il mio sangue bruciare e il mio cuore cantare.

“Non so come ringraziarti, se non fosse per te non so dove

sarei ora.”

“Non preoccuparti di questo, pensiamo invece a trovarti un

nome, dovrò pure chiamarti in qualche modo, non credi? Quale

ti piacerebbe? Anna, Laura, Simona, Francesca, Angela..?”

Mentre stavo parlando vidi i suoi occhi illuminarsi e, senza

esitazione picchiando il cucchiaino sul tavolo, esclamò:

“Aglaia.”

Scossi la testa e, sorridendo, approvai il nome che si era

scelta.

Mi alzai dal tavolo e le dissi: “Ascolta, adesso usciamo,

andiamo al centro commerciale e lì proverai a ricordarti quello

che ti è successo ieri.”

“Va bene Charles, però avrei bisogno di cambiarmi, non hai

qualcosa da prestarmi?”

“Sai, finora non ho mai portato abbigliamento femminile,

chissà forse un domani! Se vuoi ti posso dare un paio di jeans e

una maglietta, vedo che porti più o meno la mia stessa taglia,

l’altezza è uguale” le risposi ironicamente.

“Ok, ti ringrazio. Ora vado in bagno, mi cambio e andiamo.”

Le feci strada e le mostrai dove stava l’asciugamano e tutto

il resto, poi chiamai il mio amico Giulio ma a casa sua il telefono

suonava senza ottenere risposta. Peccato perché avrei voluto

raccontargli la storia in cui mi ero trovato coinvolto senza un

motivo apparente.

Giulio abitava ad una decina di chilometri da casa mia, l’avevo

conosciuto sul treno appena arrivato in questa città, fu un

incontro casuale, lavorava per le Ferrovie come controllore e

quando mi si avvicinò ne approfittai per chiedergli se conosceva

qualcuno che affittava stanze, giusto per avere il tempo di

trovarmi una sistemazione più adeguata. Ci pensò un po’ e poi

mi propose di condividere il suo appartamento e, vista l’insistenza,

accettai. Da allora diventammo grandi amici.

Grazie a lui trovai anche un lavoro. Condivisi il suo appartamento

per un paio di mesi, poi dovetti trasferirmi in questo

monolocale visto che si era sposato.

Nonostante il matrimonio Giulio mi rimase molto vicino,

mi riteneva suo fratello; Veronica, la sua consorte, era una

donna meravigliosa in attesa di un bimbo, che sarebbe dovuto

nascere in primavera.

Il concepimento era avvenuto prima della loro unione ed

erano proprio una bella coppia. Mi ricordo il giorno del loro

matrimonio: pochi invitati, una cerimonia semplice e rapida; io

feci da testimone e ciò mi lusingò parecchio.

Giulio e Veronica si erano conosciuti da bambini all’orfanotrofio,

non mi raccontarono mai il perché della loro condizione,

l’unica cosa che sapevo era che Veronica aveva un parente in

Scozia che non volle mai conoscere; invece di Giulio non seppi

nulla.

Ora Giulio era in trepidazione, oltre che in ansia, per la

nascita di questo figlio, non ne vedeva l’ora anche se era un po’

preoccupato perché avevano ricoverato Veronica in ospedale a

causa di giramenti di testa continui. Nulla di grave, si diceva,

ma avevano preferito tenerla a riposo sotto stretto controllo

medico.

Guardai l’orologio, erano già passati quindici minuti, mi

avvicinai alla porta del bagno e le dissi: “Aglaia hai finito? Si fa

tardi e devo anche passare in ospedale a trovare una mia

amica.”

“La tua ragazza?” mi sussurrò.

“No, non sono fidanzato; è la moglie di un mio amico.”

Poco dopo uscì dal bagno, rimasi qualche istante ad osservarla:

era splendida ma per colpa della mia timidezza non ebbi

il coraggio di dirglielo. Mi diressi frettolosamente verso la finestra,

guardai il cielo, era nuvoloso.

“Adesso andiamo al centro commerciale e chiediamo a

qualche guardia se per caso ti riconosce, si ricorda di te o se ha

trovato qualche documento che ti appartiene.”

Uscimmo immediatamente e ci avviammo verso l’ipermercato;

scendendo le scale incontrammo l’odiosa vicina di casa.

“Buongiorno signora” dissi forzatamente.

Non mi ascoltò neanche perché stava squadrando da capo a

piedi Aglaia. Poi, con voce smorfiosa, disse: “Buongiorno

signorina, è per caso la nuova inquilina? Divide l’appartamento

con questo signore?”

La interruppi subito e scocciato le dissi: “No signora, è solo

una mia amica.”

Presi per mano Aglaia e corsi giù per le scale senza neanche

fermarmi. Erano quasi le tredici quando arrivammo all’ipermercato,

vidi una guardia, la fermai e gli chiesi se per caso il

giorno prima avesse recuperato qualche documento od oggetto

personale.

“Mi spiace non posso esserle d’aiuto perché ieri non ero di

turno. Però per saperne di più potrebbe andare all’Ufficio Informazioni,

si trova in fondo a questo corridoio sulla sua

destra. Chieda pure ad un’addetta, vedrà che se hanno trovato

qualcosa che le appartiene gliela consegneranno” mi suggerì.

Lo ringraziai e, prendendo Aglaia per mano, mi avviai alla

ricerca di quest’ufficio. Lo trovai quasi subito: sulla porta, infatti,

era riportata una piccola targa: UFFICIO INFORMAZIONI.

“Aglaia, ci siamo! Vieni, forse adesso potremo risolvere tutto

questo mistero.”

Bussammo alla porta ed entrammo, di fronte a noi c’era

una ragazza impegnata a scrivere al computer. Rimanemmo

fermi in piedi fin quando, guardandoci con aria da superdonna,

ci apostrofò:

“Accomodatevi pure, non restate lì impalati, un paio di

minuti e sono da voi.”

Questo atteggiamento da cafona c’irritava un po’. Stanco di

aspettare, decisi di prendere in mano la situazione e le dissi:

“Scusi signorina, volevamo sapere se ieri per caso avevate trovato

qualcosa: una borsa, dei documenti… la ragazza che è qui

con me è rimasta senza voce per via di un forte mal di gola,

sono venuto con lei per aiutarla a cercare ciò che ha smarrito.

Siamo arrivati qui grazie alle indicazioni di una guardia.”

“Qualcosa abbiamo ritrovato, vado a prenderglielo, lei nel

frattempo prepari un documento di riconoscimento. Sa, dobbiamo

accertare chi è la persona alla quale consegniamo l’oggetto

ritrovato.”

Detto questo si alzò e andò da una sua collega, probabilmente

era lei che si occupava degli oggetti smarriti; io presi il

portafoglio ed estrassi la mia carta d’identità.

Poco dopo arrivò una ragazza con una borsa in mano.

“Guardi abbiamo solo questa borsa e oltretutto è vuota” indicò.

La presi e la mostrai ad Aglaia che, con un cenno della testa,

mi fece capire che non era sua; la riconsegnai all’addetta e, ringraziandola,

le dissi che non era ciò che cercavamo.

Ci alzammo ed uscimmo dall’ufficio. Lentamente ci

avviammo verso l’uscita mentre mille pensieri assillavano la

mia mente: com’era possibile che la ragazza che stavo tenendo

per mano non ricordasse nulla?

Guardai fuori, pioveva a dirotto ed eravamo senza ombrello.

Fortunatamente eravamo in un centro commerciale e ne

acquistammo uno. Era di un colore cupo, tendente al grigio

scuro con piccoli cerchi marrone che non avevo notato al

momento dell’acquisto ma una volta aperto l’effetto che producevano

era a dir poco orribile, sembrava uno di quegli ombrelli

dei reduci di guerra. Stavamo camminando verso la fermata

dell’autobus per andare all’ospedale quando fui spinto a fermarmi

di scatto, un odorino attirava la mia attenzione, una

sensazione molto piacevole: stavamo costeggiando il locale di

Camillo, un gran cuoco. Guardai Aglaia e con un sorriso le

dissi: “Non senti qualcosa di particolare? Qualcosa che assomiglia

alla parola FAME?”

Ricambiò il mio sorriso e osservò: “Ah! Lo senti anche tu

quest’odorino…”

Decidemmo di entrare, c’era parecchia gente, i tavoli erano

pieni di pietanze gustose. Fantastico! Si avvicinò Camillo e mi

domandò cosa facessi nel suo locale a quell’ora, poi aggiunse:

“Vedo che sei in dolce compagnia, se vuoi là in fondo c’è un

tavolo, si è liberato ora. Tra poco vengo a servirvi.”

Il posto che ci aveva assegnato era molto carino, si vedeva

la strada ed era appartato.

Appena ci consegnarono la lista decidemmo di prendere:

maccheroncini al sugo, bistecca ai ferri con contorno e frutta.

Dopo circa dieci minuti ci servirono il primo e iniziai a parlare

ad Aglaia:

“Cosa facciamo adesso? Tu non ti ricordi nulla, sei qui con

me senza motivo anche se a dire il vero mi piaci parecchio e

questa situazione mi attrae. Puoi restare da me fino a quando

non ti ritornerà la memoria che, tra parentesi, spero rimanga

dov’è: ho paura di perderti per sempre.”

“Charles, sai meglio di me che non posso stare per sempre

con questo dubbio, senza sapere chi sono, da dove vengo, come

mi chiamo, quanti anni ho… devo scoprire le risposte a tutte

queste domande e tu mi devi aiutare. Sei una persona fantastica,

ti ringrazio veramente tanto per tutto quello che stai facendo

per me, non me lo dimenticherò mai, però mi trovo in una

situazione imbarazzante e devo trovare una via d’uscita.”

La guardai senza battere ciglio, poi mi voltai a guardare la

strada, vedevo la città avvolta nella pioggia che cadeva agitatamente

come il suo cuore in tormenta. Più sentivo questo continuo

ticchettio sul vetro più la mia pelle era percorsa da brividi,

il mio cuore batteva solo per lei, mi stava accadendo una cosa

che difficilmente avrei immaginato: mi stavo innamorando di

una sconosciuta che mi sapeva dare emozioni fortissime che

ora dopo ora, minuto dopo minuto aumentavano sempre più.

Ho sempre pensato che quando si provano emozioni è perché

sono volute dal proprio Io, un Io nascosto che ti trasmette

qualcosa che non si riesce a vedere ma solo a sentire, a provare

ma che ti lascia sensazioni che nulla al mondo riuscirebbe a

spiegare.

Avrei tanto desiderato dirglielo ma non ne ebbi il coraggio

e, intanto, continuavo a sperare che non venisse mai a conoscenza

del suo passato. (prosegue)

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