Quei Giorni d’Estate…(1°Parte)

Fa caldo in questi giorni, così caldo che mi fa venire in mente quel luglio di passaggio a Pozzallo di parecchi anni fa. Ora vi racconto questa storia, tranquilli vi aspetto, andatevi a prendere un gelatino, un ghiacciolo, un ventaglio e sedetevi. Non saprei neanche da dove iniziare, partire con la storia direttamente da Pozzallo o da Milano? Partiamo da Milano, all’ultimo piano di un edificio vicino a Piazza della Scala. Siete mai stata in Piazza della Scala? E dove c’è il Teatro della Scala, uno dei più belli al mondo, dove Giacomo Puccini mise in scena la prima della Turandot quasi un secolo fa. Forse la miglior opera mai realizzata al mondo da un compositore. Incredibilmente la Turandot alla Scala fu fischiata. Un pubblico che non apprezzò. Poi fece il giro del mondo, acclamata da New York a Pechino, da Sidney a Il Cairo. Milano fu l’unica città al mondo che fischiò la prima della Turandot. Uno dei più grandi misteri del secolo scorso. Poi la Turandot dopo aver girato il mondo ritornò a Milano e fu acclamata. E pensare che il Puccini si ammalò e morì per quell’opera, la concluse in condizioni fisiche da moribondo, che poi non riuscì neanche a concluderla. Passò giorni, settimane sul suo pianoforte sulle rive di Torre del Lago a Viareggio, infreddolito e precarie condizioni di salute. Il suo calore era una misera candela appoggiata sul pianoforte. La sostituiva ogni qualvolta che si consumava. E in quel lasso di tempo che accendeva l’altra, notava la luna bianca riflettersi sul lago, accompagnata da innumerevoli stelle. La Turandot non riuscì mai a completarla, gli mancava il finale, fu completata da Franco Alfano sotto la supervisione di Arturo Toscanini. Gli studiosi ritengono che Giacomo Puccini fu talmente attratto dalla sua opera “Turandot” che consumò la sua mente per avere l’ispirazione di completare l’opera, questo debilitò il fisico di Puccini che fu obbligato ad andare a Bruxelles da un luminario. Non fece in tempo a farsi curare che morì. Di cosa parlava l’opera? Era la favola di una principessa di nome Turandot che governava con il sangue e il terrore l’antico oriente. Mise tre indovinelli per chi aveva intenzione di chiedere la sua mano. Arrivavano dei forestieri provenienti da ogni parte del mondo e tutti tentavano di risolvere i tre indovinelli. La decapitazione era il premio per chi non riusciva a risolverli. Un giorno vi racconterò la storia di questa principessa. Oggi ero qui per raccontarvi di quei giorni a Pozzallo, accidentaccio ho perso il filo. Ahh! Già! Guardavo da un edificio di Piazza della Scala, ultimo piano, sotto si vede la città, uomini e donne che camminano senza mai guardare il cielo. Li osservo dall’alto. Qualche volta una sputacchiata la mando, così per vedere solo se ne accorgono. Quel giorno osservavo perso tra i miei pensieri, non vedevo l’ora di andarmene in vacanza. Quell’anno dovevo andare sul Mar Rosso, così a fare la vacanza dei deficienti, quelli che vanno nei villaggi turistici. Li odio quei villaggi ma dovete mettervi nei miei panni “La vostra compagna ama il mare, il villaggio, la spiaggia, la comodità, la devi far contenta.” Sono più per il deserto, il sole che ti secca le labbra da farli sembrare della carta vetrata, sentire sulla gola il desiderio di acqua, vederla scorrere e godere. Godere come quando si fa ginnastica da camera, Stare dentro una tenda come quella dei beduini tra le oasi, sono per un te preso in un villaggio con i capi tribù, sono anche per quando un cammello ti scagazza sulle scarpe o quando vuole sputarti in faccia la sua bava schifosa. Non potevo dirgli alla mia donzella che oltre quel villaggio c’è altro. Chi va in questi posti turistici non sa neanche cosa ci sia dall’altra parte. Sono gli stessi che sostengono che il mondo e tutto uguale, che le persone sono tutti uguali in carne e ossa, che le diversità della razza non esiste. Credo che il virus dell’ipocrisia in testa alle persone è stato iniettato dalla società globalistica. Vi hanno creato viaggi low coast, sono nati villaggi turistici dove sfruttano i nuovi schiavi, delocalizzano industrie per far lavorare bambini nelle fabbriche, per farvi permettere le borse o le scarpe dell’ultima moda, poi pretendete in casa vostra la democrazia e la libertà. Guardi il cielo e noti mille aerei ad’ogni minuto che impazzano da destra a sinistra, facendo credere che il mondo e facilmente attraversabile, vivibile, fa niente se il mondo e la natura impazziscono. Il caos dello spostamento di uomini crea più inquinamento, il rumore e il vero inquinamento che nuoce alla natura. Il rumore da fastidio alle foglie, alla terra, agli oceani, al cielo. Sono entità vive che nel loro disagio esistenziale trasformano dove voi appoggiate i vostri piedi in sconquassi. Il mondo è un caos e sarà sempre peggio, poi avete pure il coraggio di piangere se vi crolla una montagna in testa o magari un terremoto vi fa cadere il water in testa. Meglio quando c’era la colonizzazione degli Stati. Si conquistava una nazione e gli schiavi li elevavi, gli davi un’istruzione. Oggi la colonizzazione non esiste più, costa troppo. Datemi retta era meglio quando c’era la colonizzazione, si facevano uscire i popoli dallo schiavismo. Capisco che molti filosofi oggi sostengono che il colonialismo di un secolo fa di positivo ha solo insegnato la libertà. Del resto libertà e sinonimo di guerra. Più i popoli sono liberi e più esistono le guerre. Sento bussare la porta del mio ufficio. La segreteria che mi porta una cartelletta chiusa, l’appoggia sulla mia scrivania totalmente vuota da far venire strani pensieri a chi la osserva. Vado a leggere le ultime novità dentro la cartelletta. Si parte, prima delle sospirate vacanze dovevo fare un servizio, destinazione Pozzallo. Avevo un appartamentino di fronte il mare, 20 metri dalla spiaggia. Appartamento concessomi dalla parrocchia tramite gentile concessione di San Pietro. Molto grande come appartamento per una persona sola, suddiviso in due piani. Mi serviva solo da sala d’attesa, ero solo di passaggio, dovevo aspettare il peschereccio giusto che mi portasse a Malta e poi un’altra navicella di mare che mi portasse sulle coste libiche. Mi era stato detto poco prima di partire da Milano, cinque o al massimo sei giorni dal mio arrivo a Pozzallo, ci sarebbe stato il mio autista navale. Decisi di aspettare la chiamata in questa cittadina siciliana. Ricordo un balcone dove potevo guardare il mare all’orizzonte. Avevo una signora che veniva la mattina a farmi la colazione al piano di sotto, dove c’era un piccolo soggiorno. A pranzo e alla sera la stessa signora preparava delle pietanze ottime, un po’ troppo abbondanti, insistevo di portarsele un po’ a casa dalla sua famiglia che non avrei detto nulla ai piani alti. Non c’era un fico secco da fare a parte un giretto in spiaggia a farmi un bagno, una passeggiata per la solita strada del cazzo. Dovevo solo aspettare, aspettare la chiamata. In queste mie passeggiate ero passato davanti un negozietto di animali e avevo notato due poveri gattini appena nati. Uno grigio e uno nero, così nero da essere color carbone. Quei due gatti potevano avere poche settimane di vita, erano così piccoli che ti stavano in una mano sola. Quello nero era rannicchiato, impaurito, mentre il fratellino totalmente grigio messo su di un’altra gabbia era vispo e vivace. Mi era simpatico il gattino impaurito. Era terrorizzato, l’altro era un giocherellone. Chiamo il proprietario del negozio e gli chiedo di questi due gatti, mi dice che sono stati abbandonati. Tiro fuori il portafoglio e gli do 50.000 lire e gli dico di tenermi in buone condizioni il gatto nero, nero come il carbone, me lo sarei portato a Milano quando tornavo dalla Libia. Mi guardò con degli occhi straniti il tipo, fissava quella banconota da cinquanta mila lire, non credeva ai suoi occhi. Mi promise che gli avrebbe fatto la guardia del corpo e poi chiese di quello grigio. Sinceramente non sapevo che farmene di quello grigio. Nella vita vanno fatte delle scelte, ne salvi uno per sacrificarne un altro. Alla sera mi sedevo su di un tavolino di un pub fuori sul marciapiede, dall’appartamento distava cento metri. Ogni sera mi facevo portare una birra media nera, fresca da far venire i brividi. Guardavo la gente che passava da destra verso sinistra da sinistra verso destra. Stavo un paio d’ore, poi rientravo nell’appartamento. Sotto dove dormivo c’era un bar che stava aperto fino le ore piccole con la musica ad altissimo volume, fin dalla prima sera il parroco mi disse che poteva far chiudere prima il barettino se non riuscivo a dormire. No, fa niente, mi so adattare, non mi interessava, ero abituato a dormire in condizioni precarie. Difatti la sera mi addormentavo sempre su di una poltrona che avevo piazzato sul balconcino che guardava il mare. Mi addormentavo li, nel guardare il mare mi si chiudevano gli occhi e quel gran casino di sotto mi faceva un baffo, dormivo lo stesso. Il letto non lo avevo mai utilizzato, candido e inoperoso. Sinceramente l’avrei usato quel letto ma solo per una donzella. Quella donzella l’avevo intravista, passava ogni pomeriggio verso le 17.00 circa con le sue due amichette. Si sedevano al solito posto al bar sotto il mio balcone. Si prendevano la granita al caffè. Li vedevo da sopra e parlavano di cazzate tipiche femminili. Ridevo in silenzio. Il pomeriggio seguente lo stesso. Era diventato il mio spettacolo all’aperto, dovete capire cosa intendo come spettacolo. Dal primo piano si notano certi monti sibillini. Ad un certo punto al terzo giorno decido di trovare un appiglio per attaccar bottone con le tre donzelle ma a dir la verità mi interessava una sola. Per carità erano graziose tutte e tre ma c’era una in particolare che mi ero fissato. Sapete quando vi fissate su di una cosa e poi come sono scaramantico e maniacale a volte mi fisso. Avevo deciso di far cadere una mia sigaretta dal balcone, sul loro tavolino. “Oh scusate, e caduta la sigaretta.” Scendo e mi presento alle tre donzelle e chiedo di scusarmi se si sono spaventati.” Poi un discorso tira l’altro chiedo alle signore se posso sedermi. Fu lo stesso al giorno seguente. Era nata l’amicizia delle 17.00 al sapor di granita al caffè.  Al quinto giorno buttai l’amo e la tipa che mi intrigava aveva abboccato. Gli chiesi senza farmi sentire dalle sue amiche se voleva vedere la mia collezione di farfalle invisibili. Si mise a ridere e mi domandò “Ci sono quelle bianche?” Risposi “Sono così bianche che sono diventate trasparenti ma al calar del sole su questo balcone qui sopra, si vedono quando partono, per raggiungere le stelle.” Ci diamo appuntamento Io e Lei per la sera, anche se le amiche non erano tanto d’accordo, che uscisse con uno sconosciuto oltretutto forestiero. E poi chissà per cosa fosse lì a Pozzallo questo tizio che racconta favole di elfi e cavalieri. Non avevano tutti i torti, un conto tre donne contro uno, diverso una donna e un uomo. Sono innocuo, non faccio male ad una mosca e poi le zanzare da come mi amano mi stanno alla larga, E che sarà mai se faccio dei dispettucci al Cristo in cielo, poi al giorno del giudizio mi farò giudicare. Si avrò fatto qualche marachella ma che vuoi che sia, del resto sono sempre e sarò un gentiluomo e un cavaliere. (Continua)

P.S. Dipinto del pittore olandese Dirck Hals dal titolo “Allegra Compagnia.” Quest’opera e da pochi anni ben conservata al museo dell’Aja in Olanda. Questo straordinario dipinto era in casa di famosi banchieri lusitani/ebrei i Teixeira de Mattos. Forse un giorno racconterò la storia di questa famiglia che amava l’arte e quando aveva soldi da buttare comprava dipinti lungo quasi due secoli. Questo dipinto rappresentato inspiegabilmente fu ceduto al governo olandese, probabilmente in cambio di favori.  Se non l’avete mai visto dal vivo e meglio che non lo vediate se soffrite di orgasmite acuta. Potete avere un orgasmo senza rendervene conto.

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